1 9 9 6
Il simbolo della cultura dimenticata
Pavorotti: Finita un’epoca
Milano - Si chiude un' epoca, dice chi lo conosceva, chi gli era stato vicino in teatro. Ma per gli amici, per gli artisti che gli si erano affezionati indelebilmente, Gianandrea Gavazzeni era un grande uomo e un artista ricco di cultura e umanità. Così il mondo della lirica lo ricorda unanimemente. Con il dolore che si prova di fronte alle grandi perdite dice Riccardo Muti: "Gavazzeni è stato per tutti noi musicisti una figura autorevole e un uomo generoso nel consigliarci". E Luciano Pavarotti: "Era il simbolo di una generazione di meravigliosi musicisti. Con lui si chiude l' epoca del belcanto che ora non ha più protagonisti. Era così bello ascoltarlo durante le prove. Non so più nemmeno io quanti Verdi ho fatto con lui, quanti Rigoletto. Con Verdi, io dicevo sempre che lui ci faceva fare le ' frasi alla Gavazzeni' , perché aveva portato le frasi larghe, cogliendo l' esuberanza, la potenza verdiana". Affranti due grandi amici, Leyla Gencer e Carlo Bergonzi che con Gavazzeni hanno condiviso 40 anni di carriera e di vita. Il soprano: "Prima La Fenice, ora il maestro. Per me erano intimamente legati. Con Gavazzeni ho fatto le cose più importanti. Di lui era sorprendente la capacità di essere profondo e brillante. Una delle ultime volte che ci vedemmo, mi regalò ' Le affinità elettive' di Goethe, con una dedica, come faceva sempre". E Bergonzi: "Dopo Karajan, Serafin, Votto, c' era lui. Se ne va un' epoca. Io l' adoravo e lui aveva un' adorazione per me, diceva che solo io potevo cantare ' Si schiude in ciel' dall' ultimo atto dell' Aida". Con Gavazzeni se ne va "un mondo culturale e musicale che, prima ancora che sull' arte ha basato le sue fondamenta su straordinari valori umani" ha ricordato Carlo Fontana, sovrintendente scaligero "per la Scala dove ha diretto per più di 50 anni, ha rappresentato la memoria storica". Commosse Renata Tebaldi che oggi ricorda "la simpatia, la giovialità e la grande cultura" e Mirella Freni che conobbe Gavazzeni nel 1963, alla Scala per L' amico Fritz di Mascagni e che avrebbe cantato nella Fedora scaligera del prossimo marzo: "Abbiamo lavorato insieme soprattutto in questo ultimo periodo. Nel repertorio verista mi ha insegnato tutto". Il soprano Rajna Kabaiwanska, aveva esordito nel mondo della lirica proprio con Gavazzeni: "Mi ha cresciuta lui. Era rimasto l' ultimo direttore a intendere la musica come una schiavitù nobile, come appartenenza totale del direttore al suo pubblico. La musica significava per lui soprattutto un modo per trasmettere emozioni ed io sono cresciuta con questo credo". Carla Fracci confessa che "con Gavazzeni se ne va una grande parte della mia giovinezza. Era il lume di cui si ha bisogno per non sbagliare nel cammino". (anna bandettini) o cresciuta con questo credo". Carla Fracci confessa che "con Gavazzeni se ne va una grande parte della mia giovinezza. Era il lume di cui si ha bisogno per non sbagliare nel cammino".
LA REPUBBLICA
La mia priora per Gavazzeni'
Verona - "Sono andata avanti per forza d' inerzia.
Non avrei voluto: l' ho fatto soltanto per rispettare la sua volontà".
Denia Mazzola Gavazzeni, all' indomani del debutto al Teatro Filarmonico nei
Dialoghi delle Carmelitane di Poulenc, opera che avrebbe dovuto segnare anche
l' ennesimo esordio artistico per Gianandrea Gavazzeni: "Aveva sempre
detto, gli impegni si onorano fino in fondo e i fatti personali non devono
interferire. L' ho fatto anche in segno di affetto e di riconoscenza verso il
teatro, i collaboratori e i colleghi". Il teatro non si ferma, ricordava
l' appassionata prestazione della Mazzola nei panni di Madame Lidoine - parte
che fu di Leyla Gencer nella prima assoluta alla Scala (26 gennaio 1957) -
"la più spirituale dell' opera. La nuova Priora è la vera guida per tutte:
l' ultimo arioso avrei tanto voluto cantarlo per lui. A lui l' ho dedicato. Ma
sentivo che erano in molti a far musica come se fosse presente, l' altra
sera". Gavazzeni non aveva mai diretto Les Dialogues pur amandola molto.
Di certo l' avrebbe fatto offrendosi con la consueta profondità di sentire la
drammaticità delle parole e l' inquietudine dell' esser religioso arso dai
dubbi e indirizzato alla professione individualistica. "Il maestro era
affascinato, oltre che dalla musica dal centro espressivo dell' opera",
ricorda ancora la moglie: "quel continuo discutere sulle ragioni della
vita e della morte fin dalle prime scene, che poi cresce progressivamente pur
senza diventare freddo teologismo, mantenendo anzi una dolorosissima carica
umana. E aveva un' autentica venerazione per il grandioso e terribile ' Salve
Regina' che conclude l' opera (lo intonano le sedici carmelitane mentre salgono
verso la ghigliottina; a ogni testa che cade, una voce si spegne, ndr), una
pagina bellissima e densa: ' questo Salve Regina è la scala per il Paradiso' ,
diceva spesso. Anche per me ha un significato particolare: è l' ultima musica
che gli ho cantato, pochi giorni prima della morte". Gavazzeni che ai
Dialoghi aveva dedicato alcune pagine diaristiche leggibili nella raccolta Il
sipario rosso conosceva anche molto bene l' autore, con il quale "aveva
avuto molte occasioni di incontro. Di Poulenc parlava come un uomo mite, un
pianista brillante e una personalità coltissima. In occasione della nascita dei
Dialoghi ne ricordava la dolcezza e l' incapacità di entrare in conflitto con
le logiche non sempre civili d' una rappresentazione teatrale così complessa e
accompagnata da varie tensioni: prima assoluta, produzione difficile - la
migliore regia della Wallmann, diceva sempre - compagnia di primedonne. Ci
furono molte occasioni di scontro: l' autore non si ribellò né perse mai la
pazienza". Al Filarmonico veronese c' era molta commozione, un clima
intenso a una settimana dalla morte del maestro. Pertinente al carattere
plumbeamente potenziale e celebrativo del martirio cattolico che dà spessore
drammatico all' opera. D' alto livello la qualità esecutiva (molto efficace la
distribuzione vocale con Danielle Streiff ottima protagonista e Anna Schiatti,
Diane Curry, Darina Takova, Antonella Trevisan, Diego D' Auria, Jorge Perdigon
e Alessandro Corbelli) e la classe dell' allestimento Grossi-Fassini importato
dall' Opera di Roma. Per un non meno significativo passaggio di testimone la
guida musicale fervida era di Roberto Tolomelli, scelto a suo tempo da
Gavazzeni come assistente e promosso al primo podio.

The Road to Istanbul
AT THE YAPI KREDI
INTERNATIONAL LEYLA GENCER VOICE COMPETITION
BY BRIAN KELLOW
"Presso Lucrezia Borgia!" That's what Donizetti's anti-heroine chillingly proclaims just before she informs Orsini and his pals that the wine they've just enjoyed was laced with poison.
Joan Sutherland, on London's
recording, is so vocally brilliant that we can forgive her when, at this
crucial moment, she sounds a little like she's calling in the hired hands to
come and get it while it's hot. Leyla Gencer's performance, on the pirate label
Melodram (MLO 270109), is another story: this is a woman of extremes, cold-
blooded enough to dispatch her enemies simply for sullying the good name of Borgia
but collapsing into hysteria when she realizes that she has murdered her own
son in the bargain. The Melodram recording is taken from a 1973 Dallas performance,
and the sound isn't the best. But that was often the fate of Gencer, known
among savvy salesclerks in classical- record shops as "The Pirate
Queen." Partly because her rise to fame coincided so closely with that of
Maria Callas, and partly because the two had so much repertory in common,
Gencer was never snapped up by a major label (she seems to have made no
commercial recordings whatsoever). As a result, her fans have been robbed of
hi-tech preservation of her greatest interpretations, and the younger
generation of opera-lovers may have trouble placing her. It's a pity, since
many of her portrayals, particularly Donizetti's Anna Bolena, are models of bel
canto style. Some accused Gencer of being a Callas imitator, but her own timbre
was quite distinctive, most of all in its haunting pianissimo (her vivid
"Addio del passato" from La Traviata, Turin, 1955, is available on
several discs; she sounds as if the breath of life is being sucked out of her,
phrase by phrase). Gencer also excelled in Mozart (her fiery "Martern
aller Arten" from Die Entführung aus dem Serail can be heard on Myto's
"Leyla Gencer, Vol. 1"), as well as in Verdi, including the composer's
earlier works (one of her biggest successes came with her 1958-59 performances
of the rarely seen La Battaglia di Legnano in Florence). All told, her
repertory included more than seventy works, from Donizetti's Caterina Cornaro
and Prokofiev's The Fiery Angel to Britten's Albert Herring.
Turkish Diva
Leyla Gencer discusses her career with Brian Kellow
OPERA NEWS: Did you have good experience singing in
competitions when you were young?
ON: You made your Italian debut in Naples, in 1953-54.
ON: You worked with so many of the best maestros -- Serafin, De Sabata,
Gavazzeni, Vittorio Gui.... Which one taught you the most?
ON: When you were alternating between bel canto and the heavier Verdi
roles, was it difficult at first to make that adjustment?
ON: How were relations with Callas when you were both at La Scala?
ON: I love your recording of "Martern aller arten" from
Mozart's Entführung. It's an amazing flesh-and-blood performance.
ON: Were there offers from the Met over the years?
ON: Dialogues des Carmélites was so different from anything Poulenc
had written before. Were you nervous about the way the La Scala premiere would
be received?
ON: You also sang in the premiere of Pizzetti's Assassinio nella
Cattedrale in 1958.
ON: When you look in a reference book and see an entry about yourself,
how do you feel about the way your career is represented?
ON: What do you hope the Yapi Kredi Competition will accomplish?
Solo peccato veniale da splendido sessantenne

LA REPUBBLICA
Pizzi: 'Il mio Macbeth scende nell’Arena
Verona - "Se Macbeth è l' opera dello smarrimento,
della fatale solitudine e della notte invocata come complice, nessuno spazio è
più adatto a evocarla della gigantesca volta del cielo spalancata dal catino
dell' Arena". Parola di Pier Luigi Pizzi, autore dell' attesa messa in
scena del Macbeth di Verdi che inaugura venerdì sera il 75esimo Festival
areniano. Forte di una lunga confidenza con il capolavoro, affrontato per la
prima volta come scenografo nel 1969 (per la regia di Giorgio De Lullo all'
Opera di Roma: protagonista era Leyla Gencer) e di una militanza
anticonformista degli spalti areniani già ridisegnati per 'Turandot' (1969) e
'Carmen' (1970), Pier Luigi Pizzi non crede al luogo comune delle opere
'areniane' . Anzi: "Dal mio punto di vista non potrei mai fare qui 'Aida'
, che ritengo partitura intima come nessun' altra", confessa il regista
che sta già montando l' 'Attila' che debutterà al Teatro Alighieri di Ravenna
il 21 prossimo, "mentre mi appassiona l' idea di tradurre la claustrofobia
di Macbeth in una sorta di fredda agorafobia, con i destini dei due
protagonisti 'mossi' sempre dalle streghe (il coro e alcuni mimi insieme) ma
schiacciati dall' immenso firmamento". La scena creata da Pizzi sviluppa
lungo l' asse orizzontale "uno spettacolo tutto proiettato verso il
pubblico", mentre le gradinate dietro il palcoscenico rimarranno deserte.
Unico colpo di scena, l' apparizione del castello di Macbeth: "Salirà dal
nulla, come per un sinistro incantesimo, e avrà l' aspetto di una gigantesca trappola,
un' insidiosa esca per Duncano, vittima designata". E' solo la terza
volta, dopo il 1971 e il 1982, che il capolavoro giovanile verdiano (titolo
scelto, nella versione originale del 1847 anche per aprire il Festival di
Martina Franca, tra venti giorni) approda in Arena. Lo fa con la veste delle
grandi occasioni: spettacolo annunciato avvincente, coppia protagonistica di
richiamo e collaudata (Maria Guleghina e Paolo Gavanelli) con Carlo Colombara e
Giorgio Merighi a completare la prima distribuzione, Carla Fracci ("una
sorta di doppio di Lady Macbeth") interprete della danze e John Neschling
sul podio delle otto recite, fino al 26 agosto. Secondo titolo, Madama
Butterfly, altro nuovo allestimento in prima da sabato (mentre domenica rinasce
per l' ennesimo anno Aida nella versione storica 1913, diretta da Nello Santi).
Debutto in casa per il veronese Beni Montresor, anche lui autore di regia,
scene e costumi. Lo spettacolo, dedicato a Raina Kabaivanska che sarà Cio-Cio
San per l' ultima volta, ha nove repliche (fino al 29 agosto) e sarà diretto da
Angelo Campori: Francesca Franci è Suzuki, Keith Olsen Pinkerton, Giorgio
Zancanaro Sharpless. Anche in questo caso, l' allestimento non cerca
monumentalità estranee alla musica e lascia respirare i marmi areniani. Scenografia
di base, oltre al bianco accecante rituale colore giapponese di morte, saranno
le luci che Montresor ha voluto moltiplicare attraverso un gioco di specchi che
investe i controllati gesti del personaggio della popolare tragedia giapponese.
1 9 9 8
In the Beginning 1952 to 1965
In 1952, a newly formed group calling itself the San Diego Opera Guild managed to bring a production of the prestigious San Francisco Opera to town. With much hoopla and press fanfare, the show opened for a one-night stand in one of the very few local venues large enough to accommodate such an extravaganza, San Diego High School's Russ Auditorium.
But while the venue was quaintly provincial, the performance was not. Excitement was high, for right here in our humble little city, better known for its tourist beaches, aircraft factories and military installations than for its culture, was a major-league La bohème, starring soprano Dorothy Kirsten and tenor Jan Peerce, both gigantic American celebrities at the peak of their popularity.
That remarkable evening had been the result of numerous ladies' club luncheon meetings dating back to 1947, when a San Diego Committee of the Opera Guild of Southern California was informally shaped, with prominent socialite Mrs. Edgar A. Luce as chairman. Every fall since 1937, Los Angeles had been hosting an extensive out-of-town "second" San Francisco Opera season at the enormous Shrine Auditorium. In 1949 Mrs. Luce began discussions with San Francisco Opera representatives about the possibility of importing productions to San Diego during those annual Los Angeles visits. With the help of the Los Angeles-based Opera Guild of Southern California, the San Diego Opera Guild was officially established on January 20, 1950, at a tea given by Mrs. William Paxton Cary. Mrs. Luce was made president.
After the Guild's second imported production in 1953, a flawlessly cast The Barber of Seville with Giulietta Simionato, Cesare Valletti, Frank Guarrera, Salvatore Baccaloni and Nicola Rossi-Lemeni, conducted by Tullio Serafin, one of La Scala's greatest maestros, the visiting company abandoned the acoustically atrocious Russ Auditorium for the Fox Theater, today's Copley Symphony Hall. The San Francisco Opera continued its San Diego visits there for 12 consecutive fall seasons.
From 1954 to 1955, one annual presentation was all our local Guild could manage, but from 1956 to 1957 the seasons expanded to two operas each, and from 1958 to 1965 the yearly offerings swelled to three. Performances invariably took place in late October and/or early to mid-November.
During those memorable seasons, the greatest international opera stars came to town. Today their names are the stuff of legend: Elisabeth Schwarzkopf, Victoria de los Angeles, Anna Moffo, Leonie Rysanek, Licia Albanese, Joan Sutherland, Leyla Gencer, Pilar Lorengar, Blanche Thebom, Ettore Bastianini, Jess Thomas, James McCracken, Jon Vickers, Franco Corelli, Mario del Monaco, Tito Gobbi, Geraint Evans and Robert Merrill, just to name a few.
Because her La bohème helped start it all, and because she was a glamorous woman and a compelling artist, particularly in Puccini operas, Dorothy Kirsten was a big favorite with local audiences. They could not get enough of this uniquely American diva, and she sang here five more times.
In 1954 the American soprano came to town to portray Tosca, one of her trademark heroines. Goaded into a jealous fury by tenor Brian Sullivan's Cavaradossi and reduced to sobs by baritone Robert Weede's menacing Scarpia, Kirsten thrilled her audience. The next year she exacted more tears as Puccini's tragic jilted geisha in Madama Butterfly. Tenor Giuseppe Campora was the dastardly Lieutenant Pinkerton, Margaret Roggero the Suzuki, and Louis Quilico, Sharpless.
1959 witnessed one of Kirsten's specialty roles outside the Puccini repertoire, Fiora in Montemezzi's L'amore dei tre re, an opera once hailed as a masterpiece but seldom performed today. Giuseppe Zampieri was Fiora's lover, Avito; Guarrera was Manfredo, Fiora's husband; and Giorgio Tozzi, the vengeful old blind king, Archibaldo.
San Diegans saw Kirsten next in 1960 in her second Tosca here, with Zampieri and Mario Zanasi, Silvio Varviso conducting. The diva's final performance here (outside of a 1965 concert sponsored by the Guild) came in 1963 with The Queen of Spades, co-starring Regina Resnik, Janis Martin, James McCracken, John Shaw and Thomas Stewart, conducted by Leopold Ludwig. Kirsten's stature as San Diego's favorite diva was never rivaled until 1970, when Beverly Sills began her long love affair with San Diego Opera audiences.
Albanese's touchingly vulnerable Marguerite and Siepi's charismatic Méphistophélès were just two highlights of a stunning Faust in 1956. By today's standards, the singers might constitute something close to a "dream cast." Peerce was the eponymous hero, Cornell MacNeil the Valentin, Margaret Roggero the Siebel, with Jean Morel conducting. This was followed by a delightful 1956 Così fan tutte with Schwarzkopf's incomparable Fiordiligi, superbly matched by Nell Rankin as sister Dorabella. Patrice Munsel was the sprightly Despina, Richard Lewis and Guarrera were the two boyfriends, and Lorenzo Alvary the mischievous Don Alfonso.
In 1957 the most famous and controversial opera star on the planet was Maria Callas. Miraculously, she was slated for a performance of Lucia di Lammermoor at the Fox Theater that year, but the diva's problems with San Francisco Opera director Kurt Herbert Adler ultimately resulted in the cancellation of her contract. This was a crushing disappointment to many devout Callas worshippers (who knew her largely from her many recordings on Angel Records). Adler enlisted a relatively unknown Turkish soprano, Leyla Gencer, as "La Divina's" replacement.
On October 31, 1957, San Diego got Gencer, not in Lucia but in La traviata (with Jon Crain and Robert Merrill), but her unique vocal style and histrionics went largely unappreciated, probably due to the disappointment over the absence of Callas. Once more, the season had begun with a slight let-down: soprano Herva Nelli, more distinguished for rumors of having been Toscanini's mistress than for her singing, was the heroine in a lackluster Aida, remarkable only for mezzo-soprano Blanche Thebom's electric performance as Amneris.
Gencer came to town for the following 1958 season in Manon with Lewis, Alvary and Quilico, conducted by Jean Fournet. Few in the audience that year had a hint of what the future held in store for the diva. Today Gencer is a cult figure rivaled only by Callas and Magda Olivero in the wide, weird and wonderful world of "pirate" - making that "private" - recordings. Collectors would kill for recordings of those San Diego performances, if any exist.
1959 saw Carmen starring Vickers as Don José, with Gloria Lane as his gypsy lover; plus, the Kirsten L'amore dei tre re and a thoroughly Italianate Otello with Mario del Monaco, Gabriella Tucci, and Giuseppe Zampieri, conducted by Francesco Molinari-Pradelli. The 1960 season brought Der Rosenkavalier with Schwarzkopf, Kurt Böhme, and Hertha Topper, Varviso conducting; and La sonnambula with Moffo, Sylvia Stahlman, Janis Martin, Nicola Monti and Tozzi, Molinari-Pradelli conducting.
Joan Sutherland exploded onto the international scene in 1961, and San Diegans saw her Lucia at the Fox on November 3, with Renato Cioni as Edgardo, Molinari-Pradelli conducting. "La Stupenda's" performance left audiences and critics gasping for breath. "The voice itself is one of the modern seven wonders," wrote San Diego Union music critic Alan Kriegsman. Twelve years later, Sutherland would appear again in San Diego, not with the San Francisco Opera, however, but with our very own San Diego Opera.
The 1960s began with the San Francisco Opera at the Fox Theater and ended with the San Diego Opera in the present Civic Theatre. November 9 brought more excitement with Gre Brouwenstijn, Fritz Uhl, and sensational newcomer Marilyn Horne as Marcellina in Fidelio. "She bids fair to emerge at the top of the heap in the future," correctly prophesied Kriegsman, who was also ecstatic after a November 16 Rigoletto with MacNeil and Mary Costa.
Operatic life went on at the Fox with an amazing Don Giovanni with Evans, Schwarzkopf, Lewis, set by Franco Zeffirelli, and Ludwig conducting; Il trovatore with Elinor Ross, McCracken and Bastianini; and a Cav-and-Pag bill starring Evans, Sandor Konya, Wilma Lipp, Glade Peterson and Irene Dalis, directed by Tito Capobianco. Kriegsman found Capobianco's direction "obvious, but unpretentious and wholly effective." Thirteen years after Kriegsman's assessment of the man's work, Capobianco would be made artistic director of San Diego Opera.
Remarkable productions continued in 1962: Don Giovanni with memorable leading ladies Victoria de los Angeles, Schwarzkopf, and Jolanda Meneguzzer, plus Tozzi and Evans, Ludwig conducting; and II trovatore with Elinor Ross, Sona Cervena, McCracken, Bastianini, John Macurdy, Molinari-Pradelli conducting. An alternately thrilling and hilarious Falstaff came in 1963 with Evans' incomparable impersonation of the fat knight, plus Mary Costa, Thomas Stewart, Janis Martin, and Janos Ferencsik conducting. The season was fleshed out by the aforementioned Resnik-Kirsten-McCracken Queen of Spades; and The Valkyrie with Vickers' matchless Siegmund, Otto Edelmann's imposing Wotan, Amy Shuard as Brünnhilde, Siv Ericsdotter as Sieglinde, and Ludwig conducting.
1964, the last SFO season at the Fox, saw Tito Gobbi's brilliant Gianni Schicchi on a double bill with Carmina Burana featuring the then very popular Mary Costa. Resnik, Lorengar, and Vickers were heard in Carmen. The year closed with McCracken's celebrated Otello, partnered by Lorengar as his long- suffering bride, Desdemona; Molinari-Pradelli conducted.
One of the profound ironies of our local cultural life is that the Fox Theatre, now glamorous and respectable in its expensively refurbished state, was reviled at the time as being inappropriate for so highbrow an undertaking as grand opera. During the days of the San Francisco Opera's visits, the Fox auditorium's acoustics were only marginally better than those of Russ. You could not make out any words, no matter what the language. Nor was the place ideally equipped for large stage shows - and who wanted to sit in seats stuck with chewing gum and redolent of rancid buttered popcorn?
The embarrassment of having to attend high art/high society functions in a lowly movie theater eventually resulted in a campaign to build a new civic auditorium. When the actual designs for such a building were finally unveiled in 1962, the seating capacity was calculated with the San Francisco Opera's visits in mind. There were, in fact, some objections to plans for such a capacious hall. "How far should three yearly performances of the San Francisco Opera dictate our needs?" queried The San Diego Union's critic, Kriegsman.
But the visionaries who dreamed and fought for our present Civic Theatre were numerous in the San Diego Opera Guild, as well as in the local press. Bruno Ussher, a San Diego Union music critic before Kriegsman, was vociferous on the subject for several years. Guild member Mrs. George Roy Stevenson summed up the issue, saying, "Only with the possession of appropriate and necessary facilities, now sadly lacking, will our citizens know the happy and beneficent experience of developing their cultural life as they deserve."
By the mid-'60s, Los Angelenos had finally built their long-dreamed-of Music Center. Its crowning jewel, the Dorothy Chandler Pavilion, turned out to be a theater with only half the seating capacity of Shrine Auditorium. Audiences were eager to frequent their more intimate temple to the arts and quickly lost all interest in going to the cavernous Shrine to take in any event more cultural than a three-ring circus. San Francisco Opera's management, however, much preferred the larger revenues of the huge conventioneers' venue. The Pavilion meant smaller crowds and dwindling profits, and soon the company threatened to stop coming to Los Angeles altogether. Since the SFO's San Diego visits had always been a mere side-junket stemming from the much larger Los Angeles season, our local opera season seemed doomed.
But the San Diego Opera Guild was prepared for this worst-case scenario. What the Guild had really wanted for some time was its own San Diego company in a brand-new theater. ……
Anniversaire Donizetti
L E Y L A G E N C E R
L ' u l t i m a r e g i n a
En cette année où l'on célèbre le 150ème anniversaire de la disparition de Gaetano Donizetti, avec deux résurrections d'importance cet automne - Alahor in Granata à Séville, puis l'édition critique de Dom Sébastien, roi de Portugal à Bergame et à Bologne -, l'une des figures emblématiques de la renaissance du compositeur ouvre pour nous son album de souvenirs. Entre 1957 (débuts donizettiens dans Lucia di Lammermoor) et 1979 (adieux à Lucrezia Borgia), Leyla Gencer a porté très haut le flambeau de la re- découverte, tirant de l'oubli Roberto Devereux en 1964, Maria Stuarda en 1967, Belisario en 1969, Caterina Cornaro en 1972 et Les Martyrs en 1975.
Même si vous avez chanté les
répertoires les plus différents au cours de votre carrière, de Monteverdi à
Prokofiev, en passant par Mozart, Rossini, Verdi et Puccini, votre nom reste
indissolublement lié à celui de Donizetti. Comment l'expliquez-vous ?
Dès le départ, Donizetti m'a
attirée, par sa sensibilité que je qualifierais de « moderne », par sa capacité
à comprendre les nombreuses variations qui peuvent affecter l'âme humaine, au
fil des vicissitudes de l'existence. Dans lesscènes de folie de ses opéras,
vous ressentez cette force dramatique, née de changements qui surviennent à
l'improviste, mais aussi de l'évocation des souvenirs du passé, dans une âme
qui, petit à petit, s'évade de la réalité.
Quelles sont les principales
exigences de la vocalità donizettienne ?
Je m'insurge quand j'entends
affirmer que les grands chefs ne dirigent pas Donizetti parce que l'orchestre,
dans ses ouvrages lyriques, est un simple accompagnateur du bel canto... C'est
faux ! A son époque, le bel canto avait jeté ses derniers feux, et Donizetti a
opéré une véritable révolution en pliant le chant aux exigences du théâtre. Je
l'ai senti tout au long de mon itinéraire artistique, plus que d'autres, peut-être,
dans la mesure où je n'ai pas systématiquement accordé la priorité à la beauté
du son et à la perfection de la ligne. Car, pour un artiste, le plus
intéressant reste la manière dont il utilise sa voix pour adhérer au plus près
à chaque situation dramatique.
Certains chanteurs, pourtant,
n'hésitent pas à rajouter des suraigus, à interpoler des cadences de leur cru,
voire à changer carrément un air à droite à gauche...
Tout ajout, toute déformation,
tout changement arbitraire relève, à mon sens, du sacrilège. Depuis quarante
ans, tout a été fait pour montrer au public ce qu'était réellement le théâtre
de Donizetti: une structure extrêmement moderne, qui peut parler aux yeux et
aux oreilles de tous, en cette fin de XXème siècle. Revenir en arrière, c'est
privilégier une interprétation stéréotypée, démodée... comme si l'on visitait
un magasin d'antiquités !
On reproche souvent aux opéras de
Donizetti leurs intrigues, de « petites histoires » qui n'auraient aucune
consistance dramaturgique. Qu'en pensez-vous ?
Ce ne sont en rien de « petites
histoires » : chaque opéra possède sa propre finalité dramaturgique, sa propre
construction. Cette soidisant faiblesse est l'un des prétextes qu'invoquent les
grands chefs pour se tenir à l'écart de Donizetti. Mais la vérité est ailleurs
: cette musique est en réalité d'une difficulté redoutable, l'orchestre devant
délivrer son propre message, particulièrement périlleux à cerner pour un
maestro. Ici, tout est affaire d'intuition, qualité qui n'est pas accordée à
tout le monde !
A quand remonte votre première
rencontre avec Donizetti ?
Au cours de l'été 1949, alors que
j'étais encore à Istanbul, Giannina Arangi-Lombardi m'a fait travailler l'air
d'entrée de Lucrezia Borgia, en s'appuyant sur sa propre interprétation au
disque. Un véritable coup de foudre ! J'ai ensuite suivi Arangi-Lombardi au
Conservatoire d'Ankara, et elle m'a énormément appris sur le plan vocal bien
sûr, dans la mesure où elle chantait d'une manière extrêmement moderne pour son
époque, mais également scénique.
Quel a été votre premier rôle
donizettien à la scène ?
Lucia di Lammermoor, à San Francisco. Tout est parti d'une rencontre au Théâtre d'Etat d'Ankara, avec un chef italien qui s'appelait Di Ferdinando. C'est avec lui que j'ai découvert que ma voix me prédisposait naturellement au chant virtuose, que les montées dans le suraigu ne me posaient aucun problème, alors qu'Arangi-Lombardi m'orientait davantage
vers le lirico, lirico
drammatico, voyant en moi son héritière. Di Ferdinando m'a conseillé deux airs
: la folie de Lucia et la finale du premier acte de La Traviata qui, dès lors,
sont devenus mes exercices favoris. Je n'aime pas, en effet, aligner les
vocalises dans le vide, et je préfère avoir un air comme support. En 1957, au
pied levé, l'Opéra de San Francisco m'a proposé le rôle de Lucia dans son
intégralité, et je l'ai appris en cinq jours ! Une folie, mais la réussite a
été au rendez-vous : le personnage m'est apparu sous toutes ses facettes dès la
première lecture et, si je l'ai ensuite rechanté à Trieste, puis à Venise, mon
incarnation n'a jamais changé !
Un après Lucia, vous abordez Anna
Bolena : quels souvenirs gardez-vous de cette période ?
C'est l'une des plus fascinantes
de toute ma carrière, l'époque où j'ai eu la chance de travailler avec
Gianandrea Gavazzeni, puis avec Vittorio Gui, en particulier quand, pendant
l'été 1965, nous nous sommes tous retrouvés à Glyndebourne, où je reprenais le
rôle d'Anna Bolena, abordé à la RAI, en 1958. J'ai beaucoup appris en
dialoguant avec eux, beaucoup de choses sur la musique et l'opéra, mais aussi
sur la culture en général, dont ces deux hommes exceptionnels étaient
d'incomparables ambassadeurs.
Après Anna Bolena et Elisabetta
de Roberto Devereux, comment avez-vous abordé le rôle de Maria Stuarda,
troisième reine Tudor de votre itinéraire ?
Maria Stuarda est très différente
d'Anna Bolena et d'Elisabetta, très éloignée également de la vérité historique,
Donizetti et son librettiste ayant mythifié la reine d'Ecosse, en particulier
dans sa dimension spirituelle, presque mystique, qui en fait un symbole d'amour
et de sacrifice. Le personnage n'en demeure pas moins fascinant, dans son
mélange de douceur et de violence presque incontrôlée, avec ses crimes, ses
péchés, sa soif de pouvoir et cette passion dévorante qui l'habite. Le point
culminant du rôle demeure la scène de la confession, dans laquelle je me suis
to talement
investie, comme si j'étais un
médium pénétrant l'esprit d'une personne disparue. J'ai rarement vécu dans mon
existence pareille immersion... cela tient presque du miracle ! J'adore
également le tableau final, et je me souviens encore de l'émotion éprouvée au
moment de mon entrée, tout au fond de la scène, vêtue d'une robe rouge et d'un
immense voile noir. Je m'avançais au milieu des dames de compagnie en attaquant
l'extraordinaire récitatif d'introduction, et je voyais les larmes couler sur
leur visage : elles y croyaient vraiment ! Peut-être est-ce qui manque le plus
dans l'opéra à l'heure actuelle, cette faculté de transmettre immédiatement
l'émotion, par le seul biais de la musique...
Cette recréation de Maria Stuarda
au Mai Musical Florentin, en 1967, dans un spectacle de De Lullo et Pizzi,
appartient à la légende de l'opéra. Aviez-vous le sentiment, à l'époque, de
participer à une véritable opération de « renaissance » du genre, sous la
houlette de metteurs en scène et de scénographes avides d'imposer une lumière
nouvelle ?
Luchino Visconti, vous savez, a
suivi toutes les répétitions de Maria Stuarda ! De Lullo et Pizzi, d'autre
part, étaient entourés d'une équipe de jeunes créateurs qui ont largement
contribué à la réussite finale... Tout était nouveau à l'époque : les décors «
modernes », faits à partir de rien ; le rôle prédominant des éclairages ; la
superposition et la fusion des coloris, le noir et l'argent en l'occurrence,
parfois illuminés de rares touches de lumière (le blanc et or de la robe
d'Elisabetta, par exemple, à son entrée).
Un an plus tôt, au San Carlo de
Naples, vous aviez imposé une autre grande héroïne tragique de Donizetti :
Lucrezia Borgia. Comment la situez-vous par rapport aux reines Tudor ?
C'est probablement le personnage
que j'ai le moins ressenti de l'intérieur. Par rapport au projet initial, le
chef avait changé, mes partenaires ne m'inspiraient guère, et l'atmosphère de
magie qui avait entouré Roberto Devereux ou Anna Bolena était absente... De
fait, je n'ai pas le souvenir de quelque chose d'exceptionnel.
Les scènes finales sont-elles,
comme on l'affirme souvent, les moments les plus réussis des opéras de
Donizetti ?
Je crois que c'est là que
Donizetti a donné ce qu'il avait de plus fort. Dans Belisario, par exemple, que
j'ai chanté à Venise, en 1969, pour la première fois en ce siècle, la scène finale
donne le vertige ! Toute la gamme des sentiments y passe: repentir, remords, désespoir...
jusqu'au point culminant, digne d'une tragédie de Shakespeare. J'ai beaucoup
aimé cet opéra, situé à Byzance, où s'interpénètrent les cadres de la tragédie
classique et les passions les plus furieusement romantiques. L'accueil,
d'ailleurs, a été triomphal sur la Lagune, sous la baguette de Gavazzeni.
Avec la résurrection des Martyrs
à Bergame, en 1975, vous avez, pour la première fois, abordé la partie
française de la création donizettienne. Comment vous y êtes-vous préparée ?
Ma connaissance de la littérature
française m'a beaucoup aidée. A treize ans, j'avais déjà lu l’essentiel ! A
l'époque, je souhaitais devenir actrice, et Sarah Bernhardt était mon modèle.
J'ai donc dévoré le théâtre de Corneille, de Racine, mais aussi de nombreux
poèmes, tant classiques que contemporains. Au moment d'étudier Les Martyrs,
tout m'est revenu en mémoire : la longue respiration des alexandrins, la
poétique des souvenirs, proustienne avant l'heure, la noble force du devoir
transmuée en amour...
Comment voyez-vous l'évolution de
cette « Donizetti Renaissance », dont vous avez vécu la période la plus exaltante
?
Depuis deux ans, bicentenaire oblige, les théâtres programment Donizetti, mais comme s'il s'agissait d'un devoir ! Pas vraiment convaincus de la grandeur du musicien, ils ne contribuent pas à la réévaluation de son image auprès du grand public, et seuls les musicologues y trouvent en définitive leur compte. Je le regrette... Bien sûr, il ne s'agit pas de reproduire ce que nous avons fait il y a trente ans. Il faut faire encore mieux, aller encore plus loin, à condition d'avoir à sa disposition des personnalités vocales d'envergure, douées d'intelligence et de sensibilité, capables de tirer profit des expériences du passé... sans oublier des chefs persuadés de la valeur de cette musique !
Propos recueillis par Franca Cella
Franca Cella est l'auteur d'un ouvrage extrêmement complet sur Leyla Gencer, publié en 1986, en langue italienne : Leyla Gencer, romanzo vero di una primadonna. CGS Edizioni, Venise. 546 pages.
Le disque (as of 1998)
Rôle-titre
Gui/Sgourda, Oncina, Zanasi
Venise 1964. Nuova Era*
Rôle-titre
Gavazzeni/Simionato, Prevedi, Zaccaria
Milan 1965. GFC
Lausanne 1966. Myto*
Elvira
Quadri/G. Raimondi, Ausensi, Mazzoli
Buenos Aires 1961. Myto*
Rôle-titre
Franci/Mazzucato, Fioroni, Bottion, R. Raimondi
Venise 1968. Claque*
Rôle-titre
De Fabritiis/Lazzarini, Zambon, Sordello
Naples 1966. Bongiovanni*
Rôle-titre
Gavazzeni/Simionato, Rota, Bertocci, Clabassi
Milan 1958. Nuova Era*
Glyndebourne 1965. Hunt*
Antonina
Gavazzeni/Gencer, Pecile, Grilli, Taddei
Venise 1969. Melodram*
Bergame 1970. Arkadia*
Rôle-titre
Cillario/Aragall, Bruson, Clabassi
Naples 1972. Myto*
New York 1973. On Stage*
Rôle-titre
De Fabritiis/Prandelli, Carta, Botteghelli
Trieste 1957 Melodram*
Rôle-titre
Franci/Rota, Aragall, Petri
Naples 1966. Hunt*
Milan 1970. GDS*
Bergame 1971 (extraits). Myto*
Dallas 1973. Melodram*
Rôle-titre
Molinari-Pradelli/Verrett, Tagliavini, Ferrin, Fioravanti
Florence 1967. Nuova Era* / GOP*
Pauline
Camozzo/Di Felici, Bruson, Roni
Bergame 1975. Myto*
Venise 1978. Italian Opera Rarities*
Elisabetta
Rossi/Rota, Bondino, Cappuccilli
Naples 1964. Hunt*
Gavazzeni/Pecile, Moretti, Ferrin
HRE
Rôle-titre
Gui/Picchi, D'Orazi, Piacenti
Rome 1967. GOP
Milan 1972. Foyer*
Santuzza
Cattini/Zambon, Meliciani
Naples 1971 (extraits). MRF
Charlotte
Cillario/Tavolaccini, Tagliavini, Borriello
Trieste 1959. Arkadia*
Ottavia
Maderna/Bumbry, Di Stefano, Rinaldi
Milan 1967 (extraits). Myto*
Donna Anna
Solti/Jurinac, Freni, Siepi, Evans, Lewis
Londres 1962. GDS*
Rôle-titre
Capuana/Mattiucci, Del Bianco, Quilico
Naples 1967. Arkadia*
Primo corifea
Gavazzeni/Rossi-Lemeni, Maionica, Ortica
Milan 1958. UORC
Rôle-titre
De Fabritiis/Bordin Nave, Pecile, Grilli, Zanasi, R. Raimondi
Venise 1971. Mondo Musica*
Rome 1971. Melodram*
Madame Lidoine
Sanzogno/Zeani, Ratti, Pederzini, Cossotto
Milan 1957. Legendary
Renata
Kertesz/Carturan, Panerai, Carlin, Campi
Spolète 1959. GOP
Rôle-titre
Bellezza/De Santis, Taddei
Naples 1955. GOP*
Liù
De Fabritiis/Udovich, Corelli
Naples 1962 (extraits). Bongiovanni*
Edali
La Rosa Parodi/Pirazzini, Gavarini, Colzani, Monreale
Milan 1957. EJS
Rôle-titre
Sanzogno/Geszty, Grilli, Bottazzo Palerme
1970. Myto*
Palerme 1971. BJR
Matilde
Previtali/G. Raimondi, Guelfi,Washington
Naples 1965. GOP*
Rossi/Casoni, Alva, Robinson
Nuova Era*
La Falena
Gavazzeni/Lantieri, Bondino, D'Anna
Trieste 1976. Bongiovanni*
Julia
Previtali/Mattiucci, Merolla, Bruson,Ferrin
Palerme 1969. Nuova Era*
Lisa
Sanzogno/Annaloro, Radev, Bruscantini, Vinco
Milan 1961. GOP
Rôle-titre
Capuana/Cossotto, Bergonzi,Colzani, Giaiotti
Vérone 1966. GDS*
Odabella
Muti/Luchetti, Mittelmann, Ghiaurov
Florence 1972. Foyer*
Newark 1972. Robin Hood
Amelia
De Fabritiis/Lazzarini, Gatta,Bergonzi, Zanasi
Bologne 1961. Movimento Musica*
Lida
Gui/Limarilli, Taddei, Washington
Florence 1959. Fonit Cetra
Trieste 1963. HRE
Elisabetta
Previtali/Cossotto, Prevedi,Bruscantini, Ghiaurov
Rome 1968. Melodram*
Lucrezia
Serafin/Picchi, Guelfi, Maddalena
Venise 1957. Arkadia*
Elvira
Wolf-Ferrari/Cecchele, Taddei, R.Raimondi
Oviedo 1968. GDS*
Catane 1972. GOP*
Leonora
Votto/Carturan, Di Stefano, Protti, Siepi
Cologne 1957. Melodram*
Bologne 1964. GFC
Hélène
Gavazzeni/Aragall, Guelfi Venise 1963. Melodram*
Lady Macbeth
Gui/Taddei, Picchi, Mazzoli
Palerme 1960. GOP*
Venise 1968. Mondo Musica*
Gilda
Quadri/Burello, G. Raimondi, McNeil, Algorta
Buenos Aires 1960. GOP*
Amelia
Gavazzeni/Gobbi, Tozzi, Zampieri
Salzbourg 1961. Melodram
Violetta
Rescigno/Labo, Cappuccilli
Rio de Janeiro 1964 (extraits). Bongiovanni*
Leonora
Previtali/Barbieri, Del Monaco,Bastianini, Clabassi
Milan 1957. GOP*
Elena
Gavazzeni/Limarilli, Guelfi, Rossi-Lemeni
Rome 1964. Nuova Era*
Milan 1971 (extraits). Myto*
Agathe
Ziliani/Scotto, Christoff
Turin 1956 (extraits). On Stage*
Rôle-titre
Capuana/Cioni, Colzani
Trieste 1961. Arkadia*
Caterina Cornaro, Roberto Devereux, Maria Stuarda, Lucrezia Borgia, Il trovatore, La forza del destino, Aida, La Traviata, La Wally
Fonit Cetra*
Die Entführung aus dem Serail, La forza del destino, Suor Angelica, Lucia di Lammermoor
avec Luigi Infantino
Fonit Cetra*
Chopin - Bellini - Donizetti - Rossini Guerrini, piano
Cetra
Schumann - Liszt
Guerrini, piano
Cetra
Magaloff, piano
Arkadia*
Lucia di Lammermoor, Die Entführung aus dem Serail, Suor Angelica, La forza del destino, I due Foscari
Arkadia*
Die Entführung aus dem Serail, Idomeneo, Le nozze di Figaro, Don Giovanni Hunt*
Medea, Norma, Belisario, Maria Stuarda, Anna Bolena, Macbeth, II trovatore, Un ballo in maschera, La forza del destino, Don Carlo
Nuova Era*
Monteverdi - Vivaldi - Beethoven - Rossini - Spontini - Pacini – Donizetti - Carissimi - Mayr - Haendel – Bizet - Verdi
Scalera, piano
Bongiovanni*
Madama Butterfly, Eugène Onéguine, Tosca, Il trovatore, La forza del destino, Aida, La Traviata, La Wally, Die Entführung aus dem Serail, Suor Angelica, Lucia di Lammermoor, Dialogues des Carmélites, Monte Ivnor
Myto*
Il trovatore, La forza del destino, Lucia di Lammermoor, I due Foscari, Assassinio nella cattedrale, Il tabarro, Suor Angelica, Anna Bolena
Myto*
Schwanda, Simon Boccanegra, Werther, La battaglia di Legnano, L'Ange de feu
Myto*
Roberto Devereux, Nabucco, Macbeth, La forza del destino, Anna Bolena
Discoreale
Roberto Devereux, Anna Bolena, Maria Stuarda, Lucrezia Borgia, Macbeth, La battaglia di Legnano, I Vespri siciliani, I due Foscari, Nabucco, Jérusalem
EJS
Jaguar
Rôle-titre
Capuana/Cossotto, Bergonzi, Colzani, Giaiotti
Vérone 1966. Hardy Classic
Leonora
Previtali/Barbieri, Del Monaco, Bastianini, Clabassi
Studio 1957. Hardy Classic
Werther
Charlotte
Simonetto / Ballinari, Oncina,Sordello
Studio 1955. Hardy Classics
Testimonianza di un interprete donizettiana.
Intervista a Leyla Gencer per Opera International
Intervista A Leyla Gencer
1797-1848, 200. Anni fa nascava, 150 anni fa moriva Gaetano Donizetti. Due stagioni di anniversari ravvicinati hanne stimoleto un panorama internazionale di esecuzieni, risceperte, conbegni, mostre, rapportie con un compositore acclamanto dai suoi centemporanci, poi ridinensienate a pochi titoli trainvanti, e recuperate oggi cen 56 opere, sulla 70 compostia.
Ne parliano com Leyla Gencer, interprete pilota della rinascita donizettiana degli anni 1960-1970, con le sue riscerparte di regine ed eroine, la carica di sucesso popolare restitaite a Donizetti, la ricerca di una verita donizettiana preseguita sensa sesta. 11 opere di impatta olamerese, subito multiplicate della represe ne grandi teatri, dall’Italia a Edinburgh a New York, a della diffusione caprillare di registratizioni live a CD; liriche da camera prefuse con seduzione nei suoi concerti, a fervere di docente, attualmente in oarica all’Accademia di perfezionamente del Teatro alla Scala.
Il feeling che ci attira a Donizetti?
La sua sensibilita moderna al momento psicologia. Forse la malattia gli dava la capacita di capire che cosa di profondo e quanti cambiamenti puo subire la mente umana, a seconda delle vicende, dei traumi che subisce. Nelle sue pazzie c’e assolutamente questa forza drammatica di cambiamenti repentini, improvissi,
GAZETTA MATOVA
Casa Verdi anche per giovani musicisti
Milano - La casa di riposo per musicisti`Fondazione Giuseppe Verdi' di Milanoospiterà dal `99 anche giovani studenti meritevolie bisognosi. "La Fondazione - ha detto ilpresidente Antonio Magnocavallo - ha procedutoad una riforma dello statuto: dal `99 CasaVerdi ospiterà anche studenti di musica di Conservatorio,Civica e Accademia della Scala, scelticon criteri di merito e disagio. Si cominceràda 2 a 4 ma sempre con la precedenza agli anzianimusicisti". A festeggiare la novità (proprioil 10 ottobre di 185 anni fa nacque GiuseppeVerdi), un vero e proprio `parterre de roi':da Saverio Borrelli a Giuseppe Di Stefano, Leyla Gencer, Giulietta Simionato, Magda Olivero.In 100 anni `Casa Verdi' ha ospitato piùdi 5000 anziani musicisti. Oggi gli ospiti sono60. Le stanze dopo la ristrutturazione saranno72. L'idea di aprire ai giovani è piaciuta ancheai grandi direttori Muti, Chailly, Abbado.
1 9 9 9
Forget the
The reissued official Callas discography reveals the
art that will last, which the diva's image often obscures
That, at any rate, is how it looks now, more than two decades after her death, at fifty-three, in her lonely Paris apartment. Though her glory years at La Scala, Covent Garden, the Opéra, and the Met lie some forty years back, sales of her recordings have never flagged. Indeed, so high has her stock remained that the industry giant EMI marked its centennial, last year, with a second CD reissue of the entire Callas discography as it was originally issued on Angel LPs. The company has included several live performances of unusual fare, previously available only on entrepreneurial labels. Remastered, repackaged, and accompanied by partisan yet judicious new commentary, the EMI cache runs to some thirty complete operas (including multiple versions of Lucia di Lammermoor, Norma, and La traviata, Callas specialties all), plus nearly a dozen recital discs. Unlike many vintage opera albums. which sell at budget prices, EMI's Callas titles still command top dollar.
Keepers of other flames fume about corporate greed and wish out loud that the public would light more candles for the icons they prefer. Renata Tebaldi, Joan Sutherland, Montserrat Caballé, Beverly Sills, or the undervalued Leyla Gencer from Turkey. But Callas was never the invention of some publicity machine. Nor is her cult-as some nay-sayers believe- the unearned dividend of her private soap opera (the ill-fated romance with Aristotle Onassis) or professional blowups (remarkably few, actually-a walkout here, a run-in there, all justified). True, in her lifetime a malicious, uncomprehending press splashed her across the front page. But at this late date all that matters is her supremacy as an artist. The danger for the future is that the legend will eclipse the work that new generations will take her greatness on faith alone.
A listener approaching the Callas legacy probably expects an altogether different beast. Who has not heard of Callas the tigress, of the dazzle of her coloratura, the frequent squalls that beset her high notes? The mind pieces together a caricature of a Jezebel of the stage, chewing the scenery, goading the groundlings to a frenzy with mannerism, stopping the show with a drop-dead vocal display.
In fact, the essence of her art was refinement. The term seems odd for a performer whose imagination and means of expression were so prodigious. She was eminently capable of the grand gesture: still, judging strictly from the evidence of her recordings, we know (and her few existing film clips confirm) that her power flowed not from excess but from unbroken concentration, unfaltering truth in the moment. It flowed also from irreproachable musicianship. People say that Callas would not hesitate to distort a vocal line for dramatic effect. In the throes of operatic passion plenty of singers snarl, growl, whine, and shriek. Callas was not one of them. She found all she needed in the notes.
As it happens, one of the first two opera albums I owned as a boy was her first recording for Angel: the 1953 Lucia di Lammermoor. (Unless noted, all recordings referred to are available on CD from EMI. The sound quality varies with the source materials but is generally state-of- the-art. Other material is obtainable on different labels, but caveat emptor: price. sound quality, and availability vary greatly.) In Donizetti's opera, derived from a romance by Sir Walter Scott, the heroine makes her entrance in a state of deep ap prehension. She awaits her lover at their trysting place. She must warn him of impending peril. He is late. Adding to her dread, as she soon reveals to a confidante, is a recent brush with a ghost-the spirit of a woman stabbed by her lover and left entombed in the very fountain near which Lucia now stands. "Quella fonte, ah!" she cries, launching the dreadful story: "Oh, that fountain!" Who could forget the chilly stab to the heart?
Years ago, I collected a wide spectrum of Callas recordings. I wore out my LPs of Cherubini's Medea and taped her Carmen (a role she never sang onstage) from the radio. In a scene that anticipated Terrence McNally's play The Lisbon Travia to a friend in college played me a pirate tape of the Triumphal Scene from Aida. breathless with anticipation for the climactic high E-flat that Verdi never wrote. Another friend introduced me to Callas the Wagnerian, floating through Isolde's Liebestod in Italian. In the seventies I witnessed the diva herself on the stage of Boston's Symphony Hall, on her rather sad final tour. Then, for ages, her albums gathered dust on my shelves. Not until the latest EMI reissue did, I attempt a comprehensive survey. Now, after playing no fewer than forty-one of Callas's complete performances in quick succession (and in purposely arbitrary order), covering all the EMI titles plus exotica from other sources, I wonder more than ever at the gap between her image and her art.
No Callas performance no syllable of the text, no note of the score, went unexamined. Singers so attuned to dramatic nuance-there are not many-are liable to come across as nervous and infirm of purpose, like writers who italicize everything and thus stress nothing. Art means choices, as we all know: to play up A, we give up B. In defiance of this incontrovertible theory. Callas could on occasion sculpt a passage instant by instant without losing sight of her target. At the opening of Act Three of the studio recording of Medea, taped in 1957, she honed each word of the invocation of the gods of hell to an edge of ferocity. Her usual practice, though, was to set the mood and then place expressive accents sparingly. Lucia's frisson by the fountain was only that, and that was all it needed to be. In the part of the doomed Anne Boleyn, in Donizetti's Anna Bolena, Callas fired off ball's-eye zingers at Henry VIII, well aware that Anne is on thin ice, as the tremor in her anger showed. In the "Miserere" from trovatore she smiled at grief. The finale of Medea, in contrast, had to be tremendous, and so it was. In a live performance in Florence in 1953 Callas rode the last phrases as if they were tidal waves surging to the abyss. (The passage is a bonus track on the complete 1958 Dallas Medea, on Gala, an excellent budget label.)
However deep their gifts of sympathy and self-transformation, actors privileged to test themselves against a gallery of the great roles reveal over time the bedrock of their own hearts and souls. As the constant in Callas, we discover a rare nobility, a proud, unflinching submission to fate. How apt, one might say: according to a dictum espoused notably by Puccini.
… the notion of amplified singing is totally incompatible with the accepted values of opera as an art form and makes a mockery of the conscientious efforts which I trust continue in the cause of the grand tradition. It might be felt that the matter should be laughed off as so obviously ludicrous, but my source, an editorial member (of Asahi Shinbun), spoke so knowledgeably that I think a serious probing is in order. Surely what is at issue, if sustainable, is so momentous as to make those arguments over surtitles pale into insignificance.
Singers such as Marilyn Horne refer somewhat ambiguously to the practice, and rumors have circulated around sound amplification at the Met, New York. Several critics took the ENO to task for its unedifying coarse amplification of Weill's The Rise and Fall of the City of Mahagony in 1995 (Milnes in The Times 8 June and Porter The Sunday Times 11 June).
5. Of all the monuments of the century past, the Ring-revolutionary in its musical techniques and dramaturgic goals, all-embracing in scope and theme, and more than twenty- five years in the making-is at once the largest and most impressive in sheer scale (Bowie 1989 93).
Superstitions reign:
June Anderson (1993: 25) is pleased she is a Capricorn because there is a serenity within me which keeps some sort of balance Edita Gruberova also has Capricornian patience and persistence (p.98); Ragnar Ulfung (1975: 839) has that Piscean quality of being both reserved and yet also scintillatingly talkative. Shirley Verrett (*1973: 585) 'wanted my life to be the way I planned it. Maybe it's because I'm Gemini with Cancer rising. Not for Maria Stratas are the good luck charms used by other singers-teddy bears, photos of relations. She brings to her dressing room’s four sack in memory of the bed linens her mother made from such materials when she was a child: Marie McLaughlin's friends and family light candles for me whenever I sing (1993 1391). Ethnic stereotyping is rampant: Catherine Malfitano has Sicilian blood on her father's side, Russian and Irish on her mother's so it’s a bit hot-blooded all round, with some of that strange melancholy from the Russian, and a kind of crazy arrogance and humor from the Irish (1993: 1145) Julia Varady is Rumanian but calls herself Hungarian she has the quicksilver character, the quick-witted charm of her nation (1992: 646). though which one we are not told, John Lanigan (1971: 21) owed his dogged determination to being Australian; Alberto Remedios, though from Liverpool, owed his vocal qualities to his Spanish grandfather (1973 15) Leyla Gencer says that like all Moslems, I am lazy and a fatalist, instantly resigned to adversity (1972 692), although her interviewer disagrees-she has always fought tooth and nail. Régine Crespin, French, inherited from her Italian mother Latin vitality, sincerity, and forwardness of acting (1963: 229), so that, as Kundry, in Parsifal, all the passion, warmth, femininity, tenderness, were still there but endowed with some elemental strength; Jones is 'grateful to be Welsh. We're dreamers with a capacity for childlike simplicity and fantasies... sentimental, warm and religious, and they believe in things being preordained, as I do' (1990: 12). Fiorenza Cossotto agrees: "Our destiny is written for us (Hines 1982: 70). As for Grace Bumbry Fate took a hand in her career as early as high school (*1970 506). Singers have unlucky theatres which they can do little about for Leonie Rysanek (1994:15) and Hildegard Behrens ("1991: 502) it is Covent Garden Whatever the origins of stardom star quality would appear to be there for all to see: Ruggero Raimondi has 'charisma and an actor's instinct (1994a: 509) Pavarotti has what Rosa Ponselle defined as "that something impossible to describe which is the ability to communicate in just the same way as Caruso did! (1981: 123); and the charisma is gender-differentiated: like Lehmann (Lotte), Crespin has 'elemental feminine projection (*1963: 228)
Given the hands dealt by God, Nature and the planets, it sometimes takes a surprisingly long time for mere mortals to recognize the star in their midst.
The career of Caballé emphasizes two important facts of operatic life that we are sometimes reluctant to acknowledge the singing to an unsurpassed degree: 'actor/actress singers such as Gencer (*1972: 695) Watson who completely identifies with her roles (1970: 1006); Pauline Tinsley who has always 'complete absorption in character (1982: 266): Baker a unique actor and exemplary singer (1970: 581) Silja: There is no boundary between what she acts and what she sings a completely musical-dramatic thing (1969: 194; and Agnes Baltsa who has a way of imprinting each character she becomes with a distinctive individuality through her own association of words and music, each shaped and stimulated by the other... [her] performances are never predictable" ("1985: 483) Windgassen created characters as a whole by penetrating their psychology. Towards this end the actual singing is only one means among many, controlled, intelligent and methodical he was often close to tears in performance (1962); her character studies are so real, like meeting actual people (Resnik's 1963:14): Crespin's elemental feminine projection enables the audience to sense the flesh and blood present behind the stage conventions (1963: 228). Baker claimed that 'Everything you do must mean something both to the artist and the audience. Whatever I'm interpreting must be reality. If you can achieve that other things will come naturally (*1970: 395). The greatness of Domgraf-Fassbender lay in his ability to use singing as a means of expressing tangible human emotions. His character portrayals were natural and convincing... with penetrating intensity, the selfsame qualities possessed by his daughter (Fassbender 1981: 789). There is a real sense here of actor-singers being the truest servants of their art, rather than the sometimes more famous stars. Popp (1982: 132) had the attributes of a true artist, rather than those of a manufactured or over glamorized star, by the essential musicality of her performance.
Talk of fearless intensity and charisma suggests an emotional involvement which might reduce singers to tears or worse.
I vividly remember the end of the second act of La fanciulle del West in Rio de Janeiro in 1964. I was laughing hysterically when the curtain fell and something snapped inside me. I stopped laughing and fell to the ground. I didn't faint. I was in a state of trance. They picked me up and Laura Guelfi, the wife of Giangiacomo, who played Rance, started to slap me in the face, apologising all the time. I managed to go for the curtain call but felt like an automaton and kept repeating a sentence over and over again (Olivero 1994: 15).
Olivero, the most famous Adriana Lecouvreur, likens this experience to Adriana's words 'umile encella del genio creator? (one must annul one's own identity and recapture the inspiration of the composer). Vickers sees the danger of such a commitment, referring to Wagner's reaction to the intensity of Tristan's Act III extended scene: "What have I done? What have I done? When Vickers was asked what effect, this act had on him during and after the performance, he replied:
Oh nothing, nothing at all when I prepare a role, I prepare it in a completely objective way. If when you sing Tristan you allow yourself to get caught up in the emotion of the opera, you will not survive. All the human emotions which are felt are automatically reflected in the human voice, and if you did not have a little policeman who said 'so much and no more... then you'd tear your voice to ribbons. You cannot surrender yourself to emotions (Vickers 1982: 362)
Stanislavski noted that, if an actor claims:
I entered into my role so completely, I was so powerfully affected by it that I began to weep and could not stop, (s)he must be warned that she has taken a wrong turn. This way lies hysteria ...not art. We must understand emotions (but) have a technique to control them the creative capacity of a singer or an actor is a science, which like other sciences has to be developed through study (Cannon 1982: 1111).
Some certainly feel that Olivero's way was hysteria, but in its own terms it was controlled and undoubtedly highly effective.
Considering the fact that she never made any commercial recordings or sang at New York's Metropolitan Opera, Turkish soprano Leyla Gencer enjoys a strong artistic reputation that continues to grow with the passage of time. Born in Istanbul (standard reference works note the year as 1924, but Gencer has told interviewers the correct year is 1928) to a Polish Roman Catholic mother and a wealthy Turkish Muslim father, she made her stage debut in 1950 in Ankara singing the role of Santuzza. She entered several singing competitions in Turkey, and although she never won any, the young singer remained confident about her future prospects, having received strong support from her coaches Giannina Arangi-Lombardi and Apollo Granforte. Only when she began to sing in Italy in 1953 did Gencer be- come a star. Her Italian debut, which took place in Naples, tested the young singer's ability to work under extreme pressure. After an audition, she was asked if she wanted to sing in Cavalleria Rusticana. Her answer was in the affirmative, but she noted in passing that while she had indeed sung the work on stage, it was in Turkish not Italian. With only five days to learn her role in Italian, Gencer mastered it so well that her appearance, before 10,000 demanding Italian opera fans, was a triumph.
Within months, Gencer was engaged by Naples' San Carlo Opera House to sing in both Madama Butterfly and Eugene Onegin (which she sang in Italian, as is customary in Italy, al- though it is a Russian opera). Over the next decades, she would perform at most of the world's great opera houses, working with noted conductors including the legendary Italian maestro Tullio Serafin. The venerable Serafin put Gencer on the path to her later career as a bel canto singer, and it was with him that she learned roles, including Aida and Norma, for a number of operas. By 1956, Gencer was appearing regularly at Milan's La Scala Opera House. In 1957, she had the signal honour of singing the "Libera me" from Verdi's Requiem at the La Scala memorial service for its greatest musician, Arturo Toscanini. She rapidly built up a loyal following of fans who cheered her at every performance. Gencer appeared in several world premiere performances at La Scala, including Dialogues des Carmélites by Francis Poulenc in January 1957 and Assassinio nella cattedrale by Ildebrando Pizzetti in March 1958.
By the end of the 1950s, Gencer had become a major figure in the opera world, presenting annual guest appearances at Florence's Maggio musicale and the San Francisco Opera. In 1959, she sang at the Spoleto Festival in one of the rare performances of Sergei Prokofiev's The Fiery Angel. In 1961, Gencer made her Austrian premiere, appearing on stage both at the Vienna State Opera as well as the Salzburg Festival, where her performance of Amelia in Verdi's Simon Boccanegra earned rave reviews from critics and standing ovations from audiences. Gencer thrilled her audiences with portrayals of well-known heroines but also learned roles from a number of less well- known and virtually forgotten operas (by the end of her career, she had a repertory of 72 operas, overwhelmingly Italian but also including such modern works as Prokofiev's The Fiery Angel and Benjamin Britten's Albert Herring). In 1972, she appeared at Naples' Teatro San Carlo in the title role of Donizetti's long-neglected opera Caterina Cornaro.
Leyla Gencer brought not only great artistic talent to her singing and acting, but often provided new insights into old performing traditions that were in danger of becoming stale and hackneyed. Because she learned singing in a part of the world where European music was only one aspect of musical life, Gencer was not totally immersed in traditions: "Everything was new for me. When I studied, I remained very close to the score as written. I didn't imitate anyone. I sang according to my own musical conception, according to my own musical understanding. My colleagues had grown up in the verismo era and believed you always had to sing forte. Perhaps because I hadn't heard the others, I was untainted by any vestige of the infamous age of verismo [which placed an] emphasis on loud singing, on exaggeration. I sang with delicacy and nuance- a style that in a few years everyone imitated."
Leyla Gencer ended her opera career in 1983 but concertized until 1992. Since then, she has divided her time and energy between serving on competition juries and giving master classes. In 1995, a proud Turkish nation witnessed the first Yapi Kredi International Leyla Gencer Voice Competition. Held in Istanbul, it attracted young singers from around the world and was praised as a major cultural event that would only grow in importance in the future. By the end of the 1990s, a large number of Gencer live recordings from various phases of her long and remarkable career were available for opera lovers to enjoy and critique. Modern technology has thus been able to preserve the legacy of a great singing actress, an artist regarded by many critics as being "one of the last of the last prima donnas in the truly grand manner."
Blyth, Alan, ed. Opera on Record. London: Hutchinson, 1979.
Cella, Franca. Leyla Gencer: Romanzo vero di una prima donna. Venice: CGS, 1986.
Celletti, Rodolfo. "Leyla Gencer," In Opera. Vol. 23, no. 8. August 1972, pp. 692-696.
Hathaway, J. "Turkish Delight," in Opera News. Vol. 61, no. 1. July 1996, p. 6.
Kellow, Brian. "The Road to Istanbul," in Opera News. Vol. 60, no. 13. March 16, 1996, pp. 36-37.
- "Turkish Diva," in Opera News. Vol. 60, no. 13. March 16, 1996, pp. 38-39.
Luten, C.J. "Leyla Gencer, in Opera News. Vol. 62, no.
9. January 17, 1998, p. 39.
Mansel, Philip. "On the Bosphorus," in Opera News. Vol. 53, no. 16. May 1989, pp. 36-37.
Mark, Michael. "Leyla Gencer," in American Record Guide. Vol. 61, no. 4. July 1998, pp. 267-268.
Pines, Roger. "Another View," in Opera News. Vol. 58, no. 8. January 8, 1994, p. 33.
Sachs, Harvey. Toscanini. Philadelphia, PA: J.B. Lippin- cott, 1978.
Zucker, Stefan. "Leyla Gencer" (Bel Canto Society/Opera
Fanatic/Internet).
John Haag
■ La legendaria soprano
turca, una de la grandes voces del siglo, forma parte del jurado de la 36.a
edición del Concurs de Cant Francesc Viñas, que se inaugura hoy oficialmente
■ La 36." edición del Concurs Internacional de Cant Francesc Viñas se abre esta tarde oficialmente en el tradicional escenario del Saló de Cent del Ayuntamiento de Barcelona con un pregón del alcalde Joan Clos y un posterior recital protagonizado por la so prano coreana Sumi Joganadora del concurso en 1985 y el tenor catalán Eduard Giménez, que, acompañados al piano por Irina Prilipko, interpreta rán arias y canciones de Tosti, Bellini, Rossini, Dell'Acqua, Donizetti y Johann Strauss.
Sumi Jo fue precisamente una de las artistas que abrieron las puertas al aluvión de cantantes corea nos que engrosan las listas de los concursos de canto en los últimos tiempos. Así, Corea vuelve a ser un año más el país más representado en el concurso Vi ñas, con 49 representantes sobre un total de 225 par- ticipantes provenientes de 38 estados, desde todas las grandes naciones europeas, hasta Canadá, Brasil o Singapur. Por España participan 35 cantantes.
Las pruebas comenzaron este pasado miércoles y se sucederán hasta la gran final, que se llevará a cabo en el teatro Victòria el próximo viernes por la tarde. El domingo 24 tendrá lugar el tradicional concierto final de los ganadores con la Orquestra del Liceu, en el Palau de la Música y bajo la batuta de Javier Pérez Batista. En el jurado del concuro figuran, además de las cantantes mencionadas, varios directivos de des tacados teatros de ópera.
"Lo de por qué apenas si se me ofreció hacer grabaciones constitu ye un gran misterio también para mi. Supongo que se debió a factores comerciales. En mi época habla varias grandes cantantes. Si no hice discos quizá fue porque se temía que hiciera sombra a otras. Además yo nunca tuve manager. Nunca me he preocupado por los aspectos comerciales de mi carrera; mis colegas de hoy creo que se saben organizar mucho mejor en este tema. Para mí, cantar ha sido una pasión y nunca me he preocupado por el dinero. Yo nunca he sido rica, nunca gané mucho dinero y el que tenía me lo gastaba. Estoy muy contenta de haber sido así."
"Nunca me preocupé por los aspectos comerciales; mis colegas de hoy creo que se organizan mucho mejor en este tema".
LA REPUBBLICA
Tre anni dal rogo, la Fenice non rinasce
Venezia - C' era un taglio di luna, e un' aria secca,
quasi ferma, quella sera. Un cielo pulito che si vestì di fuoco e colorò di
rosso, non erano neanche le nove, quando la Fenice bruciò, prima il tetto, poi
tutta, si consumò in meno di una notte, come una scatola di fiammiferi. Era il
29 gennaio del 1996, sono passati tre anni, il suo scheletro è ancora lì,
dentro una gabbia di tubi, ferme le gru, chiuso il cantiere, monumento alla
vergogna. Ricorsi, denunce, tribunali, tutto bloccato, nessuno che sa dire quando
i lavori ricominceranno, nessuno che osa dire quando Venezia riavrà la Fenice.
Se la riavrà. E il mondo che aveva pianto, che si era mosso, che aveva mandato
soldi (6 miliardi), e altri 8 ne aveva messi a disposizione su conti esteri,
adesso s' indigna. Negli uffici del teatro, box piantati attorno al tendone del
Palafenice nello squallore dell' isola-parcheggio del Tronchetto, piovono
messaggi di rabbia e di dolore, da ogni parte, nel terzo anniversario dell'
incendio. E' domani. Una ricorrenza mesta, senza discorsi, senza celebrazioni,
senza più promesse. Solo una trasmissione alla radio, la mattina (RadioTre) e
un concerto gratuito, la sera, nella chiesa di S. Stefano, organizzato dai
lavoratori del teatro, che usano parole come "impotenza, preoccupazione,
scetticismo, disattenzione, disagio", perché le prospettive di una
riapertura "si allontanano". "Venezia senza teatro, senza
teatri, è gravemente ferita, priva di memoria, di festa, di fantasia" dice
il regista Maurizio Scaparro, che sente "tornare l' amarezza, l' emozione,
la frustrazione". I messaggi alla Fenice, a tre anni dal rogo, piovono via
internet, via fax, via posta. E se c' è ancora, nonostante tutto, speranza,
nelle parole dei grandi nomi, come Leyla Gencer, Dee Dee Bridgewater ("spero
tanto di tornare a cantare nel teatro dove, prima di me, si sono esibiti Ella
Fitzgerald e Ray Charles"), c' è solo sdegno e amarezza in quelli del
popolo del loggione. "Dov' era, com' era, e dove non sarà mai ?" si
chiede Michele Girardi, musicologo di Parma, che accomuna "la colpa
atroce" di chi ha appiccato l' incendio a quella di chi "ne ostacola
la ricostruzione". Una "decisione sconcertante" quella di
sospendere i lavori, per Luca Garau, di Varese, che accusa la commissione prefettizia:
"Con un bando di quel genere il gioco di corsi e ricorsi e ricorsi ancora,
non era solo un rischio ma una certezza". Ma ce n' è anche per i veneziani
"che sono sempre stati inarrivabili per baloccarsi con le parole"
scrive Daria Mazzurana da Milano, e per i politici: "Signor Sindaco,
Signor Prefetto, Signori Ministri - chiede Giulia Perocco - quando potremo dire
di nuovo "è" e non "era" della Fenice? Da qualche mese ho
scoperto che dico "era", vuol dire che il teatro sta diventando il
passato, un pezzo morto, un brandello della memoria...". "E'
umiliante - accusa Alvise Zanchi, veneziano, trentun anni e "nessuna
fiducia di rivedere un' opera nel mio teatro" - ed è difficile non
sentirsi traditi, orfani, feriti, e non scoprire in una luce sinistra, come dei
personaggi da farsa amara, i politici e i responsabili che omettono di esporsi
e di pronunciarsi con forza per sbloccare la situazione". "Stupidità,
ignominia, incapacità" accusa Gabriele Visentini che se la prende con gli
appalti chiamati "trasparenti" e invece "gestiti sempre alla
stessa maniera" e con gli amministratori responsabili che si dimostrano,
viceversa, "irresponsabili". C' è anche chi manda un racconto, come
Giolonardo Dell' Arpa, musicista, che scrive di "un ragazzino che rivuole
il suo sogno": "a lui non frega nulla dei soldi, della burocrazia,
delle leggi e degli imbrogli: lui vuole di nuovo il suo luogo del sogno,
rivuole il suo teatro". E c' è chi, più pragmaticamente, come la contessa
Barbara Valmarana, manda un appello al ministro Melandri: "Ci aiuti, e
aiuti i veneziani a riavere il loro teatro". Ma c' è anche chi, come
Pierfranco Moliterni, docente all' università di Bari, chiede di non
dimenticare il Petruzzelli, per far sì che "con l' aiuto di tutti e senza
l' indifferenza di alcuno" risorga anche "il teatro dei
pugliesi". Dall' America, dalla Francia, dall' Australia arrivano anche
auguri e messaggi di speranza. "Fortuna e successo per la
ricostruzione" scrive Claudia Meuli da Costanza, "Aspettiamo la
riapertura con grande impazienza" dicono dall' associazione "Art et
Fugue" di Ginevra, "che il teatro mi aspetti" digita Maura
Termite da Milano, e Enrico Balli da Torino scrive venti volte la parola
"solidarietà". E' una pioggia di messaggi. Roberto da Pavia, Claudio
da Milano, Simone da Lucca, Francesco da Vicenza, Carlo da Torino, Cristiano da
Ferrara, Alberto da Udine, Richard da Pistoia... perché, come scrive Leonardo,
da Arezzo, "una storia così non può finire... stringete i denti!".
SCHERZO.- En 1962 debutó en el Gran Teatro del Liceo cantando Norma por primera vez en su camera con un éxito extraordinario y después sólo volvió en 1975, con Poliuto, de Donizetti. ¿Cómo recuerda su paso por el desaparecido coliseo barcelonés?
S.- Usted logró imponerse en los escenarios sin el apoyo de las multinacionales del disco y agencias artisticas. ¿Cómo se explica los motivos por los que fue marginada por la industria discográfica?
S.- Afortunadamente, la industria corsaria ha reparado esa injusticia y la proliferación de grabaciones piratas con sus gloriosas veladas mantienen vi va su leyenda entre las jovenes generaciones de aficionados al bel canto
L. G.- He vivido para el canto y he contribuido a enriquecer el repertorio operístico no sólo con los titulos de Donizetti, también con las obras del joven Verdi, que son maravillosas; ahí está esa Jerusa lem con Jaime Aragall, que enton- ces tenía una voz preciosa y los agudos necesarios, o I due Foscari, que canté en Venecia en 1954, La battaglia di Legnano o Macbeth, que es una de las óperas que más satisfacciones me ha dado... Es muy dificil escoger una obra favorita, porque siempre he cantado obras maravillosas. Desde luego está la Norma, Roberto De vereux, Maria Stuarda y Belisario serian probablemente mis obras favoritas en el terreno donizettiano. Siempre he cantado Donizetti estudiando la psicologia de los personajes, porque hasta en sus agilidades era un compositor que siempre escribía al servicio de una razón expresiva, aunque cada vez hay más sopranos que lo cantan con una dicción horrorosa y con una simple exhibición de técnica vocal que a mí, sinceramente, no me emociona lo más mínimo. Por cierto, también voy camino de convertirme en la reina de los videos históricos, gracias a la colección que vienen editando los archivos de la RAI y la Arena de Verona, y ahí están Il trovatore, con Mario del Monaco, Barbieri y Bastianini, Aida, con la Cossotto y Bergonzi o Werther, con Juan Oncina. Son parte de mi vida en la escena y me encanta verlas en los mercados. [Javier Pérez Senz]
IV. Pratique
Bienvenue
De la curiosité au fanatisme,
Parvenus au bout de ce périple à travers siècles et
genres, voix et ouvrages, théâtres et festivals, vous voici fin prêt à vous
muer en lyricomane aussi fervent que farouche.
Qu'est-ce qu'un lyricomane?
• Le disque de Florence Foster-Jenkins (RCA) : Au musée des horreurs lyriques (très fourni comme on peut s'en douter), le fameux enregistrement que cette milliardaire réalisa lors d'un de ses récitals à Carnegie Hall en 1944 est à marquer d'une pierre mauve. Doté d'une voix qui soutient la comparaison avec les plus belles sonneries de portable et d'une témérité à toute épreuve, ce rossignol new-yorkais se lance dans les grands tubes du soprano colorature. Incontournable.
• La vidéocassette des adieux à la scène d'Anna Russell (VAI): Encore une Américaine aux talents vocaux précaires, mais qui, elle, en était consciente, au point de se recycler dans le deuxième degré. Filmée ici à un âge avancé, Anna Russell offre à entendre son cheval de bataille : une présentation du Ring de Wagner avec exemples musicaux et mines déconfites à l'appui. Pour les anglophones seulement.
• Le IIe acte de Tosca avec Maria Callas (EMI): Afin de pouvoir s'extasier en toute connaissance de cause (voir le chapitre L'écran lyrique, p. 219).
• Les jumelles de théâtre : Outil délicieusement daté, indispensable au mélomane désargenté, et qui généralement ne grossit rien du tout.
• L'affiche dédicacée par Carlos Kleiber: Le chic du chic, à peu près introuvable aujourd'hui. Pour les collectionneurs qui en ont les moyens, une telle relique produit autant d'effet sur un mur qu'un Niki de Saint Phalle.
Dernières précisions, inspirées de Daniel Pennac:
Les droits imprescriptibles du
lyricomane:
Bon voyage...
Carlo Fontana mi propone una grande esposizione in occasione del primo centenario della morte di Giuseppe Verdi, innovembre, al Palazzo Reale di Milano. Grazie della fiducia, ma devo pensarci su. Si fa presto a dire Verdi. "Va pensiero".Viva V.E.R.D.I. Non si sa da che parte cominciare. Ci sono — mi dice — fonti inesauribili di materiale fra il Museo delTeatro alla Scala e l'Archivio di Casa Ricordi.Ho paura che si tratti essenzialmente di una mostra cartacea, senz'anima: lettere, libretti, spartiti, fogli autografi, bozzettidi scena, figurini di costumi. Carta. Dov'è il grande impatto visivo? Dov'è l'emozione? Penso che sarebbe meglio cherinunciassi, perché ho passato troppi anni della mia carriera in trincea a battermi con tutta la passione della fede che lamusica di Verdi ha fatto nascere in me per rassegnarmi ad abbassare le armi proprio adesso. Non posso fare a Verdi questotorto; gli devo troppi momenti di vera commozione, così rari in chi si è indurito in tanti anni di mestiere. Mi basta pensare aun "Libera me, Domine" intonato da Leyla Gencer a Massenzio in una notte d'estate tanti anni fa: nel pensare questamostra devo ritrovare questo tipo di emozione. Bisogna mettersi al lavoro con animo puro: tornare a Busseto, a VillaSant'Agata, sentire Verdi vivo.Spiego tutto questo a Carlo Fontana, a Francesco Degrada, a Pierluigi Petrobelli, a Gabriele Dotto, lo racconto a RiccardoMuti. Sono tutti d'accordo, per fortuna: non solo carta, dunque, non solo documenti, ma immagini di vita e di lavoroevocate attraverso i luoghi veri e le opere, nel clima che le ha ispirate. Perciò ci devono essere la casa natale di Roncole e lacamera a Villa Sant'Agata, per la cui ricostruzione dovrò coinvolgere i Carrara Verdi, ottenerne la fiducia e lacomprensione. Si devono raccontare per immagini i mondi nei quali Verdi è stato da subito protagonista, dal Teatro allaScala dei suoi esordi clamorosi ai salotti milanesi degli incontri determinanti, da Manzoni a Francesco Hayez, la cui pitturastorica tanto ha nutrito la sua cultura figurativa. Bisogna raccontare la sua influenza sull'editoria musicale, illustrare il suoimpegno politico e sociale, da cui nasce con gesto generoso la Casa di Riposo per Musicisti. Forse si dovrebbe riuscire araccogliere i resti sparsi della stanza dell'Hótel de Milan, per ritrovare il silenzio profondo e la solitudine del momento in cuiil grande Maestro si è spento.Poi si deve affrontare il suo monumentale lavoro. Tutte indistintamente le sue opere devono essere documentate condisegni di scene e costumi. Posso contare per questo sulla infallibilità di Mercedes Viale Ferrero e la complicità di VittoriaCrespi Morbio. Con Degrada e Petrobelli abbiamo già deciso di dare spazio alle fonti letterarie, perché tutti capiscano cheVerdi possedeva una solida cultura, per niente provinciale, e un senso assoluto del teatro, che faceva di lui un registaconsapevole. Bisogna che la sua biblioteca sia presente, almeno in parte, nel percorso della mostra. Siccome sono uomo diteatro, non resisto alla tentazione di ricostituire una delle scene più spettacolari: il trionfo di Aida, che penso di evocaremolto liberamente a partire dal bozzetto e dai costumi di Magnani per la prima rappresentazione alla Scala nel 1872. Mabisogna mettersi subito al lavoro: non c'è un minuto da perdere. Ho già dei compagni di cordata: gli architetti FrancescoMuti e Luca Rolla, Gigi Saccomandi e Giovanna Buzzi; e mi rassicura che tutto sia tenuto sotto controllo da RobertaCavallini. Per celebrare il mito di Verdi penso a una ricostruzione in scala ridotta — partendo dai venti bozzetti superstiti di Ximenes, che rappresentano altrettanti personaggi verdiani — del monumento che la città di Parma dedicò nel 1913 allamemoria del Maestro, e che la guerra e l'insensibilità civile hanno cancellato.Questa sintesi evocativa dell'opera di Verdi dovrebbe, spero, lasciare in chiusura un segno al visitatore: ricordare ad ognunoquale immenso patrimonio d'amore questo grande uomo ci ha lasciato in eredità, per sempre.
2 0
0 1
I VIP della lirica racontano ecco a voi “Il Mio Verdi”
Da Muti a Liliana Cavani a ciascuno il suo Verdi
Il baritono Leo Nucci parla del sentimento di dolore espresso nel coro degli ebrei del Nabucco. Il regista Jonathan Miller spiega la sua interpretazione provocatoria del Rigoletto, dove il gobbo diventa un barista losco, sciancato e mafioso. Luca Ronconi racconta il suo stretto rapporto col Trovatore, opera poeticamente densa e complessa. Riccardo Muti esprime la sua felicità nel dirigere il Faslstaff. Sono solo alcune delle testimonianze raccolte dalla gioornalista Leonetta Bentivoglio nel libro Il mio Verdi (Socrates edizioni) presentato ieri alla Scala. La parola non è data ai musicologi o ai critici, ma a sedici tra interpreti, registi, direttori che hanno portato in scena i dodici più grandi capolavori del compositore di Busseto: da Macbeth (Renato Bruson e Leyla Gencer) a Traviata (Liliana Cavani e Zubin Meta), dal Ballo in maschera (Luciano Pavarotti) alla Forza del destino (Giuseppe Sinopoli), dal Don Carlo (Myungwhun Chung), ad Aida (Riccardo Chailly e Franco Zeffirelli), da Simon Boccanegra (Claudio Abbado e Mirella Freni) a Otello (Peter Stein). La prefazione è di Carlo Fontana, le schede delle opere di Angelo Foletto. La presentazione è stata l' occasione per affrontare il tema della qualità delle voci verdiane attuali. Fontana ha difeso i cantanti di oggi: «Certo ci sono vocalità meno ricche, ma l' arte dell' interpretazione è legata al proprio tempo. Tanti cantanti del passato oggi sarebbero inadeguati: se sul palco della Scala ci fosse ora Beniamino Gigli, succederebbe il finimondo. Bisognerebbe avere il coraggio di rompere in libertà con la tradizione. Dobbiamo guardare il presente con gli occhi del presente».
LA REPUBBLICA
Verdi visto dai suoi interpreti. Il prossimo 27 gennaio si compiranno cento anni dalla scomparsa di Giuseppe Verdi. La vita musicale nel 2001 sarà dominata inevitabilmente da miriadi di celebrazioni di questa ricorrenza lasciando ben poco spazio ad altre iniziative che pur si imporrebbero, come, ad esempio, la celebrazione del bicentenario della nascita di Vincenzo Bellini. Il Ministero per i Beni e le Attività culturali ha provveduto con largo, opportuno anticipo, a costituire un Comitato Nazionale per le Celebrazioni Verdiane che svolge un encomiabile lavoro di promozione e di coordinamento delle manifestazioni programmate in Italia. Un Verdi Festival diretto da Bruno Cagli verrà inaugurato il 27 gennaio nel Duomo di Parma, alla presenza del Presidente Ciampi e del Ministro Melandri, con l’esecuzione del Requiem di Verdi diretto da Valery Gergiev e nello stesso giorno, nel piccolo Teatro Verdi di Busseto, andrà in scena un’Aida intimistica con la regia di Zeffirelli. Tra il 27 gennaio e il 1 febbraio un Convegno Internazionale di Studi «Verdi 2001» si svolgerà a Parma per proseguire presso la New York University e la Yale University di New Haven. Gli Enti lirici e le consimili istituzioni italiane non hanno però atteso la fine di gennaio. Il Carlo Felice di Genova ha aperto la stagione 2000/2001 con un’edizione in lingua francese di Jérusalem. La Scala ha puntato sul Trovatore. Ed è quest’ultimo spettacolo che ha suscitato la più larga messe di critiche e articoli di ogni genere. Nella maggior parte di questi scritti uno spazio invero eccessivo appare dedicato alla questione se Riccardo Muti aveva fatto bene o male di seguire alla lettera la partitura di Verdi e di vietare al tenore di cantare il catartico Do nell’Aria Di quella pira, consacrato dalla tradizione, ma non richiesto dall’autore. Bisogna sperare che il maxiconvegno parmenseamericano rechi un contributo davvero sostanzioso sull’approfondimento delle conoscenze circa la personalità e l’arte del più celebrato tra i compositori italiani. Lo dovrebbe far sperare il fatto che a quel convegno è stata invitata la crema degli studiosi verdiani di tutto il mondo. Non vi figura però nessun direttore d’orchestra, nessun regista, nessun cantante. Cioè nessun interprete. Nessuno di quegli artefici che soli possono far sì che l’esecuzione di un’opera assuma valore di un’epifania o di una risurrezione. Appare dunque quanto mai attuale e opportuna la pubblicazione di un libro come quello in cui, sotto il titolo Il mio Verdi, Leonetta Bentivoglio fa parlare sedici dei più grandi interpreti verdiani del nostro tempo delle opere di Verdi da essi più intensamente rivissute (Edizioni Socrates, pagg. 176, lire 28.000). L’idea di questo piccolo, ma prezioso volume, nasce da una serie di quattro interviste scritte per la Repubblica nell’estate del 2000 (con Zubin Mehta per La Traviata, Luciano Pavarotti per Un ballo in maschera, Riccardo Muti per Falstaff e Jonathan Miller per Rigoletto) alle quali sono state aggiunte dodici conversazioni: con i cantanti Leo Nucci, Renato Bruson, Leyla Gencer e Mirella Freni; con i direttori Giuseppe Sinopoli, MyungWhun Chung, Riccardo Chailly e Claudio Abbado; con i registi Luca Ronconi, Liliana Cavani, Franco Zeffirelli e Peter Stein. Modestamente l’autrice parla di «una uniforme esposizione di stile divulgativo e giornalistico, senza pretese saggistiche o musicologiche». Bisogna dire però che non poche pagine rivestono invece un autentico interesse musicologico. Così, ad esempio, quelle in cui Riccardo Chailly rivendica e precisa i veri e propri prestiti che Mahler mutuò dal Falstaff e soprattutto dall’Aida. O quelle in cui Sinopoli collega aspetti di La forza del destino ad esperienze di compositori che vanno da Musorgskij a Nono. Di sorprendente interesse le risposte di cantanti colti e consapevoli come la Gencer e Nucci. Quest’ultimo riferisce l’impressionante episodio avvenuto a Tel Aviv, nel 1994, quando il pubblico che assisteva alla prima rappresentazione del Nabucco in Israele, alle parole “Torna Israello, torna alle gioie del patrio suol”, si alzò in piedi «per applaudire e urlare». Quasi a dimostrare che l’opera non ha nessun bisogno di essere «attualizzata» mediante le famigerate «trasposizioni d’epoca» come quella per cui Miller ambientò il Rigoletto nell’ambiente della mafia italoamericana di Coney Island. E nella sua intervista Miller ci promette ancora: «... nel 2001, a Torino, farò un Macbeth ambientato in Kosovo. Nel ruolo del titolo ci sarà Arkan, il macellaio di Milosevic, capo del famigerato gruppo delle “tigri” serbe. Era sposato con una cantante, tale Zeza... Sarà lei la mia Lady Macbeth». Non so davvero come si possa giustificare una simile concezione che obbliga l’orecchio a percepire una musica dell’Ottocento, mentre l’occhio deve guardare immagini del 2000. Con la conseguente distruzione schizofrenica di qualsiasi parvenza di unità dell’opera rappresentata. Per fortuna ci sono anche registi che rispettano maggiormente le intenzioni dei compositori. Un confortante esempio ce lo offre in questo contesto Peter Stein il quale, prima di mettere in scena l’Otello, confessa di aver studiato le indicazioni dello stesso Verdi, pubblicate nel volume La disposizione scenica con «una descrizione minuziosissima della messa in scena così come la voleva il compositore, con i disegni dei costumi e l’organizzazione del palcoscenico». L’interesse del volume è accresciuto da lucide ed equilibrate schede e da un’ampia discografia di Angelo Foletto. La prefazione di Carlo Fontana testimonia dell’ormai superata contrapposizione WagnerVerdi e conclude con la constatazione pienamente condivisibile: «Questo libro contribuisce intelligentemente alla riflessione sull’opera di Verdi».
LA REPUBBLICA
«La mia prima volta nel loggione la trascorsi una sera del 1948, avevo otto anni e mi ci portò mio nonno, grande appassionato di lirica. Da allora non ho più smesso di andarci». Adriano Oliva, sessantun anni, milanese, fresco pensionato (era dirigente in un grande gruppo assicurativo), fa parte del nucleo storico dei loggionisti, frequentatori assidui da decenni, intenditori raffinati e agguerriti sostenitori di quello che Fontana ha definito «un reperto archeologico». Che cosa risponde a questa affermazione del sovrintendente? «Reperto archeologico? Ma per piacere. Lui non vuole capire la vitalità del loggione, i suoi contenuti. E non gli sembra un reperto archeologico, un retaggio feudale, il meccanismo degli abbonamenti, diciamo così, ereditari? Da generazioni se li passano le stesse famiglie, e non permettono l' accesso a nessun altro, a nessun elemento nuovo. Gli sembra bello? E poi, davvero, non tiene conto di quanta cultura e amore per la lirica ci siano nel nostro gruppo». Come si diventa loggionisti? «Per passione. Io, le dicevo, quella sera del '48 ero un bambino, e mi feci un sonno profondo. Ma poi mio nonno mi portò ancora, e fui affascinato da quel teatro così scintillante. Qualche anno dopo (studiavo al Berchet) cominciai ad andarci per conto mio, e divenni un habitué. Il biglietto costava 125 lire. Non poche, per uno studente, ma quella sala tutta oro e velluto, con quel fascino particolare, mi rapiva. Non mi perdevo un' opera, anche le più inconsuete. A quei tempi in una stagione c' erano fino a 25 titoli, più il balletto. La domenica c' erano due spettacoli: me li vedevo tutti e due». E si metteva in coda «Certo. Non era come adesso. Erano code vere, si restava lì ammassati, finché toglievano le catene e ci si precipitava dentro, e giù spintoni, pestate di piedi~ All' inizio ci facevano stare all' interno del teatro, c' era uno sportello al piano di sopra e la coda scendeva per lo scalone. Ogni tanto c' erano i soliti furbi, arrivavano per ultimi e cercavano di confondersi tra i primi». E una volta entrati, com' era l' atmosfera? «Magica. Elettrizzante. Non c' erano le poltroncine, ma le panche di legno, e si finiva per salirci tutti in piedi per vedere, sentire, fare il tifo, accalorarsi. Certo, avevamo nomi come Callas, Tebaldi, Del Monaco, Di Stefano, Corelli, per citarne solo qualcuno. C' era l' imbarazzo della scelta tra i migliori. Io, per non sbagliare, andavo a sentirli tutti. Ero studente, liceo classico, mi interessava la cultura in genere, e mi piaceva discutere con gli altri». Il "suo" gruppo è sempre stato affiatato «Altro che. Durante le code, e poi negli intervalli, si discuteva di tutto, arte, musica, letteratura. Dopo si continuava a parlare fuori, in strada, al massimo si beveva un bicchiere da Scoffone, d' estate si prendeva l' anguria o la granita ai chioschi di piazza Castello. Nascevano affinità e simpatie, grandi amicizie, anche l' amore: ci sono state coppie che si sono sposate, e continuano a venire in loggione». Ha fatto conoscenze speciali? «Persone di grande preparazione, vecchie e giovani. Artisti: come Rajna Kabaiwanska, che studiava a Milano, o Alberto Cupido, che da studente faceva parte della claque per guadagnare qualcosa, o il compianto maestro Dino Ciani. E poi tanti melomani di altre città, e stranieri. Compresi i "transistor", cioè i giapponesi, li chiamavamo così perché avevano un sacco di apparecchi. Noi li accompagnavamo di qua e di là, e magari li ospitavamo quando venivano per uno spettacolo. E poi, se andavamo in trasferta per assistere a opere in teatri italiani o stranieri venivamo ospitati a nostra volta.. I soldi non giravano tanto, né quando ero studente né da militare. Ecco, il periodo della leva è stato l' unico in cui mi sono perso un 7 dicembre. In compenso, ho trascinato un po' di commilitoni alla Scala, gente che non aveva mai messo piede in un teatro, e si sono entusiasmati. Andammo a Parigi a sentire la Callas, che a Milano non veniva più; a Palermo per una rara Elisabetta regina d' Inghilterra; a Firenze per Muti, che era entusiasta e straordinario. Visitavamo musei e mostre. E a teatro spesso non pagavamo, grazie all' amicizia con artisti conosciuti in loggione: una volta, a Brescia, il teatro era esaurito, ma la Gencer e la Cossotto, nostre amiche, costrinsero la direzione a farci entrare. A Milano frequentavamo i luoghi della prosa, il Piccolo di Grassi e di Strehler. Non si può dire che siamo fruitori superficiali, come vede». Ci sono fra voi dei personaggi di riferimento? «Ci sono sempre stati. Noi eravamo un gruppo di giovani, ma la nostra migliore amica era la Rina, la famosa Rina Falcetti, che aveva settant' anni ed era acerrima nemica della Callas. Adesso c' è Luisa Mandelli, detta Annina perché era una cantante ed ebbe quel ruolo in Traviata accanto alla Callas. Durante gli intervalli, la gente va da lei a fare commenti su opera e artisti. Si commenta sempre, tra noi, e a volte in modo accanito, ma sempre mantenendo il senso del divertimento. Ridimensionerei il mito che ci descrive come fischiatori e contestatori: sì, siamo palati raffinati e cerchiamo il meglio, cogliamo le calate di tono dei nuovi artisti, a volte anche di quelli affermati, ma non siamo dei maleducati. Fontana dice che abbiamo rovinato il Ballo in Maschera, a maggio: ma dovrebbe sapere che gli insulti alla Guleghina sono partiti dai palchi, non da noi».
THE SAN FRANCISCO EXAMINER
2 0 0 2
El mismo sello edita una recopilación de escenas de oscuras óperas belcantistas bajo el título Tiranos y amantes, interesante complemento al Rossini comentado.(ORR221).
Es una pena que Alceste no sea más frecuentada, porque posee una estatura comparable a Orfeo y Euridice e Ifigenia en Táuride, cumbres del reformador C. W. Gluck. En la versión italiana, la sacrificada heroína fue encarnada por Callas y Leyla Gencer; marcó la despedida operística de Janet Baker, y hace dos décadas la grabó Jessye Norman. Ahora, emanada de la controvertida puesta de Robert Wilson, llega la toma sonora dirigida por John Eliot Gardiner que utiliza la versión francesa de 1776 con instrumentos de época. Sin la magnificencia vocal de una Flagstad (o de la misma Norman), Anne Sofie von Otter es la Alceste ideal del equipo Gardiner-Wilson. Apasionada y vulnerable, emerge austera, lineal y estática; pero internamente fogosa. Todo un ejemplo de la cantante moderna capaz de adaptarse a los designios del director musical y del dramático, sin sacrificar un ápice de calidad vocal. A su lado, los excelentes Paul Groves y Dietrich Henschel, enmarcados por el Coro Monteverdi y los English Baroque Soloists. Una edición espléndida para tener en cuenta (PHILIPS-289-470-293).
Cuando grandes intérpretes abordan géneros tachados de "menores", los revaloran e incluso revelan facetas desconocidas. Sucedió cuando Elisabeth Schwarzkopf engalanó la opereta vienesa con registros hoy legendarios o cuando Régine Crespin encarnó sus pares francesas con gracia irresistible. En la misma vena de Frederica von Stade y Felicity Lott, Anne-Sofie von Otter- cada día más inmersa en el repertorio galobrinda un efervescente Recital Offenbach grabado en el Chatelet parisino acompañada por Marc Minkowski y Los Músicos del Louvre. En el Aria de la Borrachera (La Perichole) o el endiablado Sexteto del Alfabeto, la sueca exhibe un desparpajo escénico que echa por tierra su fama de distante. Un hallazgo divertido es el Je suis Alsacienne, junto al vivaz Laurent Naouri y previsiblemente memorables los clásicos de La Gran Duquesa de Gerolstein, La Bella Helena y La vida parisina (DG-289-471-501). Por su parte, Ian Bostridge lleva a buen puerto el Songbook, del multifacético Nöel Coward. Una inesperada adición al catálogo de canciones compuestas entre 1920-1930 donde, afortunadamente, no cae en la trampa de copiar al inimitable Coward (EMI-557374). Con interpretaciones inmaculadas del repertorio menos trillado, Bostridge sigue confirmándose como el más sagaz tenor lírico de su generación. Otro ejemplo es su siniestro y seductor Quint en The Turn of the Screw, dirigida por el insolentemente joven Daniel Harding. Joya del teatro musical del siglo XX, es un Britten tan complejo y sutil como el Henry James que la inspiró. Como la Governanta, Joan Rodgers completa un elenco ejemplar (VIRGIN-545521). Asimismo, Bostridge se une a la ascendente soprano Dorothea Röschmann en el séptimo volumen de la edición completa de las Canciones de Schumann capitaneada por el incansable Graham Johnson. Con el ciclo Myrten y dúos selectos conforma otra entrega excepcional (Hyperion CDJ33107).
Por si esto fuera poco, el tenor participa en un magnífico Recital Schubert, del joven pianista noruego Leif Ove And nessoberbio en la Sonata D959 con cinco memorables intervenciones como liederista (EMI-557266).
Para finalizar, la flamante recopilación El arte de Cecilia Bartoli es el vehículo ideal para volverse adicto a la lirica en un santiamén. Desde el sublime Laschia ch pianga, de Handel inicial a los duetos en primicia grabados con Pavarotti-o los fragmentos con Bryn Terfel-, este CD no tiene altibajos. Mención aparte merece el Vivaldi, imposible de sacárselo de la mente después de haberlo escuchado apenas dos veces. Para disfrutar en todo momento, y terminar adquiriendo las versiones completas de donde fueron se leccionadas. ¡Brava Bartoli! (DECCA 289-473-380). [Sebastian Spreng]
2 0 0 3
Gencer, Leyla, Sopran, 10. 10. 1924 Ankara; Ausbildung
am Konservatorium von Ankara durch Elvira de Hidalgo, die auch die Lehrerin von
Maria Callas gewesen war. Sie debütierte 1950 an der Oper von Ankara als
Santuzza in «Cavalleria rusticana». Nach weiteren Studien bei Giannina
Arangi-Lombardi und Apollo Granforte begann sie 1953 als Madame Butterfly am
Teatro San Carlo von Neapel ihre eigentliche Karriere in Italien. Sie hatte
dort sogleich große Erfolge und sang u.a 1956 am Teatro Verdi Triest die Agathe
im «Freischütz». Seit 1957 trat sie an der Mailänder Scala auf, so am 26. 1.
1957 in der UraufFührung der Oper «Dialogues des Carmélites» von Francis
Poulenc (als Madame Lidoine), am 1.3. 1958 in der von «Assassinio nella
cattedrale» von Ildebrando Pizzetti. 1957 sang sie in der Kathedrale von
Mailand bei den Begräbnisfeierlichkeiten für den Großen Dirigenten Arturo
Toscanini. Seit 1956 gastierte sie fast alljährlich in San Francisco, 1959 beim
Maggio musicale Florenz. Hier hatte sie einen ihrer größten Erfolge in Verdis
«La Battaglia di Legnano», 1966 als Alceste in der gleichnamigen Oper von
Gluck. 1959 sang sie bei den Festspielen von Spoleto die Renata in Prokofieffs
«Ange de feu». 1961 Gastspiele an der Wiener Staatsoper; bei den Festspielen
von Salzburg 1961 als Amelia in «Simon Boccanegra» von Verdi zu Gast. 1962-63
und 1965-68 sang sie bei den Festspielen von Verona die Titelrolle in «Norma»,
die Aida und die Amelia in Verdis «Ballo in maschera». An der Londoner Covent
Garden Oper trat sie 1962 als Elisabetta in Verdis «Don Carlos» und als Donna
Anna im «Don Giovanni» auf. 1962- 63 und 1965 hörte man sie bei den Festspielen
von Glyndebourne als Gräfin in «Nozze di Figaro» und als Titelheldin in «Anna
Bolena» von Donizetti, 1969 und 1972 beim Edinburgh Festival als Maria
Stuarda und als Elisabetta d'Inghilterra in den gleichnamigen Opern von
Donizetti bzw. Rossini. 1967 gastierte sie in San Francisco in der Titelrolle
von Ponchiellis «La Gioconda», an der Scala als Elettra in «Idomeneo» von
Mozart, 1968 am Teatro Fenice Venedig als Medea in der Oper gleichen Namens
von Cherubini, 1969 am Teatro Massimo Palermo als Giulia in «La Vestale» von
Spontini. 1972 großer Erfolg an der Mailänder Scala als Titelheldin in «Alceste»
von Gluck, 1971 auch an der Oper von Rom als Giulia in «La Vestale» von
Spontini. 1972 gestaltete sie am Teatro San Carlo Neapel die Titelpartie in der
Premiere der vergessenen Oper «Caterina Cornaro» von Donizetti, die sie dann
1973 auch in der New Yorker Carnegie Hall sang. Sie trat an den Staatsopern von
Wien und München, am Bolschoj Theater Moskau, an den Opern von Leningrad,
Stockholm, Oslo, Warschau, am Teatro Colón Buenos Aires, in Brüssel und Rio de
Janeiro gastweise auf. In besonderer Weise erwarb sich die vielseitig begabte
Primadonna Verdienste um die Wiederbelebung in Vergessenheit geratener
Belcanto-Opern aus der ersten Hälfte des 19. Jahrhunderts, wobei sie sich auf
der Bühne auch als große Darstellerin erwies. 1989 wurde sie zur türkischen
Staatskünstlerin ernannt, 1990 verlieh die Universität von Istanbul ihr die
Ehrendoktorwürde. Dramatische Sopranstimme, die aber zugleich die Kunst des
Koloraturgesangs virtuos beherrschte und über einen fein nuancierten Vortrag
verfügte. Sie lebte nach Abschluß ihrer Karriere in Mailand und war u.a. seit
1983 Präsidentin des Festivals von Istanbul und in den Jahren 1983-89
künstlerische Direktorin der Organisation ASLICO, die in Norditalien
Opernauffüh Carnegie Hall sang. Sie trat an den Staatsopern von Wien und
München, am Bolschoj Theater Moskau, an den Opern von Leningrad, Stockholm,
Oslo, Warschau, am Teatro Colón Buenos Aires, in Brüssel und Rio de Janeiro
gastweise auf. In besonderer Weise erwarb sich die vielseitig begabte
Primadonna Verdienste um die Wiederbelebung in Vergessenheit geratener
Belcanto-Opern aus der ersten Hälfte des 19. Jahrhunderts, wobei sie sich auf
der Bühne auch als große Darstellerin erwies. 1989 wurde sie zur türkischen
Staatskünstlerin ernannt, 1990 verlieh die Universität von Istanbul ihr die
Ehrendoktorwürde. Dramatische Sopranstimme, die aber zugleich die Kunst des
Koloraturgesangs virtuos beherrschte und über einen fein nuancierten Vortrag
verfügte. Sie lebte nach Abschluß ihrer Karriere in Mailand und war u.a. seit
1983 Präsidentin des Festivals von Istanbul und in den Jahren 1983-89
künstlerische Direktorin der Organisation ASLICO, die in Norditalien
Opernaufführungen mit Nachwuchssängern veranstaltete. Seit 1997 war sie als
Lehrerin und im Koordinationsstab der Accademia della Scala in Mailand tätig;
Lit: R. Celletti: Leyla Gencer (in «Opera», 1972); E. Cella: «Leyla Gencer» (Venedig/Wien, 1986). Schallplatten: Einige Aufnahmen auf Cetra. Mitschnitte von Opernaufführungen auf ANNA-Records («Troubadour»), Robin Hood-Records («Attila» von Verdi), MRF («I Lombardi» von Verdi, «Caterina Cornaro» von Donizetti, «Saffo» von Giovanni Pacini, «Belisario» von Donizetti, «La Vestale» von Spontini), Foyer («I Puritani» von Bellini), Replica («Werther» von Massenet), Cetra Opera Live («I due Foscari» von Verdi), Morgan («Francesca da Rimini»von Riccardo Zandonai), Movimento Musica («Simon Boccanegra» von Verdi), Bongiovanni («Fale na» von Antonio Smareglia), TIS («Roberto Devereux», «Lucrezia Borgia» und «Maria Stuarda» von Donizetti), RAI-Nuova Era («Anna Bolena» von Donizetti), Mondo Musica («Macbeth» von Verdi, «La Gioconda» von Ponchielli, «Fedora» von Giordano, Aufnahmen aus dem Teatro Fenice Venedig); Video- Aufnahmen auf Hardy-Video («Werther»von Massenet; «Troubadour»; «Aida», Verona 1966).
Tra gli interpreti maschili spicca il nome di Franco Corelli, che fu Johnson nella Fanciulla del West di Puccini (26 gennaio 1955) con Giangiacomo Guelfi, e proseguì il rapporto con La Fenice esiben. dosi in Carmen al fianco della Simionato e in Aida con la Cerquetti nell'anno successivo; tornò poi nel 1960 per La forza del destino e Turandot, e nel 1961 per un'edizione di riferimento dell'Andrea Ché nier diretto da De Fabritiis, con Ettore Bastianini e Antonietta Stella. Alfredo Kraus, pochi giorni dopo aver cantato nella Passione di Malipiero, debuttò in uno dei suoi ruoli prediletti, Alfredo Germont nella Traviata, nel maggio 1956, al fianco di Renata Scotto, e tornò molte volte a Venezia come reincarnazione del tenore romantico. L'anno successivo Leyla Gencer si produsse nei Due Foscari, e poi Carlo Bergonzi cantò Turiddu con la Simionato in una Cavalleria rusticana in piazza San Marco, precedendo Del Monaco, che fu Canio nei Pagliacci (1957). Oltre alle promesse del canto, più o meno giovani, ci furono anche debutti assai tardivi, come quello del grandissimo Giacomo Lauri Volpi, che cantò per la prima e ultima volta alla Fenice nel Trovatore del 1958, l'anno prima del ritiro dalle scene, alla bellezza di sessantasei anni! Un po' più anziano di lui, il settantunenne Mariano Stabile fu beatificato nel 1959, quando interpretò il Falstaff sotto la bacchetta di Serafin, e al tempo stesso firmò la regia del capolavoro verdiano.
La presenza degli artisti che abbiamo appena menzionato e di tanti altri ancora testimonia che La Fenice stava decisamente riguada gnando, dopo decenni di oscurità, un posto di primo piano nella cultura e nell'arte dei suoni a livello mondiale come teatro di esperimenti. Crebbe, ad esempio, l'interesse per la danza, che spinse la direzione a programmare un ampio ciclo di «Balletti sinfonici. Creazioni e interpretazioni coreografiche di Nives Poli» nel marzo 1954. se musiche di Vivaldi, Ravel, De Falla e altri (sul podio l'eclettico Ettore Gracis). L'anno prima la tournée dell'American National BalNessuna opera fu data in prima assoluta nei Festival tra il 1956 e il 1958, ma tra i titoli spicca Threni, id est Lamentationes Jeremia Propheta (1958) che Stravinskij, approdato alla tecnica seriale, volle dedicare alla memoria del direttore artistico della Biennale Alessandro Piovesan, scomparso prematuramente agli inizi dell'anno. In attesa dell'esplosione del genio teatrale di Sylvano Bussotti, che sbarcherà a Venezia verso la metà degli anni '60, Luciano Berio, anch'egli molto attivo sul fronte del rinnovamento, approdò alla Biennale il 20 settembre 1959 con Thema (omaggio a Joyce) in un «concerto straordinario di musica elettronicas e il giorno dopo con il racconto mimico Allez-hop diretto dall'infaticabile Sanzogno e interpretato dalla voce per eccellenza della nuova musica, Cathy Berberian; il lavoro chiudeva un programma eccellente, dedito alla commistione stilistica e di genere, visto che prevedeva una parte di musica cameristica comprendente il Livre pour quatuor di Boulez e Artikulation di Ligeti, nuovi per l'Italia, oltre al quartetto in due tempi di Maderna, e fu replicato insieme a due altre opere date allora per la prima volta: Diagramma circolare, azione drammatica in un tempo di Alberto Bruni Tedeschi e Il circo Max, «profanazione musicale in un atto» di Gino Negri (25 settembre), con la regia di Franco Enriquez. Non fu certo, per Berio, un esordio nel segno del radicalismo, come notò la critica, e il grande poeta Eugenio Montale, a Venezia in veste di recensore, lo colse molto bene siamo forse (ma è una semplice ipotesi) di fronte ad una musica di alto spet tacolo di varietà scritta da un compositore ultra aggiornato che cerca di lasciarsi alle spalle la dodecafonia utilizzandone i ritrovati e le formule. Ma a quale scopo? [...] Basterà dire che il limite di quest'opera sapientemente organizzata, rigorosamente inconseguente, com'è proprio del sistema a cui appartiene, è che nessuno, forse nemmeno il Berio stesso, potrà dire fino a che punto l'autore abbia preso sul serio la sua materia".
Il compositore, comunque, mantenne con rigore, anche nel prosieguo, l'atteggiamento con cui aveva cominciato la sua carriera, mostrando un'autentica predisposizione per il teatro musicale Come pochi interprete del proprio tempo, attento agli sviluppi del linguaggio, si tenne a debita distanza dall'impegno manifestato dagli artisti suoi coetanei, sentendosi svincolato dalla scelta obbligata della sua epoca tra webemismo e tradizione.
Di li a poco il radicalismo vero avrebbe ottenuto le luci della ribalta. Su questa via irta di difficoltà, ma che Venezia seppe proteggere tra le anse dei suoi canali, vi è un ultimo avvenimento che merita di essere segnalato, anche perché ne è in qualche modo una delle premesse più importanti e meno note. Nel 1938, come ricorda Giovanni Morelli, Hermann Scherchen, forse incoraggiato dalle prime edizioni del Festival, propose a Goffredo Petrassi di istituire un corso estivo di direzione d'orchestra, dove i giovani avrebbero studiato sotto la sua guida le opere di autori del passato, come Monteverdi e Scarlatti, insieme a quelle di autori contemporanei, quali Dallapiccola, Hartmann, Webern. La proposta fu azzerata da un telegramma proveniente dal MinCulPop, che proibiva l'ingaggio sotto qualsiasi titolo di Scherchen, perché «noto comunista». Il progetto fu ripreso con esiti ottimi nell'estate del 1948, e portò a risultati insperati:
Il corso di direzione «quarantottana» di Scherchen è divenuto oggi un pic colo mito storico: in poco meno di un mese il Maestro tedesco richiamò a Venezia uno stuolo di gioventù musicale che non aveva vissuto appieno gli anni bui [...]. Quell'occasione [...] era simbolica ma anche reale; sembrava voler essere, e difatto forse lo fu, un atto di fondazione di una internazionale giovani per l'affermazione dei valori artistici già umiliati dai regimi nazifascistici, sperabilmente risorgenti a Venezia, presso il suo Festival e il suo Teatro [... Ebbene, in quell'estate del 1948, Malipiero chiamò Bruno Maderna e Luigi Nono, espose loro una certa sua rinuncia a poterli seguire personalmente nello sviluppo della loro già espressa vocazione avanguardi stica, e, autorevolmente, autoritariamente, li obbligò a iscriversi e a frequentare intensivamente il corso di Scherchen, a cercare li il loro radica mento formativo, ideologico, tecnico. E in effetti accadde che in quel brevissimo mese di apprendistato a contatto con il Maestro e con i giovani compagni venuti da quelle scuole decentrate nel mondo fondate ovunque dai musicisti emigrati, Luigi Nono e Bruno Maderna, per loro espressa testimonianza, trovarono tutti gli input elementari della loro imminente carrie ra artistica: idee e tecniche per la creazione delle loro prime opere originali (emblematicamente forse, in prima posizione, Il canto sospeso). Opere ori ginali e rinnovatamente veneziane.
STAGIONI D'ORO (1959-1979)
Nel 1959 Mario Labroca tornò alla Fenice come direttore artistico, affiancando il sovrintendente Floris Ammannati, per rimanervi, da vero "doge", sino alle soglie della morte che sopravvenne il 21 luglio 1973 (mentre Ammannati durò in carica fino al 1975, anno in cui rassegnò le dimissioni). Il suo regno, che comprendeva anche la direzione artistica del Festival dal 1959 al 1970, coincise quasi per intero con quello di un altro "doge", il democristiano Giovanni Favaretto Fisca, sindaco di Venezia dal 1960 al 1970.
Iniziò così un periodo d'oro per La Fenice, ancor più rilevante del quindicennio appena trascorso: la grande cultura di Labroca, unita alla competenza nelle scelte di programmazione sia delle stagioni tradizionali sia del Festival, la sua fantasia nell'impaginazione dei programmi, l'entusiasmo che lo spinse a moltiplicare le occasioni di riflessione anche grazie a nuovi cicli tematici - oltre a una disponibilità finanziaria, garantita da Ammannati, tanto generosa da permettere l'ingaggio degli artisti più prestigiosifurono un patrimonio tanto vasto quanto prezioso che venne messo a disposizione dei veneziani.
Si scorra la cronologia della prima stagione lirica invernale. In aper tura troviamo La battaglia di Legnano di Verdi con Leyla Gencer (26 Durante la gestione di Labroca i lavori di Gian Francesco Malipiero recitarono la parte del leone tra le prime assolute inserite nelle stagioni regolan, a cominciare da Mondi celesti e infernali nel 1961, anno in cui si videro anche le prime rappresentazioni moderne della Dama spagnola e il cavaliere romano di Alessandro Scarlatti, in una lussuosa edizione diretta da Antal Dorati (con Fiorenza Cossotto fra i cantanti, Maurice Béjart quale regista e coreografo, e le scene di Salvador Dali), e di Ercole amante di Francesco Cavalli, sfarzosa par. titura per la corte di Luigi xrv, rispolverata da Riccardo Nielsen che la rimodernò secondo le usanze che risalivano a quelle della "generazione dell'80". Mentre il rapporto tra Gian Carlo Menotti e La Fenice proseguiva con la prima assoluta della versione originale italiana dell'Ultimo selvaggio (1964), tre ulteriori novità di Malipiero, Don Tartufo Bacchettone (da Molière) e Rappresentazione e festa di carnasciale e della quaresima in prima assoluta, furono dirette da Ettore Gracis insieme alla prima lagunare del Capitan Spavento (20 gennaio 1970: nello stesso anno debuttò anche il profetico atto unico di Gino Negri Pubblicità ninfa gentile). Tra le prime veneziane di rilievo vanno segnalate quelle del Cordovano di Goffredo Petrassi (1963) e di Procedura penale di Luciano Chailly.
Proseguiva inoltre il viaggio tra i titoli meno frequentati del passato prossimo e remoto, propiziato anche dall'istituzione nel 1960 di un Centro di avviamento al teatro lirico, voluto da Ammannati e Labrocail quale aveva sperimentato la nuova formula negli anni passati al Maggio fiorentino. Dopo un Matrimonio segreto diretto da Rescigno nel 1961, il Centro offri nel 1962 una breve stagione con la prima veneziana della rossiniana Pietra del paragone. Nel 1968 l'Orfeo di Monteverdi tornò nella sua veste di opera di corte, poiché fu allestito nella sala dello Scrutinio di palazzo Ducale", mentre l'anno dopo venne prodotto il Didone e Enea di Purcell. Nel 1970 furono rappresentate alla Fenice per la prima volta Armida di Rossini con Cristina Deutekom e Pietro Bottazzo, e la strepitosa farsa Le conve nienze e inconvenienze teatrali di Donizetti, mentre risorse La straniera di Bellini con Renata Scotto nel ruolo della protagonista Alaida. L'attenzione crescente per i titoli belliniani è attestata dall'importante ripresa di un'opera di non facile ascolto composta espres samente per La Fenice, come Beatrice di Tenda, che ricomparve nel 1964, interpretata da Leyla Gencer e diretta da Vittorio Gui.
Il massimo teatro veneziano continuò ad essere una meta prediletta per le tournées di importanti complessi artistici stranieri, che of frivano alla città, oltre ai pezzi migliori del repertorio, anche titoli assai meno frequentati. Il teatro nazionale dell'Opera di Belgrado tornò nel 1967 con Boris Godunov, La dama di picche di Čajkovskij e Romeo e Giulietta di Prokof'ev, e l'anno dopo fece conoscere un capolavoro "nazionale" cèco come La sposa venduta di Bředrich Smetana. La Komische Oper di Berlino, tra i massimi luoghi di sperimentazione nel teatro musicale di quegli anni, apri la stagione lirica di primavera del 1965 con una delle sue produzioni più famose, Les contes d'Hoffmann di Offenbach nella versione rivista dal grande regista Walter Felsenstein, e subito dopo dette L'opera del mendicante (The beggars opera) di John Gay, nell'adattamento di Britten. Nel 1971 il teatro nazionale croato ripropose all'attenzione del pub blico L'amore delle tre melarance di Prokof'ev e Il mandarino mera viglioso di Bartók.
La qualità degli interpreti negli anni di Labroca fu straordinaria in tutti i campi, e alla Fenice arrivava davvero il meglio del meglio, a cominciare dai cantanti. Il grande tenore canadese Jon Vickers, maestro d'interpretazione, fu il fulcro di un magnifico Fidelio diret to da Karl Böhm, con la regia di Rudolf Hartmann (10 maggio 1962), ma nello stesso anno Renata Scotto e Alfredo Kraus incendia rono (e, visti i fatti del 1996, è meglio precisare che si tratta di metafora) la platea con un Rigoletto diretto da Gavazzeni". Il baritono Piero Cappuccilli, vero mattatore nel repertorio lirico sciorinato dai teatri del dopoguerra, aveva esordito all'aperto, cantando la parte di Silvio nei Pagliacci accanto a Del Monaco, in uno spettacolo che comprendeva anche Cavalleria rusticana, in piazza San Marco nel 1957, ma arrivò al palcoscenico della Fenice solo nel 1972, in un Rigoletto diretto da Jesus Lopez Cobos, con il duca di Mantova di Jaime Aragall, una delle voci più straordinarie di quegli anni, e Sandro Bolchi che firmò la regia. Dal canto suo il baritono Renato Bru son, interprete quanto mai duttile ed elegante, debuttò nel ruolo di Creonte nell'Edipo re (Edipus Rex) di Stravinskij (1965) a fianco di Ruggero Raimondi (Tiresia), e subito dopo fu scritturato per la tournée dei complessi del teatro a Wiesbaden sempre nel 1965, per cantare nella Gerusalemme di Verdi con un cast stellare, diretto da Ettore Gracis, e completato da Ruggero Raimondi, attivissimo alla Fenice nelle stagioni di Labroca-Ammannati, Leyla Gencer e Jaime Aragall". Mario Del Monaco fu il bandito gentiluomo nell'Er mani che inaugurò la stagione 1966-1967, e tornò come Don José nella Carmen del 1971, contrastato dall'Escamillo di Bruson. E che dire del Roberto Devereux, capolavoro allora poco conosciuto di Doni. zetti, che fu diretto da Bruno Bartoletti (10 febbraio 1972), dove debuttò a Venezia Monserrat Caballé, al fianco del tenore Gianni Raimondi, che aveva incantato i veneziani sin dalla prima fugace comparsa nella Resurrezione e vita di Virgilio Mortari al teatro Ver de di San Giorgio (1954)? Se la Caballé torno a Venezia solo per un concerto, Raimondi, reduce dalle esperienze scaligere con Karajan, continuò a sedurre la platea lagunare sin dalla sua prima Bohème alla Fenice nel 1967. Passare in rassegna tutte le stelle che illuminarono il teatro del Selva in quelle stagioni felici richiederebbe un romanzo, ma va ricordato almeno Gastone Limarilli che, partito come doppio prima di Bergonzi, poi di Del Monaco in due edizioni successive di Aida (1961, 1962), si lanciò nelle temperie veriste con I pagliacci nel 1963, per poi apparire in alcuni tra i ruoli più ingrati, come Des Grieux in Manon Lescaut, Don Alvaro nella Forza del destino, e poi Andrea Chénier, fino a Calaf e oltre.
Ruolo di Michele (nel Tabarro) e di Gianni Schicchi, e Maria Chiara quale Suor Angelica. Salome ed Elektra di Richard Strauss vennero riprese in tedesco, la prima in coppia con Didone e Enea nel 1969 (con Paula Bukovac e René Kollo nella parte dell'infelice e innamorato Narraboth), mentre la seconda fu data nel 1961 insieme a Lucre zia di Respighi, e nuovamente replicata in un dittico, di cui faceva parte anche l'Edipo re (1971): si trattava di un'edizione di riferimen to diretta da Fritz Rieger, grazie alle voci celeberrime di Inge Borkh e Regina Resnik che, oltre a interpretare Clitennestra, curò anche la regia, mentre le scene furono ideate da Arbit Blatas, marito della Resnik. Nel frattempo, oltre a questi due titoli decisamente più noti, La Fenice produsse anche Arabella di Strauss nel 1966, diretta da Meinhard von Zallinger. Nel 1967 furono eseguiti per la prima volta a Venezia Il castello di Barbablù di Bartók (in italiano, con il regista Lamberto Pugelli a interpretare la voce recitante del bardo nel prologo), insieme a Il prigioniero di Dallapiccola. Rimase costante anche l'attenzione per il teatro di Wagner, di cui si vide, tra l'altro, un ter zo Ring des Nibelungen completo in lingua originale, diretto da Otmar Suitner (la regia era di Heinz Arnold) nel febbraio-marzo del 1968.
I reached Gencer last summer by phone at her apartment in Milan; the interview was conducted in Italian. Speaking with Gencer provides a surprise; it is not often that one so emotional and abandoned in performance, so shrouded in mystique, turns out to be so succinct, articulate, clear and direct in conversation. And there is not the slightest sense of a diva living in the past; on the contrary, Gencer runs the Young Artists program at La Scala, and while she hopes to impart the best values of her era, she feels strongly that one must move with the times.
Gencer was born on October 10, 1924, or 1928, depending upon which believe near Istanbul, to a Polish Catholic mother and a wealthy Turkish Muslim father. "I had, as a child, a French governess. I spoke French before my native tongue, Turkish. She was a countess who was very poor and had lost her child, and she remained with us for years. Perhaps this passion of mine for theater was inculcated in me by her. For example, she was Catholic and took me to church every Sunday. I saw this as a performance. She accustomed me to reciting poetry and singing songs in French. And then, I read a lot. I devoured French literature, Italian literature - because I entered an Italian school - American, English, German literature, and thought of becoming a woman of letters, or an historian, or even an archaeologist. Everything but singing!"
Gencer enrolled at the conservatory at Istanbul several years before meeting the great Italian soprano Giannina Arangi-Lombardi, who was teaching in Ankara and had come to Istanbul on summer vacation. "I wanted her to hear me, but at that time I wasn't remotely thinking of making an operatic career. I thought of being a concert artist. From the first day she heard me, a wonderful thing happened. If you want, I'll tell you. I didn't know she was the most famous Aida of her era, so I dared to sing 'O cieli azzurri,' with a pianissimo high C. She looked at me, very interested, made me sing it again, and then said, 'May I come to your house for fifteen days, because here I am bored with this lady' - in front of the lady hosting her! I was rather amazed, and I said, 'Signora ... I... gladly. I have just an old building, a family villa, very run-down. I don't know if you will be comfortable. But it is on the Bosphorus. It's run-down but beautiful.' She said, 'Yes, you will host me for fifteen days, and I will teach you to sing.
Every morning at ten, she put on her most elegant dress, with pearls, and her diamonds on her fingers, sat at the piano, and we studied. I learned my first opera arias, from Ballo, Aida, Forza del Destino, and when I sang them my whole life, I sang them just as she had taught them to me. In September, I went to Ankara and did a year with her, sang vocalizes, did her technique. She told me I was a lirico-spinto, tending toward the dramatic. I believed myself to be a coloratura. In fact, it came to be that I was a dramatic coloratura the rest of my life. Thus, in 1950-51 I studied with her. Then suddenly she went to Italy on vacation and died of a heart attack, and I was left without her, without anyone. But I had the good fortune of having the great Italian baritone Apollo Granforte, who had come to teach at the theater [in Ankara], and it was the same technique - to sing all'italiana, on the breath, which is the most correct."
Gencer's opera debut, in 1950 at the State Theater in Ankara, was as Santuzza in Cavalleria Rusticana, in Turkish. After an invitation to sing a recital for RAI in Rome, Gencer secured an audition for the Teatro San Carlo in Naples. "At this time there was Tebaldi, there was Callas, there were all these great singers, and I thought, 'I'm not ... I don't think I...."" But the audition yielded an offer for Cavalleria, this time in Italian, in the outdoor Arena Flegrea - the following week! Those performances, themselves a sort of audition, were heard by Tullio Serafin, and the young soprano made her official Italian debut in Naples in 1954, as Cio-Cio-San in Madama Butterfly under Gabriele Santini. A month later, she appeared with Serafin as Tatyana in Eugenio Onegin. The career was launched, and a number of performances ensued many Butterflys and many Traviatas, as well as a U.S. debut in the title role of Francesca da Rimini, in San Francisco in 1956 (and the distinction of singing Liù there opposite Leonie Rysanek during her brief flirtation with the role of Turandot). Then, in 1957, came two major turns when her La Scala debut (as Lidoine), the beginning of a long association with the house, which raised her to the next level, and a curious shift in repertoire. Suddenly, Lucia, Sonnambula, Puritani, Gilda, Anna Bolena and Poliuto began to appear on her schedule, along with the lesser- known Verdi operas La Battaglia di Legnano, Gerusalemme, I Due Foscari, and then that defining role, Norma. But the pivotal moment, in 1964, was the assumption of Queen Elisabetta in Donizetti's Roberto Devereux, a year before Montserrat Caballé achieved her breakthrough in Lucrezia Borgia and followed it with Devereux. Gencer, with her abundant use of disembodied pianissimos and explosive glottal attacks, employed a vocal approach in these roles very similar to that of her Spanish colleague, but with far more abandon. And, in spite of the fact that Gencer came first, and Caballé and others cashed in on the resurgence of these operas, Gencer has only kind words for the competition.
"Caballé heard me first in 1965 in Anna Bolena at Glyndebourne, and she said, 'This is also my repertoire. I will sing only this.' She had beautiful piani. I made Maestro Gavazzeni listen to her. 'Come, listen to this girl, maestro, who has a beautiful voice and very beautiful pianissimi!" And he said, 'Yes, but it's a small voice.' He had not understood it, not even he!"
What Gencer's career, and image, had previously lacked was a vocal identity. She sang very well, she was extremely musical, and although the middle voice was not distinctive, she had a ravishing pianissimo, good agility and a solid top.
But within the musical language of the bel canto roles, particularly those of Donizetti, her voice and approach to phrasing found a "face." The combination of solid technique and blazing intensity suited perfectly the heroines of the dramatic soprano d'agilità repertoire and created an imperious image that fascinated a public that had previously admired but not adored her.
Gencer first experienced Maria Callas onstage at the Met, as Norma in 1956, and was deeply affected by what she saw and heard. Speaking on the radio in 1979 about the role of Norma, she said, "It is useless to talk of my Norma, when we have the unattainable one of Maria Callas. So, let's listen to hers." For a short time, Gencer was compared, not always favorably, to her Greek-American col league. She would be the first to admit that her physical acting style was more generalized, her voice less distinctive (but also less flawed). But she is clearly her own artist, and the comparison is pointless. While Callas's success in New York impressed Gencer, she felt there were levels of interpretive understanding on Callas's part that escaped the American public and press. Likewise, Gencer felt, after singing Caterina Cornaro at Carnegie Hall, that New York Times critic Harold Schonberg failed to appreciate her achievement fully.
Perhaps the ferocity with which Gencer attacked her roles is part of what kept her from a big career in the U.S., where, she maintains, the critics were mainly interested in "voce pura." For example, in Roberto Devereux, compared with Caballé's majestic, haunting approach to Elisabetta, or even with the dramatic potency Beverly Sills applied to her lyric instrument in this role, Gencer's final scene made the others seem virtually tame. One had the feeling she was on the very edge of what is possible, giving more than she should. And yet, during her prime, the voice carried her through. As the more plaintive Maria Stuarda, in a 1967 outing opposite Shirley Verrett's searing Elisabetta, Gencer springs to life in the confrontation scene, denouncing Elisabetta with terrifying vehemence, then, after some rigorous ensemble singing, demolishes her rival with a perfectly placed interpolated high E-flat.
Of this canny use of voice coupled with emotion, the soprano says simply, "But this was my strength. It was a force of nature. What I try to impart to my kids at La Scala is that it's necessary to have a technique, to know how to use the voice without becoming fatigued. If one has a solid technique and this is also somewhat a gift of nature - one will last long, like me. Nowadays young people are more intelligent, but they do not have the voice. That is, they have the wrong techniques, because there are no great teachers of singing. I believe there are voices, but they do not arrive at the mastery of their instruments. The voice is the most beautiful, most marvelous gift of nature, but also the most delicate. If it is used badly, it becomes a common instrument and finishes quickly. Unfortunately, today this happens very often also because of the incompetence of those who run the theaters, and because of the agents. When there are beautiful voices that start well, they make them work, because now only money counts. In order to earn, the agents ... well, without an agent you cannot even get an audition, my kids tell me. This is not right. I had no agent. The theaters phoned me. I did everything myself, because I did not sing for the money."
Between 1957 and 1979, Gencer portrayed eight of Donizetti's most demanding heroines (nine, if you count both Paolina in Poliuto and Pauline in the French version, Les Martyrs), while still singing everything from Manon to La Gioconda. She essayed the dizzying heights of Lucia's mad scene and hurled herself into the heavier music of Anna Bolena, Maria Stuarda, Roberto Devereux, Caterina Cornaro, Belisario and Lucrezia Borgia, always singing fearlessly, but with delicacy and style where called for. "For me, Donizetti is a very great composer of the nineteenth century, who has never been understood, never had his proper value. Donizetti can be very interesting if it has great interpreters, because he is a true man of the theater. When we arrive at Donizetti, there is no longer the bel canto of the Baroque era. Now, the melodrama becomes sung theater, really.
In my era I understood it the way one taught me. This was my truth. feel it was truth also because, if has remained true to you all, it means that which I did was true.
"In Donizetti, even a rest has a meaning, a fermata has a meaning, onstage and musically. One must fill these pauses. They are not empty, they are full of significance, dense with meaning. When I study a score, I study it historically, within its historical framework. All the events, for example, of Donizetti's queens. I have read everything on them. I didn't just read the notes, just seek beautiful sounds, but go to the depth of the interpretation. I saw music not just as notes but sang within the notes. It's not just the purity of sound that is important for me. What is important is the interpretation of the character."
One of the prime weapons in Gencer's arsenal of vocal effects is her chest voice, a register that, in her instrument, sometimes sounds as if created out of sheer will for the service of expression. "Some great singers I will not say their have said they did not use chest tones." [She laughs.] "They were chest tones! But they were perhaps what we call mixed. Technically we say, 'a mixed voice.' They should be mixed. But sometimes in the passion of singing, an unmixed one escaped me. But it was effective, yes? Because it was sincere - it was real!"
And what does this commercially unrecorded, yet heavily documented diva think of pirate records? "I'm told there are some seventy operas. I never made a lira off them. But this doesn't interest me. I am interested that they know me, that I still give emotion. It's a sin there are no studio discs, because I had a very phonogenic voice. But one can say this - live recordings are much more sincere and true in execution than those made in the studio. I consider myself a woman truly, greatly, strongly fortunate. try to transmit what I have had from life as an artist, and above all the continuity I have had in my career. Tradition is necessary, the basis of everything roots. But it is necessary to unite roots and tradition, to the demands of the times in which we live, to the taste. Taste has changed. Taste is more rigorous, less decadent, meaning the tradition of long notes, added high notes, this is no longer acceptable." (Gencer is an enthusiastic fan of Riccardo Muti.) "When I sang Roberto Devereux, I sang it as written, and still I had a triumph. Today, we are not in the nineteenth century but the twenty-first. One cannot put one's hand to one's heart and sing bel canto from morning to night. No one will come they'll be bored. Today, theater is more modern, more alive, more demanding, more pure.
"Even if I made no recordings, with live discs, all the young people know me. They write me long letters. They tell me, 'It's as if we were in the theater. We see you. We hear you through your discs as if we were there.' This is a great miracle!"
2 0 0 4
INNER VOICE Renée Fleming on her La Scala Borgia
IL PICCOLO
Omaggio al principe Cappuccilli
Milano. A quarant'anni esatti dal suo debutto scaligero, avvenuto il 12 giugno 1964 in un memorabile allestimento di Lucia di Lammermoor, Piero Cappuccilli torna a Milano per ricevere l'omaggio dei suoi amici e colleghi più cari: sabato 19 giugno, alle 21, una grande festa vedrà radunati all'Auditorium di via Mahler alcuni protagonisti del melodramma internazionale. L'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi sarà diretta da Romano Gandolfi. La serata, condotta da Antonio Lubrano, sarà trasmessa in differita da Rai Uno. La regia è affidata a Giovanni Cappuccilli.
LA REPUBBLICA
Riccardo Muti e il suo teatro





















