Press [1985 - 1994]


1 9 8 5

IL PICCOLO
1985.01.24

STAMPA SERA
1985.09.25

1 9 8 6

L'OPERA 
1986

LA STAMPA         
1986.01.13

COURIER-POST
1986.03.14

BAY AREA REPORTER [Vol.16 - No.21]
1986.05.22

IL PICCOLO
1986.08.07

1 9 8 7

QUOTATIONS FROM THE BOOK MARIA CALLAS

1987
L'ARTE INSUPERABILE

Parlare di Maria Callas è pur sempre un grosso problema.
 
La sua vita è stata raccontata molte volte, in modi diversi secondo gli autori e non sempre in sincronia con la verità. Ciò che a noi più interessa in questa sede è ricordarne l'arte insuperabile.
Quando lei entrava in scena nel primo atto di Anna Bolena, sostenuta dalle ancelle, era una regina distrutta che sentiva in Giovanna Seymour (Giulietta Simionato) una temibile rivale sia come amante di Enrico VIII che come tigre di palcoscenico. Nessuno potrà mai sapere cosa pensasse la Callas in quel momento prima di iniziare il recitativo. Il pubblico aspettava col fiato sospeso, poi si sentiva il debole sospiro cui seguivano le prime parole "Si taciturna e mesta mai non vidi assemblea". Automaticamente un brivido percorreva il teatro e veniva la pelle d'oca. Quasi quattro ore dopo arrivava, difficile e tremenda, la cabaletta, grande pezzo di bravura della "Coppia iniqua" e il teatro esplodeva. Così tutte le sere, con qualsiasi opera, anche nei tempi peggiori.
Cos'era la voce della Callas? Le "beghine" del loggione hanno discusso per anni, senza arrivare ad un accordo. E poi la Callas cantava tutto, da Norma a Sonnambula, da Aida trionfante a Città del Messico con un incredibile sopracuto nel finale secondo, alla più sofferta Fedora.
Mancò un paio di stagioni e al suo ritorno per il Poliuto entrò in scena a piccoli passi fra grandiose rovine, spostando appena con la mano il lembo del mantello di Paolina. Bastò quel piccolo gesto. Il teatro impazzì tanto che sembrava uno stadio. Lei era tornata e non era questione di divismo o di voce, ormai usurata, ma amore allo stato puro. Lei lo sapeva, lo sapevano tutti e fu una serata indimenticabile. Non ricordiamo chi ha scritto che la Callas era sublime nel bene e nel male. Poteva avere note siderali e acuti terrificanti, stridenti. Ma erano note sue e in ogni ruolo sapeva trovare quelle giuste, pur cambiando scelte nel tempo. La sua prima Medea era selvaggia e brutale, l'ultima, dopo molti anni, quasi intimista. Cambiò anche di figura. Era una opulenta matrona, ma nessuno ci badava quando era in scena, perché tutto spariva nel vortice della sua interpretazione. Poi divenne magra, divenne elegante, sofisticata, conscia della regalità del suo ruolo sulla scena e fuori. Il volto si affilò; gli occhi sembrarono più grandi e intensi, dominanti
come quelli dei ritratti del Fayum.
Cosa fosse la sua voce nelle prime recite di Atene non lo sappiamo. La prima registrazione nota è del 1949, nella Turandot a Buenos Aires con Mario Del Monaco. L'ultimo disco è dell'11 novembre 1974, in Giappone, per un concerto con Giuseppe Di Stefano.
Cosa restava all'epoca della Callas? Era il suo fantasma, ma un fantasma ancora vivace che in talune frasi dava ancora brivido e tensione.
Da questo disco si può capire perché la Callas fosse inaffondabile, come lo era sulla scena a rischio di fare pasticci.
Esiste una registrazione televisiva del secondo atto di Tosca con Tito Gobbi che ne dà la prova. Alla fine dell'atto, ammazzato il truce barone Scarpia, non si capiva perché Tosca continuasse a vagare per la scena mentre avrebbe dovuto uscire. Si sa che senza occhiali la Callas non vedeva nulla.
La scena aveva tre porte, due dipinte e una praticabile, ma lei non ricordava quale fosse la giusta. L'incredibile andò allora a rimirarsi ancora una volta il cadavere e in dialetto veronese chiese lumi al Gobbi morto. Lo stecchito rispose e lei uscì giusto in tempo.
Questa è becera aneddotica, ma la Callas era così. Non parliamo poi delle affettuose pacche che dava sulla schiena dei colleghi. Ne conobbe diverse la Simionato, che una sera, prima di Anna Bolena, rispose con una sberla altrettanto forte ed istintiva. Per poco non saltò tutto, ma poi ci risero sopra e tutto fini in gloria. Oggi in teatro manca di queste cose. La regia domina sulla musica e gli artisti sono "menomati" da direttori e registi.
Anche i sommi artisti, non sono più quelli di una volta. Molti sono famosi, fanno i divi, ma non lo sono, hanno un'ottima organizzazione commerciale e propagandistica. Ma il sacro fuoco sembra spento. La Callas è invece, e sarà sempre, un punto sicuro di riferimento.
Certe sue interpretazioni restano uniche. Forse solo la grande signora, Leyla Gencer, sapeva dare lo stesso carisma ai ruoli, ritagliandoli sulla sua voce, ma con la stessa altissima classe. Oggi come oggi la cantante che osasse affrontare tutto ciò che fece la Callas si brucerebbe in poche stagioni. Lei poteva alternare Isotta e Puritani.
Poi c'erano le sue mani, che cantavano in accordo con la voce, mobili o statiche, aggressive o ieratiche, sempre da seguire con gli occhi. Diceva Tullio Serafin che
Mariano Stabile, quando era giù di voce, cantava con le mani e ricordava l'aria del sogno di Cassio nell'Otello.
La Callas aveva voce e mani, ed erano un sogno unico. Fedele al suo ruolo di grande tragica, quando si senti intorno il vuoto, fece come un orgoglioso felino. La tigre si nascose, si isolò, mori sola come forse era stata per tutta la vita, anche se seguita da molte persone direttamente e dal mondo intero indirettamente. Scomparsa lei, è rimasto il mito.

Insuperable art

Maria Callas always represents a problem for a writer. Her life has been described many times, in differing ways by the various authors and not always with absolute truth. However, we are here primarily interested in her insuperable artistic talent. When she entered on stage in the first Act of Anne Boleyn, helped by her servants, she was a queen, destroyed in spirit, who recognized in Jane Seymour a terrible rival as the lover of Henry VIII. This operatic rivalry also had its counterpart in real life: Giulietta Simionato, playing Jane Seymour, was something of an adversary as a tigress of the stage, and so what Callas must have felt in the moments before beginning the recitative can barely be imagined. The audience held their breath and waited, hearing a faint sigh before the first words "Si taciturna e mesta mai non vidi assemblea".
A thrill ran through the theatre, and one sensed a shiver of gooseflesh. Almost four hours later Callas reached the tremendously difficult cabaletta "Coppia iniqua", a passage of great virtuosity, and the theatre erupted. Many analogous scenes could be described, because Callas performed superlatively evening after evening, whatever the opera, even during the most troubled times.
What was so characteristic of Maria Callas' voice? This was the subject of the whispers in the gallery for five years and no conclusion was reached. Callas sang everything, from Norma to Sonnambula, from the triumphal Aida in the City of Mexico with an incredible high note in the second finale, to the less easily weathered Fedora.
After an absence of two seasons, she returned to La Scala for Poliuto, and entered on stage as Paolina, taking short steps amongst grandiose ruins, and with a barely noticeable gesture, slightly drew aside the edge of her cape. The movement was enough to ignite the theatre, making it seem more like a football stadium than an opera house. She was back, and it was not a question of stardom, or voice (by now worn), but pure love. She knew it, as did everyone, and it was an unforgettable evening. It has been written (we do not recall who by) that Callas was sublime both in good and bad. She could produce heavenly notes, and others that were strident and shocking, but in every part, she selected the right ones, though her choice changed over the years. Her first Medea was savage and brutal, the last, many years later, was almost intimate.
Her figure changed as well: at first, she was wide and matronly, though this went unnoticed by a listener enthralled by her interpretation. Later she slimmed and became elegant and sophisticated, conscious of her role both on the stage and outside it. Her face thinned, making her eyes appear larger and more intense, dominant like those in Fayum's portraits.
We can only guess at what her voice was like during the first Athens performances. The first known recording dates from 1949, in Turandot at Buenos Aires with Mario Del Monaco. The last record was made on 11th November 1974, in Japan, during a concert with Giuseppe Di Stefano. By then, only a whisper remained, but a whisper that was still capable of provoking thrills and tension in certain phrases. This record helps to understand Callas' indestructibility, a characteristic that she also had on stage when she risked mistakes and muddles. There is a television recording of the second Act of Tosca with Tito Gobbi that perfectly demonstrates the point. At the end of the Act, the cruel Baron Scarpia lying dead, Tosca inexplicably continued to wander around the stage when she should have already made her exit. Maria Callas saw very little without glasses, and the scenery had three doors, two that were merely painted and one that was in fact an exit: Callas could not remember which one was the real door. The resourceful heroine therefore went to gaze once more upon the body, and speaking in Veronese dialect, asked enlightenment from the dead Gobbi. He answered and so she managed to leave the stage, just in time.
This may not be the most complimentary of anecdotes, but it provides a true description of Callas. Another trait was that of giving affectionate slaps on the back of her colleagues. Giulietta Simionato suffered many, and one evening, before Anne Boleyn, replied with a blow just as strong and instinctive. It very nearly put an end to the opera, but they finally laughed it off and all finished gloriously. These events seem not to occur in opera today: direction predominates over the music, and the singers are apparently rigidly controlled by conductor and director. Even the greatest performers do not reach the standard attained by those of past years. Many are famous, and even reach stardom, but in reality, they are well-commercialized and publicized and seem to lack the essential "inner flame". Maria Callas will always be a fundamental point of reference: some of her performances remain absolutely unique. Perhaps only the great Leyla Gencer was able to instil such charisma into her parts, trimming them to suit her voice, but maintaining the same high standard. A singer of today attempting to face all that Callas performed would last only very few seasons: her alternation of operas as different as Tristan and Isolde and Puritani in astonishing in itself.
Her hands were another source of expression, performing in harmony with her voice, whether moving or still, aggressive or hieratic, always capturing the eye. Tullio Serafin said that when Mariano Stabile's voice was of colour, he sang with his hands, managing to bring to the listener's mind the aria in question - Cassio's dream in Othello. Callas, having both voice and hands, was a dream come true. Tragic till the last, she behaved like a proud feline when she sensed the emptiness of life around her. Like a dying tiger, she hid herself away in isolation and died, alone, as perhaps she had been all her life, even though followed by many people and watched by the whole world. Though she has gone, the legend lives on.
 
THE HONOLULU            
1987.01.03

THE GREENVILLE NEWS 
1987.01.04

LA REPUBBLICA

1987.03.07
ANGELO FULETTO

Grande successo per Muti e per sua protagonista

Chiedeva un nuovo ascolto, Riccardo Muti. Il pubblico scaligero s' è adeguato di buon grado, visto che la proposta di Alceste aveva come unità di misura l' eccellenza. Soltanto uno sparuto gruppetto di "vedovelli" e di loggionisti (o claque?) di un livello che si pensava felicemente estinto, non ha resistito a tentazioni nostalgiche e non potendosela prendere con Gluck, s' è scagliato contro alcuni cantanti con incivile e ingiustificato accanimento. L' attesissima prima di Alceste è così rimasta un trionfo soltanto annunciato; il resto degli spettatori è rimasto talmente sorpreso da non aver nemmeno la forza di reagire alle provocazioni. Cronaca nera a parte, la serata gluckiana alla Scala, giovedì, s' è imposta per una sbalorditiva tenuta esecutiva e teatrale. Come i responsabili dello spettacolo avevano anticipato, Alceste, nella primigenia versione viennese del 1767 (quella secondo il libretto italiano di De Calzabigi), è stata finalmente svelata nella splendente totalità. Nessun taglio, nemmeno nei numeri limitati all' orchestra e destinati alle (spartane) danze. Eppure mai una musica dimostrativa e granitica è parsa così naturale e fluida. Muti crede a Alceste, quasi sorvolando su tutto ciò che di provocatorio questa preziosa partitura si porta incancellabilmente dietro. Scontata la fedeltà assoluta alla lettera e condivisa l' impostazione "riformata" d' autore, il direttore ha interpretato Alceste utilizzando come straordinario denominatore comune la concisione linguistica. Per quasi tre ore di musica, l' orchestra scaligera, pur tenuta entro sfumature dinamiche elettrice e cangianti, non ha mai oltrepassato la soglia del forte dando una prova di concentrazione esecutiva superlativa, da mettere sullo stesso piano di quella del coro preparato da Giulio Bertola. Muti sembrava voler dimostrare una volta per tutte come le novità gluckiane, al di là delle osservate premesse teoriche, fossero compresse soprattutto nell' originalissima scrittura strumentale, unica a autorizzare il drenaggio radicale realizzato sul piano della vocalità barocca e della dispersione teatrale "meravigliosa" legata a quel modo di concepire l' opera musicale. Una dimostrazione schiacciante. Un punto di partenza ineludibile, d' ora in poi, per ripensare criticamente e esecutivamente il significato filosofico e spettacolare di questo autore, a duecento anni dalla morte ancora soffocato dalle adozioni estetiche di vario segno. Il Gluck di Orfeo ed Euridice e di Alceste è musica; è strepitoso dominio dei mezzi orchestrali, armonici, timbrici e sentimentali dell' epoca. Inutile cercare lontano: la partitura, ricondotta alla squisita analisi stilistica e espressiva, offre tutte le giustificazioni. Basta lavorarla in profondità come ha fatto Muti, portando l' orchestra a una temperatura emozionante per docilità di fraseggi e facoltà di colorare anche i passaggi meno sagaci di recitativo accompagnato con intenzioni vertiginose. C' è un passo del primo atto, durante l' ultimo duetto tra Evandro e Alceste, che ha fornito la chiave di comprensione dell' intera lettura gluckiana di Muti. Già compresa nella decisione fatale ma ancora confusa Alceste interviene con parole smarrite due volte: per due volte il recitativo s' innanza con una semplicissima sottolineatura degli archi mentre la didascalia librettistica annota "come fuori di sè" e "con maestà e risolutezza": per due attimi che parevano incontenibili l' orchestra di Muti ha creato in un' arcana tensione la definizione musicale e umana più lampante della protagonista. Certo, non sono poi mancate le altre grandi occasioni, in particolare nelle monumentali "scene" con coro dell' atto seguente: ma l' eroina di Euripide con pochissime misure era indelebilmente tratteggiata. Tutto è avvenuto al calor bianco d' una traduzione direttoriale che travalicava il puro dato sonoro, portando l' attenzione degli spettatori a uno stato di partecipazione quasi ipnotica, a tratti faticosa da sopportare, come nella superba scena conclusiva del secondo atto. E qui entrava in gioco l' ammirevole statura interpretativa di Rosalind Plowright, un' Alceste misurata, quasi impassibile di fronte all' inevitabile scelta dettata alla missione coniugale, ma calata nel canto con accenti di commozione autentica e impeccabile definizione vocale. Chi all' inizio non poteva togliersi dalla memoria i precedenti scaligeri (Maria Callas nel 1954 e Leyla Gencer nel 1972), è stato costretto a piegarsi alla toccante definizione della Plowright, che ha saputo trarre vantaggio dalla condotta interpretativa tendenzialmente distaccata, offrendosi tenerissima e quasi indifesa di fronte al rituale impietoso delle parti più geniali della tragedia. Tragedia di configurazione individuale: gli altri personaggi agiscono comunque da comprimari; da testimoni, come il coro. Anche se Gluck non risparmia difficoltà vocali e aperture musicali sublimi, tutte ben risolte. William Matteuzzi (Evandro) e Giuseppe Morino (Admeto) hanno gareggiato tenorilmente scavando con una dizione eccellente e prestanza adeguata. Di spicco l' Ismene di Anne Sofie von Otter; Alberto Noli e Ernesto Gavazzi hanno figurato benissimo, con Aldo Bramante, Giancarlo Boldrini e i due bambini Giuseppe Imperato e Giuseppe Cogliani. Alla restituzione memorabile di questo Alceste ha contribuito esemplarmente il lavoro scenico di Pier Luigi Pizzi. Lineare, neoclassica nell' architettura e nella lattiginosa definizione luminosa, la scena unica ma flessibile ha rivelato spaziature misteriose e allusive. La costruzione circolare, labirintica nel movimento delle pareti, trasfigurava la pura definizione ambientale per fotografare gli smemorati sentimentali della protagonista con una nettezza d' immagine e di suggestione complementare alla fluidità inappagata dell' articolazione musicale. Posizioni, gestualità e movimenti di massa calibratissimi accrescevano la sensazione d' un racconto teatrale colmo di pathos e soffuso di poesia.

THE STAR LEDGER

1987.03.22


MANCHETE       
1987.10.03

1 9 8 8


CORRIERE DELLA SERA             
1988.01.27

LA STAMPA            
1988.01.27

THE SAN FRANCISCO EXAMINER    
1988.02.10

FONO FORUM         
1988 October

LA VANGUARDIA         
1988.11.27

1 9 8 9


GIANNA PEDERZINI
1989
DANIELE RUBBOLI

THE LISBON TRAVIATA     
1989
A PLAY BY TERRENCE McNALLY

LA STAMPA             
1989.05.30

OPERNWELT          
1989 June

1 9 9 0

FRANCO CORELLI

1990
MARINA BOAGNO

MUSICA MAGAZINE            
1990 February

LA STAMPA             
1990.03.10

CLASSIC CD          
1990 May
MICHAEL TANNER

Recording Thievery

 
The most disturbing and surprising fact in the music business today is: Very important, famous singers never work in the recording industry. Two of the most striking examples are: Astrid Varnay and Leyla Gencer.
It’s even more astonishing that the record labels turned their backs on Gencer. Yes, Callas overshadowed Gencer, that’s true. But Gencer’s repertoire was much vaster than Callas’ and she sang more roles. Gencer sang Mozart operas and modern pieces; a repertoire that Callas always avoided. And Gencer was so popular that she had more pirate recordings than any artist in the world. Because she sang operas that nobody else sang and she also had a striking voice. She can only be compared to Callas with her uniqueness and her interpretative skills which are sensitive and intense.
As they should have done with Varnay, the main goal of the record labels is to record the operas with the best performer, not to record again and again with singers who shouldn’t even set their foot on the studio!
How could this collaboration and thievery be explained? Some record label owners claim that the mentioned artists are very hard to work with, they never spare time and clear their schedules for recording etc. It might as well be true. But however, I think that the quality of the music, artists and the voices don’t have much efficiency in the recording industry but it’s the publicists, agencies and impresarios who decide and impose which recordings and who we shall listen to.

1 9 9 1


RADIOCORRIERE.TV             
1991.01.27

IL PICCOLO         
1991.08.23

LA STAMPA         
1991.11.17

LA STAMPA          
1991.11.19

1 9 9 2

GIANNI RAIMONDI

1992
DANIELE RUBBOLI

LES STARS de l'OPERA           
1992

MY FRIEND PAVAROTTI        
1992

THE GREAT OPERA SINGERS             
1992

THE NEW GROVE             

1992

1 9 9 3


RADIOCORRIERE.TV             
1993.03.07

THE GUARDIAN           
1993.10.28

L'UNITA        
1993.12.06

1 9 9 4


FROM THE BOOK "THE BEL CANTO OPERAS" BY CHARLES OSBORNE      
1994 

CASTA DIVA    
1994 January

COURIER-POST            
1994.01.30

LYRICA             
1994 March

DAGENS NYHETER      
1994.11.10
 
Olle Persson får Birgitpriset
 
MUSIK: Tidskriften Musikdramatik har utsett årets Birgitpristagare, barytonen Olle Persson. Närmast kan han höras i Kurt Weills "Berliner Requeim" som spelas i Motala (9/11), Linköping (10/11) och Norrköping (11/11) i Östgöta blåsarsymfonikernas regi. I senaste numret av Musikdramatik skriver även Richard Wagners sonsonson om en resa till koncentrationslägren Theresienstadt och Terezin i Tjeckien, inte så långt belägna från Richard Wagners festspelsstad Bayreuth, och det blev ett mycket smärtsamt möte för Gottfried Wagner. Dessutom finns återblickar på årets sommarfestivaler, ett porträtt av sångerskan Leyla Gencer med mera.