S'è inaugurata con il «Mefistofele di Boito la stagione
operistica all'aperto dello Sferisterio di Macerata
Qualcosa di più che una parata vocale estiva
Altri titoli nel programma della città marchigiana:
«Madama Butterfly» e «Gioconda». In palcoscenico cantanti famosi: Magda
Olivero, Leyla Gencer, Raina Kabaivanska, Carlo Bergonzi e Cesare Siepi che da
anni non si presentava al pubblico italiano
↑ Photo: Lo Sferisterio di Macerata gremito di pubblico prima di una rappresentazione. Costruito all'inizio dell'Ottocento per il gioco del pallone a bracciale, da mezzo secolo ospita anche spettacoli lirici
La parata estiva delle grandi voci, un tempo dominio
quasi esclusivo dell'Arena, ora si è estesa, con una settimana di anticipo
sulla stagione veronese, anche allo Sferisterio di Macerata. Anche qui un grande
teatro all'aperto - può accogliere quasi novemila persone riesce a calamitare i
più grossi nomi della lirica: Cesare Siepi e Magda Olivero, Raina Kabaivanska e
Leyla Gencer, Carlo Bergonzi e Cornell Mac Neil, e altri ancora, si sono ritrovati
nella cittadina delle Marche in luglio, impegnati nel repertorio prediletto da
queste maratone estive: Mefistofele, Madama Butterfly, Gioconda, oltre a un
caposaldo della coreografia romantica, Giselle, con il Balletto dell'Opera di
Stato di Poznan, alla Resurrezione di Cristo di Perosi, nella ricorrenza del
centenario della nascita, e ad alcu ne serate di prosa, con Lisistrata di
Aristofane.
Tuttavia il modo con cui questi spettacoli vengono
realizzati supera la semplice esibizione delle grandi ugole del momento: qui si
mira anche ad ottenere la collaborazione di registi di grido, come Franco
Enriquez, di direttori d'orchestra agguerriti, come Giuseppe Patané, e a creare
una cornice rappresentativa adeguata, con allestimenti appositamente pensati
per lo Sferisterio.
C'è ancora chi ricorda una colossale Aida allestita nel
1921, con tutto l'armamentario egizio d'obbligo, elefanti compresi, e nell'anno
successivo una Gioconda, con la celeberrima Russ come protagonista. Poi la
stagione maceratese tacque fino al 1967; ma è solo nell'ultimo triennio che le
scelte esecutive hanno raggiunto una dignità non inferiore a quella dei teatri
di più lunga e collaudata tradizione, anche se i contributi statali sono ancora
irrisori e il peso organizzativo grava quasi completamente sugli enti locali.
Per questo gli amministratori marchigiani esigono
qualcosa di più e un riconoscimento ufficiale; e in un convegno, cui hanno
partecipato politici, uomini di cultura e critici musicali, hanno addirittura
richiesto di aggregarsi al carrozzone costosissimo dei tredici enti lirici e
quindi di figurare accanto alla Fenice e al San Carlo, all'Arena di Verona e al
Massimo di Palermo.
Più legittimo sarebbe forse creare le premesse per
costituire un teatro regionale - secondo le indicazioni offerte dai vari
progetti di riforma delle strutture musicali, predisposti da tutto lo
schieramento delle forze politiche -; un teatro cioè che non circoscriva la propria
attività ad un periodo stagionale e alla vacanza turistica, ma che incida
concretamente sulla diffusione musicale per l'arco dell'intero anno, con
esecuzioni anche cameristiche e sinfoniche itineranti per tutte le Marche, una
delle regioni, purtroppo, musicalmente più depresse d'Italia. Di qui anche
l'esigenza di un repertorio più aderente al nostro gusto e, entro i limiti del
possibile, realmente valido: non c'è bisogno di rispolverare il Mefistofele per
ottenere una piena adesione del pubblico.
Ma non vogliamo sottilizzare: è già moltissimo che una
istituzione aggregata al sottobosco della cosiddetta lirica minore abbia saputo
superare le secche della routine impresariale ed offrirci edizioni, soprattutto
di Gioconda e di Butterfly, del massimo decoro. L'inaugurazione invece è
spettata al drammone di Boito, per il quale lo Sferisterio si è assicurato la
partecipazione del basso Cesare Siepi, ormai trapiantato al Metropolitan e
incredibilmente assente da anni dai palcoscenici italiani.
Forse il personaggio infernale di Mefistofele non è più
adatto alle attuali possibilità del cantante, che deve mettere a dura prova i
suoi mezzi leggermente affievoliti per una parte pressoché inaccessibile. Non
per questo il grande basso si può considerare in declino: in un teatro chiuso e
in altri ruoli, in Don Gio vanni come in Filippo II, Siepi potrebbe offrirci
ancora interpretazioni rilevanti, almeno a giudicare dalla classe stilistica
con cui realizza i recitativi e dalla integra bellezza del colore. D'altronde
egli ha finalmente liberato anche la figura boitiana dalle usuali truculenze e
dagli eccessi satanici.
Magda Olivero, all'opposto, trasferisce Margherita in un
ambito veristico, attribuendo a questa candida figura risentimenti ed eccessi
deliranti che il teatro musicale avrebbe scoperto solo un trentennio dopo la
nascita di Mefistofele. Ma la Olivero riesce ugualmente ad imporre la sua
eccentrica prospettiva rispetto al testo boitiano con una tensione emotiva che
coinvolge il pubblico (è stata la trionfatrice della serata) e una carica
drammatica che toglie il respiro.
La direzione di Nello Santi, massiccia e squadrata, vale
a garantire la sufficiente omogeneità allo spettacolo, in cui Franco Enriquez
scatena le sue fantasie melodrammatiche, mentre la scenografia di Tito Varisco
cala il dramma goethiano in cupe ambientazioni rocciose nelle quali agisce la
suggestione di certa sensibilità materica, desunta da attuali soluzioni
plastiche.
Molto più attendibile, comunque, la realizzazione scenica
di Madama Butterfly in cui spicca la scenografia. deliziosamente oleografica,
di Luisa Spinatelli, in accordo con la regia di Beppe Menegatti, che giunge
fino al limite del pastello decorativo, rievocando con garbo - e magari con
qualche leziosità - le seduzioni lunari e le giapponeserie su cui ha indugiato
con consumata maestria lo stesso Puccini. Raina Kabaivanska poi, nei panni di
Cio- Cio-San, attua un capolavoro di sottigliezza psicologica arricchita talora
anche da tragica gravità. L'impeccabile soprano bulgaro ha, rispetto ad un
tempo, levigato notevolmente il suono e rivelato una capacità pressoché
illimitata di indagine sulla parola e un gusto che non deflette mai dalla più
rigorosa fedeltà. Ecco un modo attuale di riproporre Puccini svelandone, ma
senza affettazione, le vibrazioni intimistiche. Il pubblico è rimasto
soggiogato da questa lezione interpretativa e quasi non si è accorto della
burocratica direzione di Gianfranco Rivoli.
Con Gioconda, infine, si sono toccati i risultati
musicali più felici, in senso globale, di tutta la stagione: merito prima di
tutto del direttore Giuseppe Patané, vivificatore energico e trascinante che,
nonostante i limitati mezzi di cui dispone lo Sferisterio (l'orchestra non è
eccel sa, né le prove sono particolarmen- te accurate), ha attuato con magistrale
plasticità anche gli episodi più impegnativi, come il grandioso concertato che
chiude il terz'atto o il « galop » della celeberrima « Danza delle ore ». E'
strano che questo maestro così dotato di istintiva consentaneità con il
melodramma sia quasi ignorato dai nostri maggiori teatri e svolga la sua
attività prevalentemente in Germania.
Inoltre la riuscita di questa edizione di Gioconda è
garantita anche da una compagnia di canto eccezionale, impostata sul sestetto
Bergonzi, Gencer, Mac Neil, Bordin-Nave, Fedora Barbieri, Cava. Carlo Bergonzi
e Leyla Gencer in particolare hanno avuto il grande merito di non concedere
nulla al verismo, cui quest'opera, così devota ai Mani del Verdi maturo, è in
genere condannata. In realtà con Gioconda il melodramma romantico celebra il
suo gradevole epicedio: nonostante il goffo libretto di Boito, tutto in
quest'opera è dichiaratamente melodrammatico e sta ancora al di qua del
naturalismo che di lì a poco avrebbe invaso l'Europa. Niente di meglio dunque
che eseguirla come se si trattasse della Forza del destino o del Don Carlo
verdiani: è ciò che hanno capito i due protagonisti; Bergonzi in particolare in
« Ciel e mar » ha offerto pure un saggio, oltre che di penetrazione interpretativa,
di autentico belcanto, suscitando il delirio della platea, che ha chiesto a
gran voce il bis della celebre romanza. [Mario Messinis / Macerata,
luglio]
↑ Photo: Fra i protagonisti della « Gioconda » di
Ponchielli: Luisa Bordin-Nave, Carlo Bergonzi, Leyla Gencer. A destra, Cesare
Siepi nel costume di Mefistofele: l'opera di Boito ha aperto la stagione lirica
estiva