STABAT MATER
COMPLETE RECORDING
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IL TROVATORE
STELLE DELL’ARENA
Fu davvero, come scrisse un pungente critico, la Callas dei poveri? Sì e no. L'aver scelto esattamente lo stesso repertorio della Callas, quello del soprano drammatico di agilità, la poneva inevitabilmente a confronto con quella che era la diva del momento. E poiché i teatri della Gencer non crano quelli della Callas, nacque quello strano appellativo perché parevano diversi i pubblici che applaudivano le due primedonne. I confronti sono sempre spiacevoli ed inutili: la Callas e la Gencer avevano in comune solo una parte del repertorio per il resto diverse le voci, diverso il carattere, diversa bla recitazione.
SIMON BOCCANEGRA
MEDEA
Photos © FOTO ALDO NEGRO, Venezia





I LUNEDI DELLA FENICE MEDEA DI CHERUBINI


Durante il lungo inverno veneziano che fa, di anno in anno, più squallida la vita della città, il Teatro La Fenice è il solo organismo al quale la cittadinanza concorre con passione. Da dieci anni il Direttore Artistico, maestro Mario Labroca, provvede all'ideazione e alla realizzazione del programma di questo centro vivo, e sveglio, in una città che alle nove di sera era deserta come durante il coprifuoco. In questa intervista al Dramma, il maestro Labroca illustra l'attività del Teatro La Fenice, che ha trovato nel sovrintendente Floris Ammannati un animatore ed organizzatore validissimo.
D. Vuol dirci, Maestro, qual è il carattere della
stagione 1968- 1969 iniziata nei giorni scorsi?
R. Il carattere della Stagione è, come al solito,
eclettico; ripropone il caso Cherubini la cui Medea è opera che deve entrare
nella vita del teatro e non restare soltanto nella sua anticamera in attesa di
una nuova riesumazione: ed infatti il ritorno. di quest'opera è stato assai gradito
grazie alla direzione del maestro Franci, l'interpretazione di Leyla Gencer, la
messinscena di Pizzi e la regia di Fassini, che hanno tutti contribuito alla
formazione di un grande spettacolo, nuovo e degno dell'apertura di un grande
teatro. Altro spettacolo felicemente realizzato Cosi fan tutte di Mozart
diretto da Maag, cantato da sei artisti (Deutekom, Troyanos, Ravaglia, Montarsolo,
Casellato, Giombi) che hanno dato all'opera una caratterizzazione di alto
rilievo, grazie anche alla regia felice di Lofti Mansouri.
D. Quali opere lei pensa destinate ad arricchire la
cultura musicale?
R. Per un verso o per l'altro tutte. Per esempio
Mejistofele di Boito era assente da molti anni dal nostro Teatro; il suo
ritorno oltre che gradito è necessario perché occorre di tanto in tanto
valutare il rapporto tra la sensibilità di oggi e le opere che in passato erano
entrate nel repertorio comune. La stessa cosa può dirsi per Francesca da Rimini
di Zandonai che nel 1915 fu accolta con un trionfo clamoroso.
D. Vedo nel cartellone Didone ed Enea di Purcell; è stata
mai eseguita in Italia?
R. Si, credo più di una volta. Io la presentai nel Maggio
Musicale Fiorentino del 1939 e posso dire che ebbe molto successo. È una grande
opera che il pubblico deve conoscere perché integra la conoscenza che esso ha
del teatro seicentesco.
D. Seguono, se ho visto bene, opere di repertorio
alternate ad opere di non frequente esecu zione. Con quale criterio vengono
scelte?
R. Seguendo una certa rotazione e creando successioni di
spettacoli che diano rilievo alla varietà del programma. Per esempio, dopo
un'opera di grosse proporzioni come Medea ecco Così fan tutte che è un'opera
comica e perciò leggera. Dopo il Mefistofele macchinoso ecco Il Campiello di
Wolf-Ferrari che ricrea la freschezza della Venezia goldoniana; dopo I
Puritani, opera sostenuta dalla vocalità intensa e lineare di Bellini, ecco il
complesso sinfonismo della Salomé straussiana; dopo Didone ed Enea il
Tannhäuser di Wagner, dopo il Trittico di Puccini che di rado appare nella sua
organica sequenza, abbiamo la Francesca da Rimini che presenta un aspetto assai
interessante del teatro del primo Novecento; a questi segue Il Barbiere di
Siviglia che ci ripromettiamo di presentare nella sua veste originale di opera
comica e non già in quella abusiva di opera buffa »; Don Carlo di Verdi è
anch'essa opera che diventa sempre più familiare al nostro pubblico, e La
Fenice vuole contribuire alla estensione della sua conoscenza.
D. E le opere nuove?
R. Abbiamo preferito presentare in una serata un'opera,
Il pozzo e il pendolo di Bettinelli, e due balletti, uno creato da Milloss su
la composizione Estri di Goffredo Petrassi, l'altro da Menegatti sulla traccia
del Gabbiano di Cechov su musica di Roman Vlad; data la importanza musicale
delle due coreografie pensiamo che lo spettacolo susciterà un interesse
indiscusso.
D. E Belisario di Donizetti?
R. Si tratta di opera che fu scritta dal grande
compositore su ordinazione de La Fenice nel 1836 ed oggi ritorna dopo tanti
anni di silenzio. É opera nuova perciò anche se nata da oltre un secolo. Per il
giro dei turni è di nuovo tra noi Lucia di Lammermoor. Alcuni complessi di
danza completano il quadro della Stagione.
D. E soddisfatto del programma realizzato?
R. Per noi è importante conciliare nei limiti del
possibile le nostre preferenze con il gusto del pubblico; ma, intendiamoci
bene: se noi facciamo qualche concessione (molto limitata del resto) verso
quanto il pubblico ama e desidera, portiamo a nostra volta il pubblico ad
estendere gli orizzonti delle sue conoscenze, ad affrontare nomi sconosciuti ed
artisti nuovi, ad avvicinarsi con confidenza sempre maggiore ai capolavori che
furono per troppo tempo dimenticati. E dato il numero impres sionante degli
abbonamenti, abbiamo la sensazione di aver toccato il centro.
Ad inaugurare la stagione lirica invernale il Teatro La
Fenice ha prescelto l'oscura e problematica Medea: un'opera con illuminazioni
degne del Fidelio, alla quale l'ascoltatore tuttavia non riserva una adesione
piena. Eppure c'è da sorprendersi che essa sia caduta così a lungo nel l'oblio,
che soprattutto dalla saccenteria provinciale Cherubini sia stato condannato al
ruolo di comprimario, di professore di contrappunto o addirittura di
legislatore accidioso. Confalonieri ha spiegato il significato di Medea nella
storia del melodramma, la sua portata rivoluzionaria; poiché si trattò
realmente di una rivoluzione anche se Cherubini, a ben vedere, portò agli esiti
ultimi le premesse della riforma gluckiana e anche se egli certamente non fu il
solo ad approfondire una concezione musicale che doveva rivelarsi carica di
futuro.
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Recording Excerpts [1968.12.15]