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MONTE IVNOR

Lodovico Rocca (1895 - 1986)
Opera in three acts in Italian
Libretto: Cesare Meano, Franz Werfel
Premièr at Teatro Reale, Roma – 23 December 1939
17† October 1957
Auditorium RAI, Milano

Orchestra Sinfonica e coro della RAI, Milano
Conductor: Armando La Rosa Parodi
Chorus master: Roberto Benaglio

Edali LEYLA GENCER soprano
Naiké MIRIAM PIRAZZINI mezzo-soprano
Imar RENATO GAVARINI tenor
Wladimiro Kirlatos ANSELMO COLZANI baritone
Tepurlov NESTORE CATALANI bass
Gregor Miroj JORGE ALGORTA bass
Il capo dei gendarmi LEONARDO MONREALE bass
Maravaid LEONARDO MONREALE bass
Kuttarin JOLE DE MARIA soprano
Danilo AUGUSTO PEDRONI tenor
Droboj SALVATORE DE TOMASO bass
Ivanaj WALTER BRUNELLI tenor
Un operaio WALTER BRUNELLI tenor
 

Time: End of 19th Century
Place: Caspian Sea
 
Recording date

Note: Opera broadcast by RAI

RADIOCORRIERE.TV                                                 
1957 October 13 - 19
MARIA RINALDI

STAGIONE LIRICA DELLA RAI

MONTE IVNOR un'opera di Lodovico Rocca

Dramma d'anime e di popolo, ispirato da un romanzo di Franz Werfel, fu rappresentato per la prima volta al Teatro dell'Opera di Roma nel 1939.


Monte Ivnor, quarta opera di Lodovico Rocca compositore di valore e attuale direttore del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torinosi trova esattamente tra li dibuk, che è del 1933, L'urogane, che è del 1952. Il dramma musicale venne rappre sentato la prima volta al Teatro del Opera di Roma il 23 dicembre 1930, sotto la direzione di Tullio Serafin, ottenendo un successo caloroso, tanto che venne subito ripreso da altri teatri, anche dell'estero. La trama, stesa da Cesare Meano, fu ispirata al romanzo quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel: ma nel 1939 la cosa doveva essere igno rata a causa dell'origine ebraica del lo scrittore. Non solo, ma l'azione venne anticipata al secolo XIX per la località venne preferito un paese montano sulle rive del Mar Caspio. Se qualche personaggio sof fre per forzato mutamento di tempo e di luogo, se qualche momento dell'azione perde di efficacia rispet to al lavoro originale, la colpa non può essere attribuita al Meano, ma alle assurde leggi di quell'epoca. II commediografo fu infatti costretto a mutare e a mascherare il romanzo del Werfel, quasi non avesse avuto già sufficienti preoccupazioni con il solo trapasso dalla forma narra. tiva a quella teatrale. Comunque è indubitato che il Meano riusci a tra sferire buona parte dello spirito ani matore e del clima eroico dell'epi sodio guerriero nel libretto per ma sica, tanto è vero che fu notato co me i bagliori corali che si accen dono nel tre atti non mutano il tono dell'opera: accenti di speranza, esplo sioni mistiche, invocazioni che r spondono agli accenti disperati di chi si trova in grave periglio. I dramma presenta infatti la popola zione di un piccolo paese alpestre sulla quale pesa, da parte di un ne mico invasore, una minacela di bando.
Popolanie maggiorenti stanno per rassegnarsi alla foro dura sorte, quando un signore del luogo, Via dimiro Kiriatos, propone di resistere al nemico, trincerandosi con le ar mi su di una montagna che sovra sta il paese, il Monte Ivnor. Tutto il popolo sale la montagna. Ma ecco che nel dramma del popolo viene ad Inserirsi un dramma d'anime. Una donna, Edali, già promessa al gio vane Imar, si accende di segreto amore per il capo e apostolo del paese, Kirlatos. Il deluso Imar intuisce il pericolo di perdere l'amata e accecato dalla gelosia, tradisce il proprio popolo, pur di colpire il ri vale. Il tradimento di Imar apre al nemico la via per raggiungere punto vitale della resistenza. La di fesa disperata eui ricorre il piccolo paese non sembra che valga a sal varlo. Il nobile Kirlatos perde nella battaglia il figlio che adora. Mancano le munizioni, i viveri sono pres soché finiti, serpeggia la ribellione che si volge contro il generoso capo. Ma quando tutto sta per rovinare, ecco alcune navi apparire all'oriz zonte. Sono navi amiche ed è la salvezza, Ma il valoroso Kirlatós r marrà sulla montagna. Nemmeno la fanciulla che, nell'ora tragica, gi presenta per palesargli il suo amore, riuscirà a rimuovere la sua de cisione. Anzi, con dolei parole di per dono, l'eroe affida la giovane svenuta al traditore pentito. Rimasto solo, Kirlatós potrebbe fuggire, ma non muove un passo. Una pattuglis ne mica gli va incontro. E colpito al petto e cade in terra, là dove cadde il figlio prediletto.
L'opera, pur presentando contrasti notevoli fra i maggiori perso naggi, ha un suo tipico sfondo co rale dove il Rocca palesa il meglio della sua personalità e della sua tec nies musicale. Un'opera di azione e di alti sentimenti, dove è sempre salvo il fondamento drammatico e teatrale. Tutto questo conferma, e la critica lo ha rilevato, che i Rocca non è soltanto un maestro del contrasto e del colore, ma un conoseltore del teatro, un artista dall'animo sensibile che sa raggiungere i neces sari equilibri. La sua umanità, prevalentemente dolorosa, lo guida ver so notevoli elevazioni; la saa anima, che conobbe più di un'amarezza riesce a cantare con naturalezza dol cissime sinnenanne. Dalla serenità di quadri tanto mistici come la di scesa delle campane e batte simo, il Rocca passa con rilevante facilità ad episodi di eccezionale importanza, come quelli dell'apparizio ne di Kirlatos e della morte del gio vane Danilo.
Nonostante la varietà degli episodi non manca un filo conduttore teso con indiscussa sapienza: quello tessuto apertamente dal condottiere e segretamente da personaggi plú escuri come la vecchia Naike In Monte lunor il dramma sorge con evidente plasticità, tanto che di ogni personaggio e di ogni momento dell'azione si coglie infallibilmente il late realistico e quello a sfondo morale: intreccio non facile a realiz zarsi, ma che era senza dubbio nel le segrete mire del compositore to rinese. Volendo è possibile penetra re un po' più addentro nella par titura, per rilevare come parola e musics formino una cosa sola, senza mai cadere in quel recitativo piatto e incolore che senza fallo conduce alla monotonia, Giustamente qualcu no ha rilevato che nella partitura esistono punti salienti, nei quali la musies s'individua in modo palese, come se azione e suono fossero sorti In un sol tempo. E questa crediamo sia la miglior Jode che possa rivol gersi a un musicista del secolo XX. 
 
↓ Photo: Leyla Gencer a colloquio con un vigile a Milano, la piazza della Scala. Il soprano turco, protagonista dell'opera di Lodovico Rocca. Interpreta il personaggio di Edell.

THE LISTENER                                       
1958.11.20
DYNELEY HUSSEY
MUSIC
Displaced Persons
 
THE TRAGEDY of the wholesale removal of populations from their established homes is no new one, though it has become more conspicuous during the past two decades. The danger of taking as a subject for a work of art such a topical theme, which is bound to arouse sympathy in all decent-minded people, is that the artist will not be able to transmute the raw material of reality into the more abiding substance of art. We can see what happens if this transmutation does not take place, in Menotti's The Consul, a 'slice of life' served up with an absolute minimum of worth-while music.
Lodovico Rocca, whose Monte Ivnòr, broadcast last week,. proved to be one of the B.B.C. Opera Department's best discoveries among unfamiliar works, does not fall into that error. The action, which might have taken place in some village of the Süd Tirol sub consule Mussolini, is removed to some vaguely specified locality in Asian Russia in the last century. Even so, performances of the opera were stopped by the Italian authorities soon after its production in 1939. It cut too near the bone.
As a music-drama Monte Ivnòr is a first-rate I piece of work. It is about real people, in whose actions one can believe, and not about the cardboard figures of Puccinian melodrama. Musically Rocca owes a good deal to Puccini. His melody in passionate scenes tends to rise and fall in an arc, the descent being given urgency by the introduction of a triplet. It is a type that derives through Puccini from Verdi, and in this respect, Rocca cannot be called an original or even a very distinguished creator of vocal melody.
Structurally his opera has a continuity derived, perhaps, from Mussorgsky, though there are precedents nearer home in Puccini's Girl of the Golden West which (whatever its gross faults) is more completely durchkomponiert than his earlier operas, and in the operas of Pizzetti. But the Mussorgskian influence is there, not only in the prominence given to the chorus, the ordinary citizens of the martyred village, but also in certain of the melodies, notably that of Kirlatos's lament for his son. This intensely moving scene has the bare simplicity of the Idiot's song in Boris.
There were no famous names in the cast; the only singer I can remember having heard was Miriam Pirazzini, an admirable contralto who gave a beautiful performance in the part of an old woman. If there were no outstanding voices, all the singing was both musicianly and dramatic. Anselmo Colzani as Kirlatos, the leader of the forlorn hope, sang his music with authority and with deep feeling, so that we could believe in his powers of leadership and in the depth of his suffering. As Edali, the woman who loves him and is rejected by the lonely man, Leyla Gencer gave just the right touch of visionary faith to her performance. It is one of the virtues of the opera that its end is as honest as the rest. When the people who have turned against him are saved, Kirlatos stays behind and is killed, but Edali, rejected, does not stay with him to share his fate in the conventional love-and-death duet.
The performance, recorded in Italy under the direction of Armando La Rosa Parodi, seemed excellent. More use might, perhaps, have been made of radio-technique, as was done in Louis de Meester's Tentation de Saint-Antoine, to bring out clearly the frequent passages of dialogue set against a choral background. The chorus, by the way, often resorts to speaking and shouting without regard to the music-this surely an abdication of his responsibilities by the composer who should create the impression of hubbub by musical means.

RADIOCORRIERE.TV                                             
1959 June 28 - July 04

CON LEYLA GENCER E ANSELMO COLZANI

«MONTE IVNOR» di Rocca

Lodovico Rocca è nato a Torino nel 1895. Appartiene, dunque, a quella generazione di musicisti cresciuta nel clima febbrile del più rivoluzionario rinnovamento formale e stilistico, delle più disparate esperienze nella ricerca di un proprio linguaggio che insieme han no condizionato e sconvolto il gusto e il costume artistico contemporaneo.

Aperto alle nuove voci della musica, ma intimamente estraneo ad ogni precostituito programma estetico, Lodovico Rocca fedele alle ha saputo rimanere proprie vocazioni, azioni, alla propria natura riflessiva e siva e pensosa, soffusa di dolente pessimismo. Autore di una folta serie di composizioni sinfoniche e da camera alcune delle quali, come Schizzi francescani e Salmodia, scritte per i Festival internazionali di Venezia, si affermò nel teatro nel 1933 con Dibuk, autentica rivela zione fra le 180 opere presentate al Concorso indetto dalla Scala.
Monte Ivnor, rappresentata al Teatro dell'Opera di Roma nel 1939, è la sua seconda opera importante e fortunata, Come nel Dibuk ritroviamo anche qui - pregnanti motivi centrali gusto dell'Oriente e l'idea dominante della morte; e quei toni ora casti ed elegiaci, ora ironici c caricaturali che improntano le sue musiche migliori. Ma è soprattutto nella drammatica vocalità corale e nella espressiva duttilità del tessuto sinfonico che il musicista torinese då, ancora una volta, la misura più originale del suo temperamento operistico. Per Monte Ivnor, che al suo sorgere dovette superare non pochi ostacoli di natura politica e razziale, il compositore trovò in Cesare Meano il librettista congeniale. Il dramma si ispira al celebre Tomanzo di Franz Werfel I quaranta giorni del Musa Dagh.
Siamo sulle rive del Mar Caspio, verso la fine del secolo scorso. Sugli inermi abitanti di un paesino alpestre pesa, da parte del nemico invasore, un'aperta minaccia di bando. Popolani e maggiorenti sono quasi rassegnati al loro tragico destino, quando un signore del luogo, Vladimiro Kirlatos, un uomo maturo che ha viaggiato e conosciuto il mondo, si leva a rincuorarli e a trado, st scinarli sul Monte Ivnor, l'im pervia montagna che domina il villaggio. Ma prima, in obbedien za ad un'antica tradizione, il pa triota ha staccato le campane della chiesa che il popolo in mesta processione porta al cimitero dove resteranno sepolte fino al giorno della vittoria.
Sul monte, trasformato in fortezza, la la vita del paese riprende, avvicendando i i suoi pacifici episodi alle azioni di guerra contro il nemico. Ma ecco nel dramma del popolo inserirsi un dramma d'anime. La bella Edali, già fi danzata al giovane Imar, si accende di segreto amore per il Kirlatos. capo della resistenza, Imar intuisce, e accecato dalla gelosia, pur di colpire il rivale, al nemico la via per raggiungere il centro della fortezza. La disperata resistenza del popolo riesce a contenere l'urto del nemico, ma nella battaglia il nobile Kirlatos perde il figlio che adora. Intanto le munizioni sono finite, quasi esauriti i viveri; e già fra il popolo stremato comincia a serpeggiare il veleno dello scoraggiamento e della ribellione quand'ecco la salvezza: rombo di cannone annuncia l'arrivo delle navi amiche. Il popolo di Monte Ivnor tumultuando di gioia scende, verso il mare, in contro alla vita. Soltanto Kirlatos rimane sulla montagna del suo sogno e del suo sacrificio con la memoria del figlio perduto, sordo alle voci d'amore della piccola Edali che ora affida, svenuta, al traditore pentito Imar, Una pattuglia nemica gli viene incontro e l'eroe l'affronta, cadendo colpito a morte sulla terra che custodisce il corpo del figlio diletto.
In Monte Ivnor Guido Pannain dopo la prima esecuzione romana sono accentuate le qualità di cui Rocca aveva dato prova con il Dibuk. Gli è accaduta una cosa molto semplice, ma estremamente difficile: di poter trovare un suo modo personale di ottenere il dramma in musica, liberandosi da schiavitù e debolezze. Dire che egli segua l'azione da vicino è poco: egli la investe addirittura con la sua musica. Ne fa una cosa di suoni; se ne appropria e ne è dominato. Urti di passioni, sacrifici e dolori, la gioia di una nascita, come la morte del giovi netto eroe, figlio di Kirlatos, costituiscono come le vertebre del dramma che si svolge con ininterrotto interesse, in sicurezza e unità stilistica, serrato, vibran te, emotivo».

COMPLETE RECORDING                                                                        
1957.10.17

Recording Excerpt                      
Non so, non so... Ascolta ho sentitole sue dolci parole Act III     

MONTE IVNOR

Lodovico Rocca (1895 - 1986)
Opera in three acts in Italian
Libretto: Cesare Meano, Franz Werfel
Premièr at Teatro Reale, Roma – 23 December 1939
22 November, 08, 12, 16 December 1956
Teatro San Carlo, Napoli

Conductor: Armando La Rosa Parodi
Chorus master: Michele Lauro
Stage Director: Livio Luzzatto
Scene and costumes: Cesare Mario Cristini

Edali LEYLA GENCER soprano [Role debut]
Naiké MYRIAM PIRAZZINI mezzo-soprano
Imar RENATO GAVARINI tenor
Wladimiro Kirlatos GIUSEPPE TADDEI baritone
Tepurlov GIORGIO ALGORTA bass
Gregor Miroj GIORGIO MIROJ bass
Il capo dei gendarmi ENZO FELICIATI bass
Maravaid GIOVANNI AMODIO bass
Kuttarin ANNA DI STASIO soprano
Danilo AUGUSTO PEDRONI tenore
Droboj GIUSEPPE MICUCCI bass
Ivanaj PIERO DE PALMA tenor
Un operaio GAETANO VALENTINI tenor

Time: End of 19th Century
Place: Caspian Sea

Photos © FOTO TRONCONE, Napoli

Sketch © CESARE MARIO CRISTINI







GIANANDREA GAVAZZENI ON LODOVICO                                   
COMPOSITORE ITALIANO (Torino 1895 - Torino 1966)

Iniziati gli studi a Torino, si è poi perfezionato a Milano, in composizione, con G. Orefice. Dal 1940 al 1966 ha diretto il conservatorio di Torino, rifiutando nel 1950 la nomina a direttore del conservatorio di Roma. Dal 1936 è membro dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia. Su relazione di Pizzetti ebbe un premio per la musica dall'Accademia d'Italia ed ha avuto nel 1961 la medaglia d’oro statale dei benemeriti della scuola, dell'arte e della cultura. Nella sua produzione, prevalentemente operistica, ha per sua natura conciliato la migliore tradizione italiana con le esigenze del teatro contemporaneo. 1048 Caratteristica la spiccata facoltà di saper ricreare gli ambienti e le atmosfere più diverse, realizzandole con personale invenzione. Le stesse liriche e le altre pagine da concerto, fra le quali tipiche spiccano quelle per piccoli complessi, possono essere considerate come visioni che egli rivela attraverso la propria emozione. Ma anche dove manca l'indicazione di un testo patetico, nella musica sinfonica o da camera l'autore ugualmente aderisce ad un'intenzione di origine immaginativa che ne dirige lo svolgimento. Per quanto fortemente legato volta a volta alle più disparate situazioni ambientali, il linguaggio musicale ha sempre conservato una profonda ricchezza pur negli impasti strumentali amari ed ambigui e nelle armonie e polifonie più spinte: azione, musica e parole giungono così allo spettatore in modo unitario e subitaneo.

Caratteristica la spiccata facoltà di saper ricreare gli ambienti e le atmosfere più diverse, realizzandole con personale invenzione. Le stesse liriche e le altre pagine da concerto, fra le quali tipiche spiccano quelle per piccoli complessi, possono essere considerate come visioni che egli rivela attraverso la propria emozione. Ma anche dove manca l'indicazione di un testo patetico, nella musica sinfonica o da camera l'autore ugualmente aderisce ad un'intenzione di origine immaginativa che ne dirige lo svolgimento. Per quanto fortemente legato volta a volta alle più disparate situazioni ambientali, il linguaggio musicale ha sempre conservato una profonda ricchezza pur negli impasti strumentali amari ed ambigui e nelle armonie e polifonie più spinte: azione, musica e parole giungono così allo spettatore in modo unitario e subitaneo.

Bozzetto per L’Opera “Monte Ivnor”

Attraverso i molteplici stadi dell'esperienza la sua personalità ha raggiunto la sintesi di un mondo poetico ricco di emozioni diverse, in un arricchimento della tavolozza espressiva. "Brutale" e scabra appare a volte la materia musicale; il suono inteso come provocatore di un ambiente giunge sino a delle espressioni primitive e barbare, e balenano così, improvvise, luci violente e taglienti. Rocca ha trovato un tono suo personale. Non accontentandosi di risultati ch'egli avrebbe raggiunto con una certa facilità e sicurezza nell'ambito del moderno accademismo detto d'avanguardia, ha sempre cercato tenacemente di dar voce coi mezzi propri al suo acceso e fantastico temperamento" 


IL MATTINO                                        
1956 December

LE NOVITA' AL SAN CARLO

"Monte Ivnór" di Ludovico Rocca
L'opera presentata in una eccellente edizione
 
Monte Ivnor è un'opera di toni cupi o fiammeggianti che s'impone con immediatezza per la circolazione attiva del suo sangue. Ludovico Rocca è penetrato profondamente nella materia offertagli con equilibrio, ordine e letterario decoro dal librettista Cesare Meano. Egli ha sentito il soggetto con vibrante simpatia, con trasporto, con passione: che era la condizione per cui potesse investirlo con convinzione e sincerità di affetti, con intimità e intensità di accenti, di cui sono segno palese la vitalità quasi ininterrotta della partitura.
Non si vorrà dire che la emozione indubbiamente profonda del musicista, nata dalla radice di un'intensa partecipazione umana ed etica all'epica e pietosa vicenda narrata, trovi costantemente l'adeguato segno espressivo; nè che il clima drammatico non abbia nel corso dell'opera le sue cadute e i suoi vuoti; nè che la trasfigurazione di quel dramma in accenti di poesia appaia continua, nè che in frequenti casi la parola non resti prosasticamente scoperta, svelando l'artificio di un rivestimento musicale, e talvolta di seconda mano, più. che un'interiore rievocazione di essa in luce di suoni. Ma nel complesso l'opera colpisce, e nei punti culminanti avvince, e in alcune pagine raggiunge per vigoria o per delicatezza un alto clima poetico.
L'orchestra è sempre impegnata e vigile, e non soltanto in una funzione di commento, ma di attiva creazione del clima psicologico, con risultati quasi sempre di vivà efficacia e di densi colori, nonostante alcune zone di un po' stanca monocromia strumentale. Il fondo orchestrale si slarga in quello corale; e poichè l'azione che qui si svolge impegna l'intero popolo ad essa partecipante, elevandosi a dramma di sentimenti collettivi, il coro ha in quest'opera una funzione sovrana. I suoi canti distesi o concitati, cangevoli col volgere degli stati d'animo. talvolta violentemente e crudamente chiaroscurati nell'urto delle contrastanti passioni, non rappresentano soltanto lo sfondo sonoro del dramma, ma s'identificano con esso.
Tuttavia, questa funzione prevalente del coro non appiattisce il rilievo dei sentimenti non collettivi dei pochi personaggi che spiccano [.........] ce introduzione su un fresco tema di pastorale.
Con un altro episodio il compositore pensava di creare una nota d'ilare comicità in contrasto con l'atmosfera d'incubo e di terrore che precede la triste decisione dell'esodo; ed è quello dell'entrata del capo dei gendarmi, con la sua violenta soldataglia, per leggere l'ordine di bando. Ma la figura del personaggio risulta musicalmente di un profilo non grottesco, ma piuttosto goffo e manierato.
C'è infine l'episodio della morte, del giovinetto Dànilo, che accanto ad alcune tra le pagine più meste o più accese del coro, è, come si vedrà tra poco, il momento più bello e forse il più alto e solenne dell'opera, soprattutto per la temperanza dei toni in cui si avvolge.

↓ Photo: Una scena del 2. atto: Leyla Genger, 
Renato Gavarini, e  Giuseppe Taddei
Pur nella personale rielaborazione del moderno patrimonio tecnico e linguistico, due punti di riferimento tornano con maggiore frequenza in questa partitura: [.........]
E se era meno arduo difendersi dalla psicologia cruda ed effusiva del verismo appunto nei vasti interventi corali, doveva poi essere tutt'al atro che agevole sfuggire a tutte le insidie di una reazione lacrimosa nel ricordato episodio dell'uccisione dell'adolescente Dànilo, tanto più che quell'episodio non risparimia allo spettatore la visione del cadavere del giovinetto, [prima trasportato a braccia, poi deposto in terra e scoper to agli occhi del padre, e da costui lungamente carezzato e palpeggiato come ancor viva creatura. Qui la commozione del musicista di fronte al tenero virgulto stroncato si spiega alta, serena, senza un sussulto, senza un attimo di debolezza, e diffonde un sentimento di stupore per effetto di un raro senso di decoro umano ed estetico. Consideriamo l'elegiaco episodio come la gemma dell'opera per la estrema compostezza che ne governa musicalmente, in un'atmosfera incantata, ogni tratto, per la silenziosa pietà che esso ispira frenando [.........] ne di una parte che richiede penetrazione psicologica e varietà di tocchi.
Superbamente ha cantato, e con rara nobiltà e duttilità nell'individuazione del personaggio generosissimo (Vladi miro) Giuseppe Taddei. sua interpretazione ci ha testimoniato ancora una volta come in lui sia innato il senso dell'arte sopratutto nella contenuta densità e nella frenata commozione con cui ha condotto la pagina più teneramente pietosa del dramma, senza veristici scotimenti singulti.
Molto bravo anche il tenore Renato Gaverini nell'appassionata e difficile parte di Imar, di cui ha saputo ritrarre, con adeguata voce e con accorto equilibrio, la tormen tata vicenda interiore tra la vendicativa fierezza e le pene d'amore.
Il basso Giorgio Algorta ha rivestito di ieratica solennità, con la nobiltà del gesto e i bei colori della sua voce sana e profonda, la figura dell'arciprete.
La compagnia si fregiava anche del nome della sempre apprezzatissima e intelligente cantante Miriam Pirazzini, che riesce a dare vita e rilievo anche a figure non centrali, come, questa volta, quella dell'indovina Naike. Con qualche ma limpidamente ha cantato, nella parte dell'adolescente Danilo, Augusto Pedroni. Proprietà di personificazione e sicurezza abbiamo notato anche questa volta nel Gaudioso (il sindaco), nella Di Stasio, nel De Palma, nell'A- modei, nel Micucci, nel Valentino. Di una brutalità non temperata dai desiderati tocchi grotteschi è apparso Enzo Feliciati nella parte del Capo dei gendarmi. Ma si è visto che questo personaggio manca anche musicalmente dall'ambiguità, per così dire, eroicomica, che era nelle intenzioni dell'autore.
A posto le musiche interne e in scena.
Bravi come sempre, nelle loro diverse mansioni tecniche, il Curcio, il Morino e il Di Scala.
Non tocca frequentemente ad un compositore contemporaneo l'incontrastato successo raccolto ieri sera da Ludovico Rocca col Monte Ivnor: successo che dopo l'atto centrale si può dire senza ombra di esagerazione caloroso, ma che già si era delineato, quantunque ancor timidamente, alla fine del pri mo atto con quattro chiamate ai cantanti è al maestro La Rosa Parodi delle quali [.........]

LA STAMPA                                            
1956.12.09

OPERA MAGAZINE                                         
1957 February

MUSICAL AMERICA                                     
1957 June

MADAMA BUTTERFLY

Giacomo Puccini (1858 - 1924)
Opera in three acts in Italian
Libretto: Giacosa and Illica
Premièr at Teatro alla Scala, Milan – 17 February 1904
04 May 1955 (3 Performances)
Teatro Nuovo, Torino

Conductor: Armando La Rosa Parodi
Chorus master: Adolfo Fanfani
Stage director: Giuseppe Marchioro
Scene and costumes: n/a

Cio-Cio-San, Madam Butterfly LEYLA GENCER soprano
                                                   ORIETTA MOSCUCCI soprano
Suzuki, her servant LONA PEDRETTI mezzo-soprano 

Kate Pinkerton, Pinkerton’s American Wife J. MARCHESE mezzo-soprano
B.F. Pinkerton, Lieutenant in US Navy FERRANTE FERRARI tenor
Sharpless, US Consul at Nagasaki PAOLO PEDANI baritone
Goro, a marriage broker MARIANO CARUSO tenor
Prince Yamadori, a rich Japanese ALBERTO ALBERTINI baritone
The Bonze, Cio-Cio-San’s uncle M. ZORGNIOTTI bass
The Imperial Commissioner ALBERTO ALBERTINI bass
The Official Registrar PIER LUIGI LATINUCCI baritone

Time: Early Twentieth Century
Place: Nagasaki