MACBETH
Giuseppe Verdi (1813 - 1901)
Opera in four acts in Italian
Libretto: Francesco Maria PiavePremièr at Florance – 14 March 1847
26†, 30 October 1980
Teatro Goldoni, Livorno
Conductor: Antonio Bacchelli
Chorus master:Gherardo Gherardini
Stage director: Beppe de Tomasi
Scene: Sormani
Costumes: Casa d'Arte Jolands
Banquo a general MARIO RINAUDO bass
Macduff a Scottish nobleman LUCIANO SALDARI tenor
Lady-in-waiting to Lady Macbeth GIOVANNA DI ROCCO soprano
Malcolm son of Duncan DINO FORMICHINI tenor
Doctor ALBERTO CARUSI bass
† Recording date
Chorus master:
Stage director: Beppe de Tomasi
Scene: Sormani
Costumes: Casa d'Arte Jolands
Lady Macbeth LEYLA GENCER soprano
Macbeth MARIO ZANASI baritoneBanquo a general MARIO RINAUDO bass
Macduff a Scottish nobleman LUCIANO SALDARI tenor
Lady-in-waiting to Lady Macbeth GIOVANNA DI ROCCO soprano
Malcolm son of Duncan DINO FORMICHINI tenor
Doctor ALBERTO CARUSI bass
Time: 1040
Place: Scotland † Recording date
TEATRO GOLDONI
Dopo un’attenta e complessa opera di restauro e di
recupero architettonico, sabato 24 gennaio 2004, alla presenza del Presidente
della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, è stato inaugurato lo storico Teatro Goldoni
di Livorno con la messa in scena di “Cavalleria rusticana”, capolavoro del
Maestro livornese Pietro Mascagni.
Il Teatro Goldoni sarà gestito da una Fondazione, della
quale fanno parte inizialmente il Comune di Livorno e la SPIL S.p.A. – che ha
tra i suoi soci importanti istituti di credito – con clausola di apertura alla successiva
adesione di altri soggetti pubblici e privati.
In occasione dell’inaugurazione il Presidente Ciampi e la
sua famiglia hanno con generosità voluto donare a Livorno una raccolta di incisioni,
disegni, stampe antiche e riproduzioni contemporanee di lastre fotografiche di
particolare valore, dedicate a piante e vedute della città dal XVII al XIX
secolo. La raccolta, che viene ad arricchire il patrimonio delle collezioni
cittadine, è stata esposta presso la “Goldonetta”, ridotto del Teatro Goldoni,
e, successivamente, presso il Museo civico “G. Fattori”.
Restituire il Teatro Goldoni a Livorno è un evento che
supera ampiamente i limiti di una pur importante e complessa opera di recupero architettonico.
Una città che per lunghi venti anni aveva perduto il luogo più significativo di
incontro e di cultura, e che per ancor più tempo ne aveva vissuto il costante
declino, rischiava di perdere perfino la memoria di uno di quei segni
identitari, che costituiscono l’anima profonda e riconoscibile di una comunità.
Non si è trattato quindi solo di realizzare una rilevante
opera pubblica, di sottrarla ad un degrado deprimente. L’obiettivo che ci ha guidati
in questi lunghi anni di lavoro è stato la più ambiziosa convinzione che
proprio dal Goldoni potesse ripartire la nuova dimensione della città. Livorno
è, infatti, proiettata verso una fase di forte innovazione e di significativo
sviluppo, ma conserva al tempo stesso l’esigenza di non perdere, anzi di
valorizzare le proprie radici più profonde.
Del resto niente più del Goldoni racchiude alcuni degli
elementi fondanti la storia più autentica di questa città. Pensiamo alla
Livorno ottocentesca dei molteplici teatri, vissuti fino ai bombardamenti della
guerra e capaci di attrarre tanti appassionati, a partire dai numerosissimi e
competenti amanti della lirica.
Pensiamo anche alla Livorno dell’impegno e della passione
politica, tradizionalmente sempre forte e coinvolgente, che certo non dimentica
che in quel teatro si è svolto il mitico congresso socialista del 1921, con
tutto quello che ne è scaturito e che tanto ha segnato la storia del nostro
paese.
Sarebbe quindi riduttivo immaginare le prospettive che si
aprono con la restituzione del Goldoni alla città solamente in un’ottica di rilettura
della vicenda teatrale livornese.
Il contesto in cui si colloca questo intervento è forse
ben più ampio e coinvolgente di quanto non sia stato in passato. Per questo le
stesse forme di gestione del teatro, che l’Amministrazione ha prefigurato – una
Fondazione aperta, agile e moderna – individuano nel nuovo Goldoni uno spazio
dedicato alla cultura ed allo spettacolo cittadini, capace di essere punto di
riferimento, di attrazione e di promozione per una vita culturale ricca e
multiforme, per una città che vuole essere fortemente proiettata verso il
futuro, senza dimenticare nulla di un passato di cui va orgogliosa.
Di fatto, se risaliamo negli anni, da quelli della
nascita del Teatro Leopoldo, sino alle ripetute e cicliche crisi, che hanno
portato poi alla definitiva chiusura del Goldoni, ci accorgiamo che le forme di
gestione – tra passaggi di proprietà, variegate relazioni con le pubbliche amministrazioni,
Accademie, Associazioni e Comitati – sono state assai varie ed hanno
rappresentato uno spaccato ignificativo della vita cittadina, nei più diversi
contesti storici e politici.
Inoltre bisogna considerare che oggi il Goldoni
rappresenta “il” Teatro di Livorno, mentre alla sua nascita ed ancora fino agli
anni della guerra era un tassello, importante e prestigioso, ma non unico, di
un sistema teatrale ampio e diversificato.
Oggi, quindi, assegniamo al Goldoni un ruolo diverso da
quello avuto nel passato.
Esso vuole davvero essere una metafora di una Livorno
europea, mediterranea e multiculturale, città innovativa e moderna, capace di
ridefinire e rilanciare un proprio ruolo regionale e nazionale, forse da troppo
tempo al di sotto delle sue ambizioni e delle sue legittime aspettative.
Ed allora vale la pena di definire un contesto più ampio
di riferimento e leggere l’opera di restauro e le idee per la gestione, con uno
sguardo più complessivo al momento che sta vivendo la città intera.
È una chiave di lettura che ci consente di ritornare per
un parallelismo suggestivo agli anni in cui fu costruito il Teatro, quelli dei Lorena
e di una città in piena evoluzione.
Erano anni in cui, ad esempio, Leopoldo II inaugurava le
opere livornesi del Poccianti e notava con orgoglio e soddisfazione i grandi interventi
che si realizzavano in città, sospinti da grandi investimenti, ma anche da una
popolazione dinamica ed ambiziosa. Anni di grande rinnovamento urbanistico ed
edilizio, quelli di metà Ottocento, in cui lo sviluppo della città, fortemente
voluto e sostenuto dai Lorena, si fondava sulla attività di un porto, abilmente
rilanciato dai Granduchi dopo la crisi del periodo napoleonico.
La città, di conseguenza, cresceva in modo straordinario,
con nuove industrie legate alla economia marittima ed alla portualità, ma anche
grazie ad attività più tradizionali e raffinate rivolte al mercato estero e non
solo ad esso. Quel grande teatro non certo a caso, quindi, si inserisce in una
città che, in una fase di pieno sviluppo ed al centro dell’interesse del
governo regionale, sta rilanciandosi ben fuori la propria cinta muraria. Come
allora, anche oggi possiamo considerare la rinascita del Goldoni come il segno
tangibile di una nuova e decisiva fase di sviluppo della vita cittadina.
Vogliamo, in altri termini, affidare a questo momento
straordinario, coltivato ed atteso per anni, la dimostrazione tangibile delle
ambizioni possibili ed in parte realizzate del progetto di città che abbiamo seguito
in questo ultimo decennio.
Vale la pena di ripercorrere brevemente questo
itinerario, nato da una felice intuizione della Amministrazione guidata dal
sindaco Roberto Benvenuti, che acquisì il teatro al patrimonio comunale e che
ci vede ora arrivare al traguardo della inaugurazione grazie alla grande
competenza, dedizione e professionalità di quanti hanno presieduto alla
realizzazione del progetto, a partire dal lavoro prezioso svolto dall’assessore
Dario Matteoni. Il progetto, infatti, si è via via arricchito di soluzioni
sempre più raffinate e pertinenti, fino a giungere al pregevole risultato conclusivo.
Bisogna dire, anche, che siamo stati assistiti adeguatamente dalla convinzione
e dalla partecipazione di tutti i livelli istituzionali coinvolti nell’impresa.
Non sarebbe, infatti, stato possibile farcela senza il sostegno concreto e
determinato del governo nazionale, della Regione Toscana e di tutte le
amministrazioni locali.
Anche questa è una importante e significativa chiave di
lettura del lavoro di questi anni, con una valenza di carattere generale ed
esemplare per il futuro della città.
Anzi, occorre sottolineare che non si può non collegare
questo risultato con scelte politiche decisive e coraggiose, che ci hanno
accompagnato in modo determinante, da parte di chi ha, spesso con la propria
presenza, dimostrato di rispettare e condividere l’ambizioso obiettivo che
Livorno si era dato.
Ricordo con sincera gratitudine, che vuole essere anche
il riconoscimento di un positivo e costruttivo rapporto con la città, quanti ci
hanno seguito con affetto e fiducia.
Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,
innanzi tutto, cui vogliamo dedicare per intero questi momenti straordinari per
Livorno, la sua amata città.
Una dedica che ricorda il sostegno, concreto ed
illuminante, datoci nel suo impegno di uomo di governo, rigoroso ed
appassionato.
Insieme al nostro Presidente, pensiamo oggi al ruolo
decisivo di Walter Veltroni, come Ministro della Cultura, di Vannino Chiti e di
Claudio Martini, Presidenti della Regione Toscana.
Sono citazioni doverose, che rimandano ai tanti momenti
difficili in cui, a cantiere aperto, la complessità dei problemi da risolvere
pareva insormontabile e che, senza il pieno coinvolgimento e la disponibilità di
tutti i livelli istituzionali, certamente non avrebbero potuto essere risolti.
Ecco, questa forte coesione istituzionale ha dato un grande risultato ed è un
esempio prezioso, una lezione da non far appassire, anzi da rivendicare con
coerenza.
Del resto, questo decennio ha fortemente modificato le
caratteristiche della città ed il fatto che Livorno si trovi oggi a misurarsi
con traguardi nuovi ed ambiziosi accentua la necessità di co agulare energie pubbliche
e private intorno a progetti condivisi e prestigiosi.
Anche oggi, azzardando un parallelismo un po’ spericolato
con gli anni lorenesi della costruzione del teatro, Livorno vive una stagione di
grandi speranze e di operosa iniziativa.
Ancora una volta il tessuto culturale della città, di cui
il Goldoni vuole essere il cuore, ne è il tessuto connettivo e riafferma il
carattere aperto e disponibile della sua tradizione storica.
Peraltro il nuovo disegno urbanistico multicentrico,
fissato dal nuovo piano regolatore, e le nuove direttrici del suo sviluppo
stanno delineando una città in grande rinnovamento.
Da un lato la Porta a Mare, il centro cittadino, le aree
a sud con il Nuovo Centro, le zone collinari e costiere, i quartieri nord e la
Porta a Terra sono all’interno di un disegno urbanistico che si è delineato ormai
con chiarezza.
Il filo rosso che abbiamo seguito è stato costituito,
comunque, dalla costante e puntuale ricerca di una identità storica originale,
a volte banalizzata in letture superficiali e stereotipate.
Anche le nuove realizzazioni, come la Porta a Terra,
richiamano elementi della storia urbanistica della città.
Le Mura Lorenesi ed il Quartiere della Venezia così come
Piazza del Pamiglione, lo Scoglio della Regina così come Villa Mimbelli, lo
storico Mercato Centrale così come la Terrazza Mascagni rappresentano momenti
cruciali di un recupero assiduo e costante, che merita di essere apprezzato.
E non è quindi un caso che, affrontando le problematiche
della portualità e della economia marittima, decisive ancora una volta per le nuove
prospettive di sviluppo della città, l’obiettivo del rispetto e della
valorizzazione dell’antico Porto Mediceo sia rimasto guida costante ad ogni
progetto che la città persegue, sia esso quello di una nuova prospettiva
industriale, che quello di una trasformazione urbana in grado di coniugare
nuove funzioni e nuove occasioni di lavoro, con un’attenzione straordinaria ad
un ambiente storico e naturale irripetibile.
In questo contesto di anni di lavoro coerente al progetto
di città sottoposto alla verifica degli elettori la cultura, la sua capacità di
attrazione e di coagulo di energie e di risorse, rappresenta più che mai un elemento
fondamentale nello sviluppo di Livorno e della sua dimensione euromediterranea.
Per tutti questi motivi restituire il Teatro Goldoni alla
città non è solo un motivo di soddisfazione per un impegno portato a termine,
ma è l’occasione per guardare al futuro con maggiore fiducia e convinzione, con
un po’ di orgoglio in più ma senza alcuna enfasi retorica, come è nello spirito
più autentico dei livornesi.
Il più illustre tra loro, Carlo Azeglio Ciampi, visitando
la “fabbrica del Goldoni” ed incitandoci a non attenuare l’impegno ed a
concludere l’opera, ci raccontava come, ragazzo, dalla sua abitazione riusciva,
a volte, ad ascoltare le prove d’orchestra che si svolgevano nel grande teatro.
I suoni e l’anima di una città. Il suo orgoglio, appunto.
“Son di Livorno e me ne vanto”, si ricorda signor Presidente?
Gianfranco Lamberti
Sindaco di Livorno
L’opera di restauro
Nell’opera di restauro del Teatro Goldoni, che giunge ora
a conclusione, è stata predominante la ricerca di restituire alla macchina
teatrale una unità di funzionamento e di figurazione. Rarefatto e sobrio, l’intervento,
sovente condizionato all’adeguamento della struttura dell’edificio a normative
e esigenze dell’oggi, propone un connubio tra adattamento a condizioni di
funzionalità e sicurezza e rigorosi criteri di conservazione della
configurazione storica dell’edificio.
L’analisi dettagliata di partenza dello stato dei luoghi
e le verifiche degli spazi hanno influenzato le scelte fondamentali di
progettazione, in quanto nell’attuare il recupero filologico della struttura
numerose erano le nuove realizzazioni: vie d’esodo, allargamento di
palcoscenico, di camerini e cameroni e di attrezzature di servizio. Talispazi,
indispensabili al buon funzionamento del teatro, sono stati realizzati al di
fuori dello stesso, sfruttando le aree confinanti e l’edificio cosiddetto ex Rimediotti, già sede di una caserma.
Il “costruire all’esterno” del monumento ha permesso di
mantenere totalmente inalterati l’architettura della sala grande, dei
palchetti, dei corridoi di accesso, degli ingressi, del ridotto.
Caratteristica fondamentale della tipologia del Teatro
Goldoni è la originale lanterna a vetri di copertura della grande sala:
realizzata in fase di costruzione, viene poi demolita e sostituita con
copertura non trasparente.
È proprio intorno a tale elemento, alla possibilità di
restituire alla grande sala trasparenza alla luce del giorno e della notte che
si è dipanato l’intervento di recupero volto ad esaltare il ruolo della nuova
copertura vetrata, oggetto eminentemente tecnologico oggi, ma tale anche al
momento della primitiva realizzazione.
E infatti non si può non segnalare che in questa ardita
soluzione l’architetto Giuseppe Cappellini trasferiva le esperienze
dell’architettura del ferro e del vetro, che trovava in quel secolo le
realizzazione più significative nelle serre e nei grandi padiglioni delle
Esposizioni Universali. Le tecnologie dell’oggi hanno consentito, con non
dissimile coraggio, di sostituire all’opaca copertura che opprimeva la grande sala
la rigorosa trama dei tralicci di sostegno alle grandi lastre di vetro della
nuova lanterna. La luce naturale si diffonde, in ragione delle varie ore del
giorno, e diviene essa stessa spettacolo, costantemente rinnovato, nel gioco di
riflessi con le delicate cromie, anch’esse recuperate dopo un attento lavoro di
indagine e di ricostruzione pittorica.
Il recupero delle qualità originali degli spazi appare
con evidenza come uno degli obiettivi perseguiti con costanza e sicurezza da
questo intervento: abbiamo già detto dell’attento recupero, come parte ineliminabile
di questa spazialità, del ricco apparato decorativo che, pur nella sua
costruzione elementare e se vogliamo anche povera, commenta lo svolgersi degli
ambienti. Così la pulitura delle decorazioni della sala, delle dorature,
l’integrazione delle cornici e delle specchiature degli stucchi a gesso che
ornano i palchetti ripropongono una idea cromatica della sala, recuperata, per
quanto possibile nella sua condizione d’origine, nella sua unitarietà di spazio
e di decorazioni, nell’inscindibile rapporto con la luce che filtra dall’alto.
Il Teatro Goldoni e la sua storia
Il “Goldoni”, unico grande teatro storico di Livorno
sopravvissuto ai danni provocati dai bombardamenti della seconda guerra
mondiale, nasce in seguito alle trasformazioni urbanistiche ed architettoniche realizzate
a Livorno nella prima metà del sec. XIX durante il governo dei Lorena, quando
la nuova forza economica, la borghesia mercantile, sente l’esigenza di creare
spazi che simboleggino il proprio status sociale.
Si pensa così di realizzare un imponente teatro, definito
come uno dei più mirabili fra i teatri d’Italia ancor prima della sua
ultimazione e che per importanza superò tutti i teatri livornesi. Gli impresari
Francesco e Alessandro Caporali in data 1° ottobre 1842 presero ufficialmente la
decisione di “erigere un nuovo e straordinario Teatro, per cui Livorno sarà la
terza città Italiana che acquisterà il pregio di sì importante Edifizio”.
La realizzazione dell’edificio, situato lungo la strada
detta la via vecchia di Montenero, tra la nuova chiesa di S. Maria del Soccorso
e l’Ospedale Israelitico, fu affidata al giovane architetto Giuseppe Cappellini,
coadiuvato dal capomastro Benedetto Malfanti, mentre esecutori dei lavori
interni furono i fratelli Giacomo e Giovanni Medici di Milano, autori degli
ornati, Pietro Bernardini, esecutore di stucchi e scagliola e il marmista
Ceccardo Ravenna.
I lavori durarono quattro anni: dal 1843 al 1847.
Il Teatro fu denominato “Imperiale e Regio Teatro
Leopoldo” in onore del Granduca Pietro Leopoldo II di Lorena e venne inaugurato
il 24 luglio 1847.
Dopo pochi anni la struttura subì un rapido degrado a
causa della trascuratezza del nuovo proprietario Giuseppe Varoli, già socio dei
Caporali e successivamente unico proprietario.
Acquistato al pubblico incanto dal signor Console Pandely
Rodocanacchi, il Leopoldo fu restaurato tra il 1853 e il 1855 e riportato alla
sua primitiva dignità.
Nel 1859, dopo la cacciata dei Lorena, assunse la
denominazione di Teatro Caporali, infine, a partire dal 1860, fu appellato con
il nome di Regio Teatro Goldoni a sottolineare il legame tra Livorno e Carlo Goldoni,
che proprio nella città labronica aveva messo in scena la commedia Tonin bella
grazia ed ambientato le tre commedie Le smanie per la villeggiatura, Le
avventure e Il ritorno dalla villeggiatura.
Nella storia del teatro numerosi sono stati gli
avvicendamenti di proprietà, fino alla dichiarazione di inagibilità alla metà
degli anni ottanta e, nel 1990, alla sua espropriazione e quindi acquisizione
al patrimonio comunale.
Il Comune di Livorno si è proposto, in questo modo, di
restaurare e di restituire alla città una importante testimonianza storica, un
teatro capace di oltre mille posti, e un ridotto, la Goldonetta, che ne ospita altri
duecento.
Il progettista: Giuseppe Cappellini
Giuseppe Cappellini (Livorno 1812 - Firenze 1876) si
avvicinò all’architettura studiando prima a Firenze, presso l’Accademia delle
Belle Arti, e poi nella stessa Livorno presso la “Scuola di Architettura, Ornato
e Agrimensura” fondata da Carlo Michon nel 1825, e subì l’influenza di grandi
personalità come il Poccianti e il De Cambray Digny. Nel 1838-39 il Cappellini
divenne architetto professionista.
Tra i suoi lavori realizzati a Livorno, i Casini
dell’Ardenza (1840-44) e il Teatro Goldoni (1842-47); fu responsabile di vari
restauri e riduzioni tra i quali il Teatro Carlo Lodovico, poi Teatro San Marco
(1845-52), il Palazzo Comunale (1850-51) e il restauro del Mercato Vecchio (1850-51);
tra le numerose progettazioni, la riduzione a manicomio della Villa
dell’Ambrogiana e il Palazzo Maurogordato (1856). Molto significativi anche i
progetti rimasti sulla carta, come quello per la costruzione di Carceri dentro la Fortezza Nuova.
Lo spazio pubblico del Teatro Goldoni a cavallo del Congresso
Socialista del gennaio 1921
La crisi del sistema politico di matrice liberale nel
primo dopoguerra avrebbe visto lo “spazio pubblico” del Teatro Goldoni al
centro di dinamiche di rilievo nazionale. Chiuso a lungo durante il conflitto,
il massimo teatro cittadino venne riaperto, con una certa solennità, nel novembre
1919 per ospitare il comizio finale della campagna elettorale dell’Unione
Democratica, la formazione politica di ispirazione costituzionale nata per
fronteggiare le organizzazioni di massa del movimento operaio. Occasione dunque
di impegnativa mobilitazione per la classe dirigente locale che presentava i
suoi nuovi candidati.
In quella circostanza però l’esito elettorale avrebbe
segnato una sconfitta importante, destinata a dilatarsi sino alle successive
elezioni amministrative del novembre 1920 che segnarono la “conquista socialista”
del Comune. È proprio alla luce di quest’ultimo successo, e sotto la spinta di
un’onda lunga di mobilitazione popolare, che Livorno ed il suo teatro si
candidarono autorevolmente e con successo ad ospitare un Congresso Socialista
(il XVII) che si preannunziava saturo di conseguenze per la vicenda politica
dell’intero paese.
Città non ancora investita dalla violenza delle squadre
d’azione, essa poteva ben garantire una cornice di sicurezza, oltre che di
consenso ed appoggio popolare, ai lavori del congresso. Si confermò così, nella
forma politicamente più definita, quel ruolo di finestra e canale di trasmissione
tra dimensione nazionale e vicende locali che il Goldoni aveva rivestito già in
altre circostanze. In questa occasione poi, la designazione della città e di
quel teatro sembrò fissare, sul piano locale, una sorta di passaggio di poteri
e di ruolo tra classi organizzate in conflitto, e rappresentò per la nuova
amministrazione socialista una vetrina su cui poter misurare il proprio ruolo
di nuova classe dirigente. È con questo segno che deve essere interpretata la
particolare cura con cui quella importante struttura venne ristrutturata ed
organizzata, per accogliere lavori che dovevano concentrare sulla Città l’attenzione del mondo politico nazionale.
Lo stesso quotidiano locale, organo fedele di una classe
dirigente appena sconfitta, doveva sottolineare l’impegno di uno sforzo
organizzativo che cercava di conferire all’avvenimento non solo la dimensione della
solennità, garantita dagli addobbi e dalla grandiosità e tradizione della sede,
ma anche una peculiare e modernissima connotazione di efficienza.
In realtà il Congresso Socialista avrebbe dilatato lo
spazio dei suoi lavori coprendo, con importanti assemblee precongressuali delle
correnti, anche la sede della Federazione socialista ed il Teatro San Marco nel
quale il gruppo bordighista avrebbe definitivamente fissato la sua linea,
anticipando in buona sostanza i passi della scissione che, dal Goldoni al San
Marco appunto, avrebbe condotto alla nascita del Partito Comunista d’Italia. Il
Teatro Goldoni vide così, nei giorni del Congresso, una peculiare coniugazione
della gerarchia dei suoispazi, con i delegati della sinistra dislocati nella
analoga area dei palchi, l’intera platea occupata dai delegati di orientamento
serratiano e, sparsi sui palchi di destra, i riformisti con le loro 15 mila
deleghe. Il 21 gennaio quella sede luminosa e solenne, pegno di un potere
appena sfiorato, sarebbe stata abbandonata dal corteo degli scissionisti che,
accompagnati da uno stuolo di guardie regie, raggiunsero il San Marco
descritto, nel ricordo di un protagonista autorevole, Umberto Terracini, come
buio, privo di sedie, dal tetto sfondato e dai tendaggi laceri e sporchi. Autentica sintesi anticipatrice della durezza dei tempi
che, di lì a breve, sarebbero seguiti.
La vita del Goldoni: dalla lirica al cinema
Il Teatro Goldoni fu inaugurato il 24 luglio 1847 con
l’allestimento dell’opera Roberto il diavolo di Meyerbeer. Nonostante
l’inaugurazione solenne e fastosa, questo, però, non fu un avvio felice: il
teatro subìla concorrenza delle molte ed importanti strutture parallele
cittadine dal nome altisonante – quali il Teatro degli Avvalorati, il Carlo Lodovico
detto “San Marco” ed il Rossini – e poté iniziare un’attività organica solo nel
1855, dopo che fu acquistato dal ricco mercante Pandely Rodocanacchi.
L’edificio poteva disporre di soluzioni insolite e
fascinose, come lo sfruttamento della luce solare per le produzioni diurne, e
consentiva l’allestimento di forme spettacolari molto disparate, che andavano dalle
più consuete proposte teatrali alle evoluzioni circensi ed alle dimostrazioni
ginniche e para-sportive. Nel giugno 1869 la gestione del Goldoni fu retta da
una società, detta “accademia”, sul modello degli altri teatri livornesi. Dopo
il 1890, con la decadenza parziale o totale dei concorrenti dal fulgido
passato, il Goldoni si inserì sempre più nel substrato cittadino, fino a
diventare uno dei luoghi deputati della memoria storica popolare: due
personaggi, Pietro Mascagni e Galliano Masini, prima di ogni altro, ne hanno
animato la scena, mentre il pittore Renato Natali lo ha immortalato nelle sue
tele.
Riguardo l’attività sarebbe nondimeno limitativo citare
esclusivamente i pur celebri artisti locali. In campo operistico, fino al 1940,
hanno fatto epoca i frequenti passaggi d’interpreti come Gemma Bellincioni,
Roberto Stagno, Enrico Caruso, Hipolito Lazaro, Beniamino Gigli e Gina Cigna,
mentre l’albo d’oro del dopoguerra reca i nomi di Mario Del Monaco e Franco
Corelli, Tito Gobbi ed Ebe
Stignani, Maria Caniglia e Leyla Gencer. Da
segnalare, per l’entusiasmo e la partecipazione con la quale furono seguite, le
produzioni organizzate dai reparti speciali delle truppe alleate che, tra il
1945 ed il 1947, recarono al soprannominato “Goldoni Theater” infiniti artisti ed
un non ancora del tutto noto Frank Sinatra, protagonista di un memorabile
concerto che mandò in delirio i molti “swingers” livornesi.
Nel suo trascorso, infine, il Goldoni non è stato “solo”
un importante teatro d’opera, ma, dall’ultimo ventennio dell’Ottocento, ha
ospitato le più note compagnie d’operetta sia italiane che francesi, nonché sapidi
artisti di varietà e, dagli albori del Novecento, proiezioni di pellicole cinematografiche,
prodotte in quel periodo pionieristico dalle case Lumière ed Edison.
L'UNITA
1980.09.01
L'UNITA
1980.10.24

