Press [2015 - 2030]

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QUOTATION FROM THE BOOK ARENA DI VERONA 100

2015

Spettacolo e

Letteratura Popolare

di Angelo Foletto Cent'anni fa il problema non si pose. Un solo autore centenario aveva diritto di essere celebrato: Giuseppe Verdi. Quindi Aida. Nessuna polemica, nessun confronto, nessun rimorso: la scortesia al coetaneo Richard Wagner non fu neppure notata. Passarono altri dieci stagioni. Wagner in Arena mise piede nel 1922 con Lohengrin, interpretato dal cavaliere del cigno italiano per antonomasia, Aureliano Pertile, che l'avrebbe cantato anche dieci anni dopo. Nonostante la popolarità di cui godeva il compositore tedesco arrivò dunque terzo nell'ordine di arrivo degli autori non italiani ospitati nell'anfiteatro: dopo Bizet e Saint- Saëns. In seguito le date sfalsate della morte del due più grandi uomini di teatro (non solo musicale) dell'Ottocento, non crearono ingorghi né dubbi. L'ultimo titolo wagneriano completo (ancora Lohengrin) fu programmato in Arena nel 1963: 150enario della nascita e 80esimo della morte. E, lo ricordiamo ancora bene, fu cantato in Italiano com'era ragionevole consuetudine di allora. Solo nel centenario della morte, 1983, si ascoltò in concerto Wagner con interpreti e lingua doc (ma direttore italiano).

Se l'ultima produzione wagneriana risale a mezzo secolo fa, non era possibile schivare gli obblighi dell'anno dei due bicentenari più voluminosi, già pretesto di esternazioni imbarazzanti per ottusità musical-ideologica e nazionalistica. Come nel 1983, la celebrazione di Wagner sarà in forma di concerto, con interpreti di alta confessione e professlone wagneriana. Guidata dal cantante areniano più eclettico e longevo (44 anni dal suo debutto con Turandot e Don Carlo amatissimo e da qualche stagione applaudito anche come direttore d'orchestra. La presenza di Plácido Domingo, veterano nell'inventario del concerti nonostante la rinuncia, causa pioggia, alla serata del 30ennale areniano (1999) e protagonista del successivo "Gala Domingo- Operalia" (con i vincitori dell'omonimo concorso di cui il tenore spagnolo è ideatore e appassionato padrino) viene esaltata dalla congiunzione con un lussuoso debuttante in Arena, il direttore Daniel Harding. Anche senza dettagli ma ipotizzando-visti i nomi annunciati - che la serata non sarà monografica, si può immaginare che la struttura del programma dedicato a Wagner avrà il compito di compensare la mancanza dell'opera completa in palcoscenico. Non sarà difficile con scene e interludi celebri. La concezione teatrale wagneriana è profondamente concatenata alla logica sinfonica del discorso orchestrale, alla sua rete di rimandi motivici, al sofisticato e ingegnoso sistema narrativo, e interpretativo, basato sui precisi rinvii poetici e sentimentali certificati dalle allusività tematiche. Parcellizzate in forma concertistica, seppure sradicati dai drammi musicali di appartenenza, le pagine a sola orchestra e i numeri vocali danno la rassicurante sensazione di essere compiuti. Così la tradizione concertistica legata a Wagner ha avuto un'esistenza vivace; anche in Italia, fino a qualche decennio fa. E, come accadrà in Arena, basterà l'emersione di una porzione di tema, l'ispessimento di una soluzione armonica, l'affioramento di un solo strumentale o d'un ritmo icastico, l'avvio d'una progressione cantabile o d'uno scivolamento accordale a richiamare quel che l'orecchio esige. Foreste nibelungiche, cupe Isole bretoni o approdi norvegesi, vergini guerriere al galoppo, donne malefiche o eroiche, cavalieri o uomini della foresta senza paura o alla ricerca di un'anima e di un sentimento.
A parte l'occasione, e l'annata celebrativamente speciale, nel luogo musicalmente consacrato alla felicità dell'occhio e della scenografia monumentale, il rito del concerto ha avuto vicende importanti, una minuscola ma non irrilevante storia nella storia trionfale del centenario veronese. Anche se andare oltre l'opera proponendosi come gigantesca sala da concerto non è stata subito una preoccupazione dei responsabili artistici areniani. Il primo tentativo fu con i due programmi beethoveniani (Quinta e Nona Sinfonia diretti da Antonio Guarnieri nel 1927. Erano le stagioni in cui tutte le opere erano affidate allo stesso direttore, che poteva dire la sua sulle scelte: cosi in nove annate furono proposti venti titoli diversi (Guarnieri quell'anno si prese Vestale e Aida). Per i primi concerti si può immaginare che Guarnieri-interprete di comprovata esperienza nel repertorio sinfonico classico-abbia dovuto convincere i gerenti a condividere l'audace proposta. Se non altro perché, come sanno gli spettatori areniani, la resa acustica insperata e generosa per le voci in palcoscenico, è un po' avara con gli strumenti nella medesima posizione. Tant'è che di altri progetti sinfonici per un po' di anni all'Arena non si parlò fino al 1948, quando Jonel Perlea ripropose Beethoven (Terza e Quinta) nella prima serata, nella seconda Herbert Albert se la cavo con celebri ouverture operistiche e la Quinta di Čajkovskij: nella terza Glanandrea Gavazzeni officiò l'omaggio ufficiale a Donizetti (centenario della morte) con sinfonie d'opere d'autore, il sestetto di Lucia di Lammermoor, e il quarto atto di Favorita in forma di concerto.
Nonostante il ritorno di Albert nel 1949 (due programmi: sinfonie e "Patetica" di Čajkovskij), ci vollero dieci anni per ritrovare un paio di eventi simili (nel 1958 in Arena suono addirittura il pianista Freidrich Gulda: Concerto n.4 di Beethoven), e un trentennio per il ritorno della Nona di Beethoven (1981, cui seguirono due vere e proprie stagioni con orchestra: 1984-85). Il sinfonismo entrò quindi solo occasionalmente nei piani dell'anfiteatro. Più fortuna ebbero i programmi "sinfonico- corali", dicitura che comprendeva anche zibaldoni di arie solistiche, secondo un criterio antologico-spettacolare amato dal pubblico, e che dava la possibilità di ospitare celebri cantanti che non erano in cartellone. Uno dei primi impaginati sinfonico-operistico lo diresse Riccardo Zandonai (1935) ma la tradizione si assestò nel Dopoguerra, con alcuni esiti di risonanza speciale come il programma diretto da Francesco Molinari Pradelli (4 agosto 1961, per il Centenario dell'Unità d'Italia), fino al formati più personalizzati: il concerto di tenori, o i Gala che hanno avuto come primattori José Carreras, Katia Ricciarelli e il replicato Domingo, con quale nel 1994 iniziò la tradizione di riunire atti di opere diverse.
Una versione speciale ma più ortodossa del programma sinfonico-corale fu rappresentata dagli oratori di Lorenzo Perosi (già nel 1935 fu eseguita La Resurrezione di Cristo: direttore Gino Marinuzzi), che a partire dagli anni Sessanta furono sostituiti dai grandi lavori sinfonico-corall: Messia di Haendel, Stabat Mater di Rossini, fino alla Messa da Requiem di Verdi. La grandiosa partitura che combina dramma e devozione fu eseguita la prima volta il 9 agosto 1966. Sotto la guida di Antonino Votto cantarono (quasi come nella prima milanese del 25 maggio 1874), tre quarti del componenti dell'indimenticabile Aida di quell'anno: Leyla Gencer Carlo Bergonzi e Bonaldo Glalotti. Da allora è bastato un qualsiasi aggancio aritmetico-celebrativo, un cast o un direttore di richiamo, e il Requiem è tornato in palcoscenico. Quest'anno ci giunge per l'undicesima volta.
La più melodrammatica eppure intima e umanissima interpretazione della liturgia cristiana del defunti che per due anni di seguito (1973-74) fu affidata a Gavazzeni, ha portato in Arena direttori che con l'opera veronese all'aperto non s'erano cimentati: da Riccardo Muti a Lorin Maazel, da Vladimir Delman a Georges Prêtre e Myung-Whun Chung che la interpreta quest'anno. Certo, a Verdi, autore cui l'Arena deve tutto, è già dedicato gran parte del cartellone ma l'appuntamento 2013 col Requiem - partitura teatrale come poche, anche se nata come necessità quasi privata di omaggiare la memoria di Alessandro Manzoni, l'unico beato nel calendario dello scettico Verdi-sipresenta già sulla carta sotto il segno dell'eccezionalità assemblando una formazione corale e orchestrale inedita, di grande efficienza sonora e rilevante significato simbolico non solo regionale. L'opera che rilanciò la vocazione sinfonico-romantica di Verdi e ribadi la maturità di scrittura (non a caso le repliche viennesi dirette dallo stesso Verdi nel giugno 1875 suscitarono ammirazione e parziale ravvedimento del critico brahmsiano' Eduard Hanslick) sarà eseguita da un organico di dimensioni areniane formato dai complessi di casa e da quelli della Fenice di Venezia.
Più strapaesano, senza nulla togliere alla qualità intrinseca della proposta, si annuncia il "Gala Verdi". Il primo atto di Traviata, il secondo di Rigoletto, il terzo di Trovatore tre direttori diversi, nove protagonisti vocali di richiamo. Un condensato della cosiddetta "trilogia romantica" o "popolare" montato in promiscuità cronologica: la successione storica esatta è Rigoletto (marzo 1851), Trovatore (gennaio 1853) e Traviata (marzo 1853). L'operazione è anzitutto spettacolare. Ma si può leggere 'criticamente' come pretesto di ripensamento sulle vicende creative d'autore. Ascoltare uno dopo l'altro quadri cosi emblematici delle tre rivoluzionarie opere è l'occasione per capire il genio drammatico assoluto di Verdi e riflettere sulla conclusione di una fase creativa.
Al di là dell'aneddotica agiografica scaltramente gonfiata in vecchiaia dallo stesso per Verdi, i cosiddetti "anni di galera" (1839-1849), furono una fortuna: un corso accelerato di drammaturgia, un processo necessario di crescita e acquisizione espressiva e tecnica. Il compositore fu costretto a crescere drammaturgicamente: in pochi anni si confronto con tematiche nuove, con caratteri non di routine, con decine e decine di soggetti di autori sempre diversi, e quasi mai con i prodotti della provinciale e svigorita letteratura teatrale italiana. L'esito drammaticamente risolutivo della successione Rigoletto-Trovatore Traviata (e l'intrigante preambolo 'borghese' di Luisa Miller e Stiffelio) è frutto del forzato tirocinio delle opere precedenti: sedici titoli in dieci anni. Contro gli undici (più due rifacimenti e la partitura del Requiem) che videro la luce nel quarantennio 1853-93. In mezzo nacque la trilogia. Cioè la creazione dei personaggi e delle musiche che orientano (e orienteranno) l'universo verdiano futuro, e hanno fondato la leggenda del melodramma italiano dell'Ottocento. Ognuna rappresentò un punto fermo, una sorta di modello di ricerca e esito teatrale, un archetipo operistico. La perfezione drammatico-musicale di Rigoletto-Trovatore-Traviata non poteva essere replicata. Per i successivi capolavori Verdi infatti cercò soggetti diversi e individuò strade nuove. In dieci anni, e a quarant'anni d'età, Verdi aveva rinnovato dalle radici - quindi, con tutto il rispetto, aveva pensionato - il melodramma di Rossini e Mercadante, di Donizetti e Bellini, perché nell'attività concitata "di galera" aveva decifrato, con caratteri di urgenza artistica e di necessario affermazione personale/professionale, tutti i rebus drammatici. Lo dimostrano le soluzioni formali, espressive e linguistiche condensate nelle pagine di Rigoletto-Trovatore-Traviata. Lo riaffermano le lettere agli amici e ai librettisti, i cartoni preparatori delle opere, le difese accanite degli spartiti dalle ingerenze delle censure e dalla pigrizia critica del pubblico. Il Verdi dopo-trilogia si dedicherà alla creazione d'un teatro innovativo: senza più debiti con la storia e gli autori di riferimento. Obiettivi più ambiziosi. Sfide elaborate a lungo prima di arrivare sul pentagramma, al contrario di quanto era avvenuto in passato (anche la trilogia nacque in parte con una tempistica da "galera"). Partiture mature, intriganti e moderne: pagine bellissime, personaggi originali e soluzioni musicali indimenticabili ma prive della fattura emotiva frutto di quella miracolosa e trina colata ispirativa.
La straordinaria e longeva maturità di Verdi inizia con la romantica "trilogia popolare", che è anche l'atto conclusivo della lunga e proficua giovinezza. Non è un caso che siano le partiture più frequentemente eseguite (Traviata si gioca con Carmen il primato nelle programmazioni teatrali di tutto il mondo), e a cui è (stato) legata la popolarità mediatica dell'opera. Non ce ne vogliano gli altri autori italiani di riferimento - in Arena però sono stati celebrati i centenari di Rossini (1992) e Donizetti, non quelli di Bellini e Puccini-né i molti che hanno creato, a partire da Monteverdi quattrocento anni fa, la prodiga trama di opere e melodrammi: Rigoletto-Trovatore-Traviata sono un marchio di qualità assoluta.
E nell'abbinamento Wagner-Verdi suggerito dalla ricorrenza bicentenaria 1813-2013, c'è tutta la storia del teatro musicale moderno: una porzione di cultura spettacolare e di letteratura popolare imprescindibile che ha segnato due secoli. Cosi ancor oggi la gergalità non specialistica e commerciale-titoli giornalistici, slogan e jingle pubblicitari -saccheggia e/o strumentalizza temi e caratteri musicali. Oppure prende materiali originali e li mette a profitto in altre forme espressive, come le Walchirie che ruggiscono all'unisono con gli elicotteri di Apocalypse Now ei tratti sigfridianeschi di Django Unchained, le numerose rivisitazioni fumettistiche moderne degli stessi erol e divinità nordiche (soprattutto in Francia, nazione che da sempre ama e detesta con uguale furore miti e suoni wagneriani) e gli ammiccamenti in sceneggiature di fantasy. Ancor più capillare, da noi, è l'uso martellante di citazioni e parafrasi di "Libiamo ne' lieti calici", "Pari siamo", "Follie, follie", "lo fremo", "Vendetta tremenda vendetta" o e altri identificabili scippi testuali - per rimanere alla nostra trilogia. Occupazioni illecite e furti d'immagine. Ma sono la testimonianza, insieme, tangibile della forza comunicativa speciale e intatta di queste sigle del melodramma verciano.
Nell'anno bicentenario, i tre atti verdiani eseguiti integralmente, in una sorta di confezione 'concertistica', fanno pensare in modo meno superficiale al modo diverso di risolvere quell'apparente astrusità logica che è il cantare invece di parlare, o di riflettere tra sé, proposto dai due uomini di teatro (definizione che a Verdi placeva molto). Scoprendo che Verdi e Wagner - ufficialmente schierati su fronti ideologici e musicali incompatibil-in realtà dettero solo soluzioni diverse a problemi comuni. A volte, soluzioni simili, ma affidate a 'strumenti musicali diversi.
Il reticolo wagneriano di "temi conduttori" crea una visione musicale e teatrale della realtà teatrale solo in apparenza più inesplicabile (o più chiara, secondo i missionari del verbo promulgato da Bayreuth) e più profonda rispetto a quella verdiana. Se. per paradosso, togliessimo le voci - riducendole a pure linee strumentali, come fece Franz Liszt nelle sue pedagogiche trascrizioni-fantasie a solo pianoforte - alla scena iniziale del quarto atto di Trovatore, rinunciando all'ingegnosa prospettiva sonora precinematografica intuita da Verdi col dialogo triangolare a distanza tra Leonora (in primo piano), Manrico (in secondo, e dietro le quinte) e il coro (sullo sfondo, ancor più lontano: un colore, quasi, il "Miserere"), avremo una pagina sinfonica visionariamente 'wagneriana'. Ma in questi tre atti verdiani, troviamo anche una galleria di caratteri e una rubrica propriamente 'nibelungica' di tipi. I protagonisti? una puttana, un gobbo e una strega. Ma la prostituta Violetta dà lezioni di moralità e di capacità di amare fino alla morte e alla maledizione sociale. Il gobbo Rigoletto è il più materno dei padri. La strega Azucena è la più paterna delle madri (e la più rabbiosamente filiale delle figlie), anche se muore prima di aver potuto conoscere l'unica altra donna che amava più di lei quel figlio che volle fino all'ultimo adorare come suo.

Schauspiel

und Volksliteratur

von Angelo Foletto Vor hundert Jahren bestand das Problem nicht. Nur ein Jahrhundertjubilar hatte das Recht gefeiert zu werden: Giuseppe Verdi. Und dies bedeutete Aida, ohne jede Polemik, ohne Vergleiche, ohne Gewissensbisse; die Taktlosigkeit dem Altersgenossen Wagner gegenüber wurde überhaupt nicht bemerkt. Und es gingen weitere 10 Saisonen über die Bühne bis Wagner im Jahre 1922 mit Lohengrin zum ersten Mal in der Arena aufgeführt wurde; Hauptdarsteller war Aureliano Pertile, der im Lohengrin auch 10 Jahre später auf der Bühne stand. Trotz der Popularität Wagners in Italien wurde er erst als dritter ausländischer Komponist nach Bizet und Saint-Saëns im römischen Amphitheater aufgeführt. In den darauf folgenden Jahren haben die unterschiedlichen Todesjahre der beiden größten Autoren des Theaters (nicht nur des Musiktheaters) des 19. Jahrhunderts keinerlei Unstimmigkeiten verursacht. Die letzte Aufführung einer Wagner-Oper in der Arena fand 1963 statt (wiederum Lohengrin) und zwar anlässlich seines 150. Geburtstags und 80. Todestages. Und wie es in den damaligen Jahren Gewohnheit war, wurde die Oper in der italienischen Fassung gesungen. Erst anlässlich des 100. Todestages 1983 stand ein Konzert aus Wagners Werken mit deutschen Sängern und in deutscher Sprache statt (aber der Dirigent war Italiener).

Die letzte Wagneraufführung liegt bereits ein halbes Jahrhundert zurück, so konnte man die mit den zwei bedeutendsten Zweijahrhundertfeiern verbundenen Verpflichtungen nicht ignorieren, die bereits Vorwand für peinliche, von Musikideologie und nationalistischer Stumpfsinnigkeit durchtränkten Äußerungen waren. Wie Im Jahr 1983 stehen konzertante Wagnerfeiern mit berühmten Interpreten auf dem Programm. Die musikalische Darbietung findet unter der Leitung von Placido Domingo statt, der seit seinem Debüt in der Arena vor 44 Jahren mit Turandot und Don Carlo einer der vielseitigsten und langlebigsten Interpreten in der Arena ist. Der Publikumsliebling heimst seit einigen Jahren auch begeisterten Applaus als Orchesterdirigent ein; leider musste der Altmeister des Veranstaltungskalenders der Arena notgedrungen wegen Regens auf die 30jahresfeier in der Arena (1999) verzichten. Die Teilnahme an den Zweijahrhundertfestspielen von Plácido Domingo zusammen mit dem Debut in der Arena des renommierten Dirigenten Daniel Harding sind Events, die man sich nicht entgehen lassen sollte. Der spanische Tenor steht auch im Mittelpunkt der anschließenden "Gala Domingo-Operalia" mit den Siegern des gleichnamigen von Ihm gegründeten Gesangwettbewerbs.
Die auf dem Programm angekündigten Interpreten lassen vermuten, dass es kein monographisches Event sein wird. Das Richard Wagner gewidmete Programm wird mit Sicherheit das Fehlen der Aufführung einer vollständigen Wagneroper wettmachen. Und mit berühmten Szenen und Einschüben wird es sicher gelingen. Wagners Theaterkonzept ist tief an die Logik der Orchestersymphonie gebunden, auch an die Vernetzung der thematischen Hinweise, an den eleganten und ingeniösen Handlungs- und Interpretationsaufbau. Dieser gründet auf präzise poetische und gefühlvolle Aussagen, die durch thematische Anspielungen bestätigt werden. Auch in konzertanter Form, dem Kontext des Musikdramas entrissen, vermitteln die Orchester- und Gesangsdarbietungen das beruhigende Gefühl eines vollendeten Meisterwerks. Die an Wagner gebundene Konzerttradition kann bis vor einigen Jahrzehnten auch in Italien auf ein lebhaftes Dasein zurückblicken. Und so wird auch in der Arena das Emporkommen eines thematischen Bruchstücks, die Progression einer harmonischen Lösung, das Aufklingen eines Instrumenten-Solos oder eines lebensnahen Rhythmus, das Anschwellen einer melodischen Steigerung oder das Gleiten eines Akkords genügen, um dem Ohr gerecht zu werden: Nibelungenwälder, düstere bretonische Inseln oder norwegische Küsten, jungfräuliche Kriegerinnen im Galopp, unheilvolle Weiber oder heldenhafte Damen, Ritter oder furchtlose Männer aus den Wäldern oder Männer auf der Suche nach einer Seele und einem Gefühisleben. Abgesehen von dem diesjährigen Sonderevent spielen die Konzertdarbietungen an diesem, den monumentalen Inszenierungen gewidmeten Schauplatz, der eine Augenweide für alle ist, eine mindere, aber deshalb nicht unbedeutende Rolle im Rahmen der triumphalen Jahrhundertfeier der Arena. Auch wenn die idee eines riesigen Konzertsaals für die künstlerischen Leiter der Festspiele sicherlich nicht prioritär war. Das erste Konzert geht auf das Jahr 1927 zurück, als unter der Leitung von Antonio Guarneri die Fünfte und die Neunte Symphonie Beethovens auf dem Programm standen. Damals waren alle Aufführungen einem einzigen Dirigenten anvertraut, der freie Wahl hatte: so wurden im Laufe von neun Saisonen zwanzig verschiedene Werke aufgeführt (Guarnieri dirigierte in jenem Jahr Vestale und Aida).

Wir können uns auch vorstellen, dass Guarnieri-erfahrungsreicher Dirigent des klassischen Symphonierepertoires - all seine Überzeugungskünste anwenden musste, um die Verantwortlichen von seiner kühnen Wahl zu überzeugen. Denn, wie das Publikum der Arena wells, ist die unerwartete und großzügige akustische Leistung der Stimmen nicht mit den Leistungen der Instrumente zu vergleichen. In der Tat ließ man von weiteren Symphoniekonzerten in der Arena bis zum Jahr 1948 ab, als Jonel Perlea am ersten Abend wiederum Beethoven (Dritte und Fünfte Symphonie) dirigierte und Herbert Albert am zweiten berühmte Opernouvertüren und die Funfte Symphonie von Tschaikowsky; am dritten Abend leitete Gianandrea Gavazzeni das offizielle Konzert zu Donizettis hundertstem Todestag mit Symphonien aus den Opern des Komponisten, dem Sextett aus Lucia di Lammermoor und dem vierten Akt der Favorita in konzertanter Form.

Obwohl Albert 1949 ein weiteres Konzert dirigierte (mit zwei Programmen: Tschaikowskys Symphonien und die "Patetica"), vergingen bis zum nächsten Musikevent zehn Jahre (1958 spielte der Planist Friedrich Gulda in der Arena, und zwar das Konzert Nr. 4 von Beethoven), und weitere dreißig Jahre, als wiederum die Neunte Symphonie Beethovens gespielt wurde (1981, worauf zwei Konzertsaisonen folgten: 1984-85). Die symphonische Musik stand eigentlich nur gelegentlich auf dem Festspielprogramm der Arena, des öfteren hingegen Symphonie-Chorkonzerte mit Miszellaneen von Solo-Arlen, die beim Publikum äußerst beliebt und außerdem eine Gelegenheit sind, um weltbekannte Künstler in die Arena zu laden, die nicht auf dem Veranstaltungsprogramm stehen. Eine der ersten Symphonie&Opernabende fand unter der musikalischen Leitung von Riccardo Zandonai (1935) statt, aber die Tradition stellte sich erst in der Nachkriegszeit ein, wobei einige Events, wie das Konzert unter der Leitung von Francesco Molinari Pradelli (4. August 1961 zur Einjahrhundertfeier der Einheit Italiens) ein besonderes Echo hervorriefen; anschließend wurden auch "maßgeschneiderte Darbietungen veranstaltet, wie das Konzert der Tenoren oder Galakonzerte mit Stars wie José Carreras, Katia Ricciarelli und Placido Domingo, mit dem dann die Tradition eingeleitet wurde, Akten aus verschiedenen Opern in einem einzigen Konzert darzubieten.
Eine etwas orthodoxere Sonderausgabe eines Symphonie-Chorkonzerts war die Aufführung der Oratorien von Lorenzo Perosi (bereits 1935 wurde La Resurrezione di Cristo Auferstehung Christi: Dirigent Gino Marinuzzi dargeboten), die dann In den sechziger Jahren durch die bekannten Symphonie- und Chorwerke ersetzt wurden: Messias von Haendel, Stabat Mater von Rossini, bis zur Messa da Requiem von Verdi. Die grandiose Partitur, die Drama und Inbrunst vereint, wurde zum ersten Mal am 9. August 1966 aufgeführt. Unter der Leitung von Antonino Votto sangen (ähnlich wie anlässlich der Mailänder Uraufführung des 25. Mai 1874) Grossteil der Interpreten der unvergesslichen Aida jenes Jahres: Leyla Gencer Carlo Bergonzi und Bonaldo Giaiotti. In der Folge genügte ein beliebiger Vorwand wie Gedenkfeiern, eine berühmte Besetzung oder ein weltbekannter Dirigent, um das Requiem in der Arena aufzuführen; in diesem Jahr ist die elfte Darbietung des Meisterwerks vorgesehen. Die melodramatische, aber auch innige und menschliche Interpretation der christlichen Liturgie der Verstorbenen, die in zwei darauffolgenden Jahren (1973-74) dem Maestro Gavazzeni anvertraut wurde, hat Dirigenten in die Arena geführt, die noch niemals eine Oper im Veroner Amphitheater dirigiert hatten, wie Riccardo Muti, Lorin Maazel, Vladimir Delman, Georges Prêtre und Myung-Whun Chung, der sie auch in diesem Jahr lelten wird. Verdi, dem Komponisten, dem die Arena alles verdankt, ist bereits Grossteil des Festspielprogramms gewidmet, aber die Aufführung 2013 des Requiems - (die Theaterpartitur ist ohne ihresgleichen, auch wenn der Ursprung des Meisterwerks als beinahe private Notwendigkeit zu betrachten ist, dem Gedenken Alessandro Manzonis, dem einzigen Ehrwürdigen auf der Liste des skeptischen Verdis, zu huldigen) - ist bereits jetzt ein außergewöhnliches Ereignis: eine neue Chor- und Orchesterzusammensetzung von erstrangiger Klangfülle und großer symbolischer Bedeutung nicht nur auf regionaler Ebene. Das Werk, eine Rückkehr zur symphonisch-romantischen Neigung Verdis und eine Bestätigung der erreichten Reife (die Wiener Wiederaufführungen im juni 1875 unter der Leitung des Autoren riefen Verwunderung bei den Zuschauern und teilweise auch eine Urtellsänderung des Brahmser Kritikers Eduard Hanslick hervor) wird von einer der Arena würdigen Besetzung dargeboten und zwar von Orchester und Chor der Arena und jenen des Teatro della Fenice von Venedig Etwas bodenständiger, ohne dabei die Qualität der Darbietung in Frage stellen zu wollen, kündigt sich der Verdi gewidmete Gala-Abend an. Der erste Akt der Traviata, der zweite aus Rigoletto, der dritte aus Trovatore: drei verschiedene Dirigenten, neun renommierte Stimmen. Ein Auszug aus der sogenannten "romantischen Trilogie oder Volkstrilogie" in nicht chronologischer Reihenfolge, denn die genaue lautet folgendermaßen: Rigoletto (März 1851). Trovatore (Januar 1853) und Traviata (März 1853). Das Vorhaben ist sensationell, kann aber auch "kritisch" ausgelegt werden, und zwar als Vorwand zu einer Sinnesänderung über das Schaffensgeschehen des Komponisten. Die aufeinander folgenden Inszenierungen von so emblematischen Bildern aus den drei revolutionären Werken werden auch zur Gelegenheit, um den außerordentlichen dramatischen Schöpfergeist Verdis zu begreifen und über die Beendigung einer kreativen Phase seines Lebens nachzudenken.
Abgesehen von der anekdotischen Hagiographie, die Verdi im Alter schlauerweise bereichert hatte, waren die sogenannten "Knastjahre" (1839-1849), ein Glück: beschleunigte Lehrjahre in Dramaturgie, ein nötiger Reifeprozess mit der Aneignung von Technik und neuen Ausdrucksformen. Verdi war sozusagen gezwungen", dramaturgisch heranzureifen: in nur wenigen Jahren beschäftigte er sich mit neuen Thematiken, mit unüblichen Charakteren, mit zahlreichen Themen von unterschiedlichen Autoren und kaum mehr mit der engstimmigen und kraftlosen italienischen Theaterliteratur. Das
eindeutige dramaturgische Resultat der Reihenfolge Rigoletto-Trovatore-Traviata (und die intrigante bürgerliche Präambel zu Luisa Miller und Stiffelio) ist die Folge der Zwangslehre aus den vorhergehenden Werken: 16 Opern in nur zehn Jahren gegenüber den elf (mit zwei Überarbeitungen und der Partitur für das Requiem) in den darauffolgenden vierzig (1853-1893). Zwischen diesen beiden Perioden entstand die Trilogie. dh. Verdi schuf die Rollen und die Musik, die sein zukünftiges Schaffen prägen und die zur Legende des italienischen Melodrams des 19. Jahrhunderts wurden. Jedes Werk stellte ein Ziel dar, eine Art von Forschungsmodell und theatralische Lösung, einen Opernarchetyp. Die dramatisch-musikalische Perfektion von Rigoletto-Trovatore-Traviata war unnachahmlich. Für seine anschließenden Meisterwerke schlug Verdi neue Wege ein mit neuen Sujets. Im Laufe von zehn Jahren, als Vierzigjähriger, hatte Verdi das Melodram von Rossini, Mercadante, Donizetti und Bellini vollauf erneuert-dh. mit gebührender Hochachtung für die Autoren, in Rente geschickt. In den Jahren seines stürmischen Knasts"-Tätigkeit hatte er in seiner künstlerischen Notsituation und im Rahmen der notwendigen persönlichen und beruflichen Selbstbestätigung alle dramatischen Rebusse enträtselt. Einen Beweis dafür findet man in den form, ausdrucks- und sprachbezogenen Lösungen der Opern Rigoletto-Trovatore-Traviata. Und eine Bestätigung auch in den Briefen an Freunde und Librettisten, auf den Vorbereitungskartons zu seinen Werken, in der heftigen Verteidigung der Partituren vor den Einmischungen der Zensur und in der kritischen Passivität des Publikums. Nach dem Entstehen der Trilogie widmet sich Verd innovativen Theaterwerken, ohne jegliche Schuld- und Pflichtgefühle der Geschichte und den Bezugsautoren gegenüber. Ehrgeizigeren Zielen. Herausforderungen, die lange Zeit überdacht und ausgefeilt wurden bevor er sie in Musik umgesetzte, ganz im Gegenteil zur Vergangenheit (auch die Trilogie entstand zum Teil unter Zeitdruck). Ausgereifte. intrigante und zeitgenössische Partituren: prachtvolle Seiten, originelle Charaktere und unvergessbare musikalische Lösungen, ohne aber jene emotionelle Eigenschaften, die Ursprung der außerordentlichen Intuitionen bei der Schaffung der Trilogie waren. Die außergewöhnliche und langlebige Reife Verdis beginnt mit der romantischen Volkstrilogie", die auch als letztes Werk seiner langen und erfolgreichen Jugend betrachtet werden kann. Es ist mit Sicherheit kein Zufall, dass es sich um die am häufigsten inszenierten Partituren handelt (Traviata und Carmen führen weltweit die Rangliste der Opernaufführungen an), die auch mit der Beliebtheit der Oper in der Medienwelt verbunden ist (war). Und die anderen Italienischen Komponisten mögen es uns nicht übelnehmen - in der Arena wurden auch die hundertjährigen Jubiläen von Rossini (1992) und Donizetti gefeiert, aber nicht jene von Bellini und Puccini-so wie die vielen Autoren, die, angefangen mit Monteverdi vor vierhundert Jahren, die freizügigen Machenschaften von Opern und Melodramen geschaffen haben. Rigoletto-Trovatore- Traviata sind ein Markenzeichen absoluter Qualität.
Und die Koppelung Verdi- Wagner am 200. Geburtstags (1813-2013) belder Komponisten beinhaltet die gesamte Geschichte des modernen Musiktheaters: Teile spektakulärer Kultur und wesentlicher Volksliteratur, die zwei Jahrhunderte geprägt haben. Auch heute noch bedient sich der unfachmännische und kommerzielle Jargon -Zeitungstitel, Werbesprüche und Werbejingles - musikalischer Themen und Opernfiguren, Oder entleiht Originalmaterial und nutzt es in anderen Ausdrucksformen. wie die Walküren, die einstimmig mit den Hubschraubern aus Apocalypse Now brummen, und die Sigfriedschen Charakterzüge in Django Unchained die zahlreichen modernen Comicsgestaltungen mit den Opernhelden und den nordischen Gottheiten (insbesondere in Frankreich, wo man schon seit je her mit derselben Leidenschaft die Mythen und Klänge Wagners liebt und hasst) so wie die Anspielungen in Phantasy- Inszenierungen. Noch gängiger und weit verbreitet ist der stetige Gebrauch von Zitierungen und freien Wiedergaben aus Libiamo ne' lieti calici" (Auf, schlürfet in dürstigen Zügen den Kelch- Traviata). Pari siamo" (Gleich sind wir beide-Rigoletto). Follle, Follie" (Torheit, Torhelt - Traviata), lo fremo" (Ich bebe vor Eifersucht Trovatore), Vendetta, tremenda Vendetta" (Rache, schreckliche Rache" - Rigoletto) sowie andere leicht erkennbare Textdiebstähle, um nur im Rahmen der Trilogie zu bleiben. Unerlaubte Aneignungen und Imageentwendungen, die aber gleichermaßen der fühlbare Beweis der außergewöhnlichen und intakten Kommunikationskraft dieser Paraphen aus Verdis Melodram sind.
Im Jahr der Zweljahrhundertfeler werden die drel Akte Verdis in einer Art von „Konzertgestaltung" ungekürzt aufgeführt, so erscheint die Gedankenverbindung mit der anscheinend logischen Unverständlichkeit des Singens anstatt des Sprechens oder des Nachdenkens, das die beiden Theaterautoren (eine Definition, die Verdi sehr liebtel weniger oberflächlich. So entdeckt man auch, dass Verdi und Wagner - die offiziell an zwei ideologisch und musikalisch unvereinbaren Fronten Stellung genommen hatten, eigentlich nur unterschiedliche Lösungen für gemeinsame Probleme gefunden hatten. Wagners Raster von Leitthemen schafft eine musikalische und theatralische Idee der Theaterrealität, die nur anscheinend unerklärbarer (oder klarer in der Meinung der das Wort verkündenden Bayreuther Missionare) und tiefsinniger ist, wenn man sie mit Verdi vergleicht. Wenn man paradoxerweise in der ersten Szene des vierten Akts des Trovatore die Stimmen schweigen lässt - Indem man sie auf reine Instrumentenkonturen herabsetzt, wie Liszt es in seinen pädagogischen Phantasie-Transkriptionen für Solo-Klavier gemacht hatte und dabei auf die einfallsreiche vorfilmische Klangperspektive verzichten würde, die Verdi im Dreiergespräch aus der Ferne zwischen Leonora (im Vordergrund), Manrico (auf zweiter Ebene und dann hinter den Kulissen) und dem Chor (Im Hintergrund, noch entrückter, das Miserere" wird beinahe zum Farbfleck) intuitiv erkannt hat, wäre das Ergebnis eine visionäre Wagner -Symphoniepartitur. In diesen drei Verdi-Akten leben auch eine Galerie von Charakteren und ein typisch nibelungisches Verzeichnis von Figuren. Die Protagonisten? Eine Dime, ein Buckliger und eine Hexe. Aber die Dirne Violetta verteilt Morallehren und stellt ihre Fähigkeit unter Bewels, bis zu ihrem Hinscheiden und trotz der gesellschaftlichen Verfuchung lieben zu können. Der bucklige Rigoletto ist der mütterlichste aller Väter. Die Hexe Azucena ist die väterlichste des Mütter (und die wütendste Tochter unter den Töchtern), auch wenn sie stirbt, bevor sie die einzige andere Frau hätte kennen lernen konnte, die den Sohn, den sie bis zum letzten als ihren eigenen liebte, mehr liebte als sie selbst.

Performances and

Popular repertoire

by Angelo Foletto A hundred years ago the problem did not exist. Only one centenarian composer had the right to be celebrated: Giuseppe Verdi. This meant Aida. There was no discussion, no comparison made, no compunction: the discourteous gesture towards his contemporary, Richard Wagner, was not even noticed. Another ten seasons passed by. Then in 1922 Wagner finally set foot in the Arena, with Lohengrin, interpreted brilliantly by the Italian tenor, Aurello Pertile, who would sing the same role again ten years later. Notwithstanding the popularity the German composer enjoyed, he is only third on the list of non-Italian works performed in the Arena: after Bizet and Saint-Saëns. Later on, the staggered dates of death of the two great men of theatre (not only musical) of the 1800s, created neither bottlenecks nor doubts. The last complete Wagnerian opera (Lohengrin once more) was on the programme in 1963: the year of the 150th anniversary of Wagner's birth which also coincided with the 80th of his death, and we still remember it well: sung in Italian, as was considered normal at the time. It was only on the centenary of Wagner's death twenty years later, in 1983, that we heard an entire performance of his music sung in German (albeit under an Italian conductor).

Even if the last Wagnerian production dates back to half a century ago, it has not been possible to by-pass the obligation this year: celebrating the two, prolific, bi- centenarians is already a pretext for embarrassing comments given the prevailing musical-ideological and nationalistic obtuseness. Just as in 1983, Wagner will be celebrated in concert version, with interpreters of undoubted Wagnerian prowess, led by the most eclectic and long-lived of the Arena's protagonists (forty-four years since his début in Turandot and Don Carlo), loved by the public and, for some seasons now, also applauded as an orchestral conductor. The presence of Placido Domingo, a veteran with regards to the number of concerts he has given, notwithstanding his cancellation -due to rain - of the Gala evening which had been planned in his honour to celebrate his 30th year at the Arena (in 1999) and protagonist of the Domingo-Operalia Gala Concert (along with the winners of the competition that the Spanish tenor has created and of which he is the passionate "godfather") will be further enhanced by the addition of a grand newcomer to the Arena, the conductor Daniel Harding. Despite the lack of information, but hypothesizing -having seen the names announced - that the evening will not be monographic, one can imagine that the programme dedicated to Wagner will have to compensate for the absence of a complete opera on stage. This will not be difficult, given the number of famous scenes and interludes. The concept of Wagnerian theatre is profoundly connected to the symphonic logic of orchestral discourse, to the network of interrelated motifs, to a sophisticated genial narrative and interpretive system based on precise poetic and sentimental returns, the leitmotifs with their thematic allusions.
Arranged in a concert form, even if uprooted from the musical drama, the pages for solo orchestra and the vocal arias give a reassuring sensation that the work is complete. In this way, the concert versions of Wagner's works have had a lively existence; even in Italy, until only a few decades ago. And this is how it will be in the Arena: all that we need to hear is part of a theme, the thickening of a harmonic solution, the surfacing of a solo instrument or of a representative rhythm, the onset of a singable tune or of a slide in unison, to recall what the ear wants to hear: the forests of the Nibelungs. gloomy Breton islands or Norwegian landing places, galloping virgin warriors, heroic or baleful women, cavaliers or men of the forest, fearless or in search of a spirit or sentiment. Apart from the occasion and this special celebratory year, in the venue musically consecrated to the joy of sound and monumental scenography, the concert version has often played an important, albeit small, but not irrelevant part in the triumphant history of Verona's century, even if going beyond the world of opera and proposing the Arena as a gigantic concert hall was not one of the concerns of the artistic directors originally. The first attempt was with two Beethoven programmes (the fifth and ninth symphonies) conducted by Antonio Guarnieri in 1927. In that period, there were seasons when a conductor chose his programme for the Arena and, as a result, twenty different works were performed over nine years (Guarnieri conducted La Vestale and Aida that year). For the early concerts, one could imagine that Guarnieri - an experienced conductor of the symphonic repertoire - had to work at convincing the managers to share his bold proposals. If not otherwise because, as the Arena audience knows, the acoustics which privilege the voice on stage, are les generous with orchestral instruments placed in the same position. So much so, that for a number of years, plans for symphony concerts were shelved. Then, in 1948 Jonel Periea riproposed Beethoven - Symphonies 3 and 5 as first night performances - on the second night Herbert Albert succeeded with famous opera overtures and Tchaikowsky's 5 Symphony and on the third, Gianandrea Gavazzeni paid official homage to Donizetti on the centennial of his death with the symphonic interludes of his operas, the sextet from Lucia di Lammemoor and the concert version of the fourth act from La Favorita Apart from Albert's return in 1949 with two concerts (symphonies and Tchaikowsky's La Pathétique), it was only ten years later that another couple of similar events took place (in 1958 the French pianist, Freidrich Guida performed Beethoven's 4th Piano Concerto) and thirty years later, Beethoven's 9th was performed (in 1981; after which two full symphonic seasons followed, in 1984-85). Symphony concerts in the Arena have, then, only been programmed spasmodically. Symphonic-choral concerts have, however, been more successful. These have included a hotch_potch of solo arias which followed an anthropological-spectacular criteria, much-loved by the public at large and have also had the advantage of giving celebrated soloists the opportunity to perform when they were not officially on the programme.
One of the first symphonic-operatic performances was conducted by Riccardo Zandonal (1935) but the tradition really took off immediately after the Second World War and have included some special performances such as the one conducted by Francesco Molinari Pradell on 4th August, 1961 (for the centenary of the Unification of Italy), to more personalized formats such as the concert of the Three Tenors; or the Galas which have witnessed protagonists of the calibre of José Carreras, Katia Ricciarelli and, more than once, Placido Domingo. It was Domingo, in fact, who started the tradition of performing entire acts from different operas in 1994.
Special, but orthodox, versions of the symphonic- choral repertoire were represented by Lorenzo Perosi's Oratorios (already in 1935. Gino Marinuzzi had conducted The Resurrection of Christ which, from the 1960s onwards, were substituted by the great symphonic-choral masterpieces: Handel's Messiah, Rossini's Stabat Mater and, of course, Verdi's Requiem The grand score of the latter, which includes drama and religious devotion, was first performed on 9 August, 1966. Three-quarters of the soloists of the unforgettable production of Aida that year - Leyla Gencer, Carlo Bergonzi and Bonaldo Giaiotti - performed the Requiem under the baton of Antonino Votto, almost with the same fervour as the Milanese had witnessed on its début in Milan on 25th May, 1874. Since then, whenever there has been a special occasion, a particular cast or conductor, the Requiem has been performed. This year will be the eleventh time.
An incredibly melodramatic, yet at the same time, intimate and particularly human Interpretation of the Christian liturgy for the dead, the Requiem was entrusted to Gavezzani's direction for two years (1973-74), and since then it has brought conductors of international renown to the Arena: Riccardo Muti, for example, Loren Maazel, Vladimir Delmar, Georges Pretre or Myung-Whun Chung (this year's conductor), people who would otherwise never have attempted to work on this outdoor stage. Certainly the lion's share of this year's programme has been dedicated to Verdi, the composer to whom the Arena owes all, but the appointment with the Requiem - a theatrical score, unlike most of its genre, albeit conceived out of Verdi's almost private need to pay homage to Alessandro Manzoni, the only saint on sceptical Verdi's religious calendar - promises to be exceptional, using a new choral and orchestral formation to great effect and of important symbolic meaning, not only local and geographic. The work which relaunched Verdi as a romantic, symphonic composer and underlined his maturity as a composer (not by chance, successive performances in Vienna conducted by Verdi himself in June 1875, aroused admiration and witnessed the partial repentance of the Brahmsian critic, Eduard Hanslick), will be performed by a large organic fit for the size of the Arena, using the Chorus and Orchestra of the Arena, joined by both the Chorus and Orchestra of La Fenice, Venice.
More parochial, without denying the intrinsic quality of the proposal, is the Verdi Gala concert programmed: Act I from La Traviata. Act II from Rigoletto and Act III from Il Trovatore, with three different conductors and nine famous soloists. A condensed form of the so-called "romantic trilogy", or "popular trilogy", staged using a mixed chronology, since the exact historical sequence is Rigoletto (March, 1851). Il Trovatore (January, 1853) and La Traviata (March 1853). The operation will, above all, be spectacular. However, one can read into it "critically", as a pretext for re-evaluating the creative vicissitudes of the author. Listening to one scene after the other, so emblematic of the three revolutionary operas, gives one the opportunity to understand the absolute dramatic genius of Verdi and to reflect on the conclusion of this creative phase.
Beyond the hagiographic anecdote astutely exaggerated by Verdi himself in his old age, the so-called "years of confinement (1839-1849) brought him luck- an accelerated course in dramaturgy, a necessary process for growth and acquisition of expression and technique. The composer was "forced" to develop theatrically and in just a few years, he addressed new themes with non-routine characters using dozens of subjects which were always different and hardly ever characters of the province or of the weakened Itallan theatre literature. The dramatically decisive outcome of the trilogy Rigoletto-Il Trovatore - La Traviata (and the intriguing bourgeois preamble of Luisa Miller and Stiffelio) is fruit of the forced apprenticeship of the preceding works: sixteen titles in just ten years, compared to the eleven (plus two remakes and the score of the Requiem) which appeared in the following forty years (1853-1893). The trilogy, then, fits in between and witnesses the creation of characters and music which veer us towards, what will be, Verdi's future universe, and which founded the legend of the 19th Century Italian melodrama. Each opera represents a period, a kind of model of research and theatrical outcome, an operatic archetype. The dramatic and musical perfection of Rigoletto - Il Trovatore - La Traviata could not be repeated. In fact, for his successive masterpieces, Verdi sought different subjects and identified new directions. In ten years, at the age of forty, he managed to renew opera at its roots - In so doing, with due respect, he, in effect, pensioned off the melodrama of Rossini and Mercadante, Donizetti and Bellini, because during the surging activity of his "confinement years", he had deciphered all the dramatic enigmas of human existence. using characters of artistic urgency and of necessary personal, professional affirmation. The formal solutions, expressive and linguistic, condensed onto the pages of Rigoletto-Il Trovatore - La Traviata are a clear demonstration of this and are reaffirmed in the letters to his friends and the writers of his librettos, the cartoons in preparation of the operas, his relentless defence of his scores from interference of censure and critical laziness of the public.
Verdi post-Trilogy will dedicate himself to the creation of an innovative theatre: without feeling indebted to history and its respective authors. He forever sought more ambitious objectives, challenges meditated over time, before arriving on the stave. contrary to what had happened in the past (even the trilogy was conceived, partly, with the time frame of "the confinement"). Now we see natural, intriguing, modern scores: pages of beautiful sound, original protagonists and unforgettable musical solutions, yet devoid of emotional charm, fruit of a miraculous and inspired pure lace. Verdi's extraordinary and long-lived maturity begins with the romantic "popular trilogy" which is also the conclusive act of a long, profitable youth. It is no coincidence that these are his most regularly performed works (La Traviata vies with Carmen for first place in the programming in all the world's opera houses) and to which the mediatic popularity of the opera is connected. The other Italian authors are not even considered - although, the centenaries of Rossini (1982) and Donizetti were celebrated in the Arena, but not those of Bellini and Puccini - nor even the many, starting with Monteverdi four hundred years ago, who invented the extravagant plot of opera and melodrama of which Rigoletto-Il Trovatore - La Traviata are the absolute hallmark of quality. It is in the coupling of Verdi and Wagner, as suggested by the bicentenary of their births (1813-2013), that we find the whole history of modern musical theatre: a segment of unavoidable spectacular culture and popular literature which has marked two centuries. As a result, even today the non-specialist and commercial jargon - journalistic headlines, slogans and advertising jingles - pillage and/or instrumentalize themes and musical characters. They also take original material and use it in other expressive forms, such as the Valkyries who roar in unison with the helicopters in Apocalypse Now or the Siegfriedian strokes of Django Unchained the numerous revisitations in modern comics of the same heroes and Nordic divinities (above all, in France, a nation which has always loved and detested with the same passion, Wagnerian sounds and myths) and the references in scenery which is pure fantasy. Even more widespread in Italy, is the repeated use of quotations and paraphrases of "Libiamo ne' lieti calici", "Parl slamo", "Follie follie", "lo fremo", "Vendetta tremenda vendetta" or other textual snatching-to keep in theme with our trilogy. Illicit occupation and theft of image, however, are the tangible testimony of the special, unquestionable communicative strength of Verdi's melodramatic themes.
In this bicentennial year, the three Verdi acts performed in full in a sort of concert version, force us to think less superficially about a different way of resolving that apparent, yet abstruse idea that singing is, compared to speaking, or to reflect privately on the proposal of "the two men of theatre" (a definition which Verdi appreciated immensely) and to discover that Verdi and Wagner - officially on opposite, and incompatible, ideological and musical sides - in reality, only dictated different solutions to communal problems. At times, the solutions were even similar, but entrusted to different musical "instruments".
The Wagnerian grid of themes creates a musical and theatrical vision of a theatrical reality, only in appearance more inexplicable (or clearer, according to the missionaries of the verb enacted at Bayreuth) and more profound than that of Verdi. Paradoxically, should we eliminate the voices - reducing the score to purely instrumental lines, as Franz Liszt did in his pedagogical transcriptions - fantasies for the piano only - in the first scene of Act IV of Il Trovatore doing without the ingenious, pre-cinematographic sound prospective, an intuition of Verdi's, with the triangular dialogue at a distance: Leonora (in the foreground), Manrico (in the background and behind the scenes) and the chorus (still further away), a colour, almost the "Miserere", we have a symphonic page which previews Wagner. But in these three Verdi acts, we also find a gallery of characters and a rubric which is really "Nibelungish" of a sort. Who are the protagonists? We have a prostitute, a hunchback and a witch. Yet the prostitute, Violetta, gives us lessons in morality and of the capacity to love even until the moment of death, despite the social curse. The hunchback, Rigoletto, is the most maternal of fathers. The witch, Azucena, is the most paternal of mothers (and demonstrates she is the most filialy passionate of daughters) even if she dies before being able to meet the other woman who loves even more than her, that son who she wants to treasure as hers, right to the end.

PROGRAMME BOOKLET TEATRO ALLA FENICE DI VENEZIA   

2015 March

IL PONTE

2015.03.02
GIORGIO GANIS

Notizie da SEDEGLIANO

Coderno: melodramma con passione, Plinio Clabassi

"E nel silenzio liberava il canto". Inizia con questo verso una poesia dedicata da Marinella Rosin a Plinio Clabassi, il cantante lirico nato a Gradisca di Sedegliano 95 anni fa, il 22 marzo. Nell'ottobre scorso era stato ricordato dal comune di Sedegliano, nel teatro a lui dedicato, in occasione del trentennale della sua morte avvenuta il 15 ottobre 1984. Nei giorni scorsi invece (sabato 14 marzo), a Coderno di Sedegliano, nella sala del Centro culturale e spirituale "Il Ridotto" dedicato a padre David Maria Turoldo, è stato organizzato "Melodramma con passione", un pomeriggio di studio in suo onore. Don Nicola Borgo, animatore del Centro, ha introdotto il cantante lirico, spiegando il contesto fisico e culturale dove cra nato e si era formato, interrogansi anche sulla attuale situazione musicale locale. "Oggi si sente musica, spesso fino alla noia, ma non si fa musica.

I giovani consumano la musica, ma quanti conoscono nel nostro comune (a Sedegliano) il melodramma?" Don Nicola ha posto molti interrogativi ed ha invitato ad educare alla musica per cercare di avere un futuro migliore, coinvolgendo famiglie, scuole ed istituzioni.
Ad alcuni interrogativi ha risposto il Maestro Eugenio Raneri parlando della nascita e dello sviluppo del melodramma nella nostra regione ed in Italia e spiegando il rapporto della vita musicale del Friuli storico con la grande musica italiana ed cu ropea. Lo studioso ha anche parlato della tradizionale musica popolare che si esprimeva un tempo con danze e villotte ed ora con i numerosi cori e bande musicali: nella sola provincia di Udine ci sono 50 cori e 130 bande.
Con Raffaella Beano, esperta musicofila, il pomeriggio è en
trato nel vivo del basso di Gradisca" con il racconto della sua biografia e della sua intensa attività sulle scene dei più importanti teatri italiani e stranieri. Ha raccontato cosi anche della collaborazione di Plinio Clabassi con la Rai quando oltre alla radio la televisione muoveva i primi passi.
Favorito anche sua presenza scenica, ando sugli schermi televisivi in cast straordinari, come ne Il Trovatore che registra insieme a Mario Del Monaco, Leyla Gencer, Ettore Bastianini e Fedora Barbieri, guidati dal M° Fernando Previtali. Sono stati così proiettati anche spezzoni di filmati d'epoca e numerose registrazioni sonore. Le testimonianze scritte o parlate di chi lo ha conosciuto direttamente hanno completato la descrizione di Clabassi. Nel corso del pomeriggio è stato anche presentato il volume su Clabassi realizzato dal "Il Ridotto", a cura di Giorgio Ganis, con i contributi degli autori presenti anche al convegno, Il Ridotto con questo incontro ha così proseguito con le iniz iative per ricordare e far conoscere cinque illustri persone, nate nelle varie frazioni del comune di Sedegliano e vissute nel 1900, che lasciarono importanti testimonianze nella vita culturale e civile non solo del Friuli e che con Turoldo costituiscono un punto di riferimento specialmente per le nuove generazioni che crescono nel nostro territorio.
Nello scorso giugno era stato inaugurato, a loro ricordo, il grande mosaico (alto 2,5 metri e largo 1,5) realizzato da Luciano Petris di Codroipo su un disegno dell'artista sloveno Jože Ciuha ed a novembre era stato organizzato il primo convegno specifico sull'ingegnerepoeta Antonio Michele Pittana (nato a Sedegliano nel 1930) e più conosciuto come Agnul di Spere. Il prossimo 18 aprile ci sarà l'omaggio al pittore Federico De Rocco (nato a Turrida nel 1918), amico e maestro di P.P. Pasolini e morto a soli 44 anni nel 1962. Alla fine della primavera si concluderà con Tiziano Tessitori (nato a Sedegliano nel 1895) e Gilberto Pressacco (nato a Turrida nel 1955).
"Il Ridotto" è a Coderno in piazza Cavour n°4, nella seconda abitazione di Padre Turoldo (dove visse con i genitori fra il 1922 ed il 1929) che è stata acquistata e recuperata alcuni anni fa da don Nicolino Borgo, anche lui nativo del comune di Sedegliano, per trasformarla in un centro culturale e spirituale.

NEW YORK TIMES

2015.04.03
An Anecdote from NY Times

......................................... If a music critic’s passions run high, the passions of his readers can run higher still, as Mr. Porter learned — vicariously — after an incident in Milan. The scene was La Scala, and the time was not long after he had written a review criticizing the Turkish soprano Leyla Gencer, whom opera fans around the world revered with a proprietary zeal.

In La Scala’s lobby that night was a man who had the spectacular misfortune to resemble Mr. Porter. As the real Mr. Porter recounted in the Opera News interview, a crowd of operagoers seized the man, threw him to the floor and, shouting, “How could you say what you said about our Leyla Gencer!” commenced kicking him.
“I’m not Andrew Porter!” the man cried in self-defence. “I’m not Andrew Porter!” .......
 

THE INDEPENDENT
2015.04.11

IL MESSAGGERO

2015.11.01
LEYLA GENCER IN SCENA
 

THE MIAMI HERALD “AIDA”
2015.11.01

DAGOSPIA

2015.12.04

Scala La Prima! - Da Muti ad Abbado, Anna Crespi apre il salotto degli amici del Teatro: Rostropovich mi disse: Se ti rapiscono sunero’ gratis per 3 anni – Zeffirelli mi insegno come compartarmi coi fotografi: “Non sorridere. Stai immobile. Taci”
Mentre la Scala si prepara alla prima, Anna Crespi parla di una Milano che era da pensare più che da bere: “Abbado era rifiutato da una parte della città che non ne perdonava le idee politiche - A Spadolini, allora direttore del Corriere, dissi: “Ma sa che lei potrebbe fare il politico?” - Lo charme di Muti, il silenzio di Aulenti e Pollini e il grande amore perduto...
 
Egle Santolini per “la Stampa”
Lo ammette in un soffio, Anna Crespi Morbio, dopo due ore di chiacchierata: «Quegli anni lì sono stati magnifici. Magnifici». Un mare di gente: Abbado e Muti, la Gencer e Calasso, Pollini, Ronconi e la Gae. E Rostropovich, e Prêtre, e Maazel. Placido Domingo e Ruggero Raimondi.
Ma anche Anthony Burgess e Gerry Mulligan, Alvin Ailey, Seiji Ozawa, perfino gli attori bergmaniani Erland Josephson e Ingrid Thulin. Tutti da Anna, non necessariamente il sabato sera, prima in corso Venezia e poi in via dei Giardini.
Anzi: tutti dagli Amici della Scala, l' associazione di mecenati «libera, apartitica e non a scopo di lucro» che dal 1978 accompagna il lavoro e la gioia del primo teatro al mondo.
Anima e fulcro questa signora dai begli occhi castani, cresciuta fra Palazzo Serbelloni e una villa lombarda dove ancora spirano le presenze degli antichi precettori di famiglia Giuseppe Parini e Paolo Frisi.
 
Stile sobrio
Dagli archivi degli Amici emergono centinaia di immagini in bianco e nero dal rapinoso sapore d' epoca. Eccoli tutti seduti, la sigaretta in mano, lo stile sobrio e soigné di una Milano più da pensare che da bere. E altro che selfie: «Come comportarmi davanti ai fotografi - ricorda la padrona di casa - me l' aveva ordinato Zeffirelli. Alza la testa. Non sorridere. Non ridere. Stai immobile. Taci».
Difficile trasmettere questa certa idea di Milano a chi per ragioni anagrafiche non c' era. Ma la Scala è sempre la Scala, regnante Carlo Maria Badini, che volle l' associazione, o Alexander Pereira, che si prepara al suo primo Sant' Ambroeus da sovrintendente.
E gli Amici della Scala sono vivi e vegeti: custodiscono i tesori dei bozzetti storici, hanno appena pubblicato cinque volumi, sulla scenografa Titina Rota e sul lavoro al Piermarini di Alberto Savinio, Umberto Brunelleschi, Ebe Colciaghi e Mario Cito Filomarino.
Le conferenze da loro promosse, «Prima della prima», raccolgono sempre un bel pubblico, ultima quella dell' altro giorno sulla Giovanna d' Arco inaugurale.
Non tutto era rose e fiori, naturalmente, in quegli anni «magnifici». I Crespi del Corriere della Sera erano a rischio di rapimento e per un bel po' Anna, che aveva tre bambini piccoli, girò «malvestita, sempre in mantella, sostenuta solo dall' adrenalina.
Rostropovich mi disse una sera al Biffi Scala: Anouschka, non essere triste. Temo per i miei figli, gli ho risposto. Allora lui ha scritto sul programma di sala: in caso di rapimento di Anna Crespi o di uno dei suoi figli m' impegno a lavorare gratis per tre anni. E sì che era profugo, e un bel po' tirato coi soldi».
Il conflitto Fontana-Muti Claudio Abbado? «Una personalità interiorizzata, l' opposto di Riccardo Muti che con lo charme napoletano affascina gli uomini e fa innamorare le donne. Claudio era rispettato come musicista ma rifiutato personalmente da una parte della città che non ne perdonava le idee politiche. Una volta mi chiese una mano per restaurare il Farnese di Parma e son dispiaciuta di non esserci riuscita».
Maurizio Pollini? «Lavora anche in viaggio, anche senza pianoforte, pensando e meditando. Ricordo una vacanza nei Mari del Sud, c' era anche Gae Aulenti e a pranzo una volta lasciai la tavola di mio marito e dei nostri amici per unirmi a loro. Speravo in una conversazione superinteressante e invece ci fu un silenzio impenetrabile.
Alla fine, quando Pollini si alza per andare a fumarsi un sigaro e a giocarsi una partita di carte, Gae incrocia mio marito e gli dice: sua moglie è una donna straordinaria. Credo di aver superato l' esame. Quella volta, era il silenzio che bisognava rispettare».
Gli anni del conflitto Fontana-Muti non furono facili per il teatro e per chi ci lavorava intorno: «Tenni sempre la parte dell' artista, cioè di Muti, ma ci fu qualche incomprensione e lui con me si arrabbiò lo stesso. A una cena ufficiale decido di sciogliere il ghiaccio e vado a salutarlo.
Lui, impassibile, mi fa: signora, quando è entrata lei nella sala mi sono fatto male a un ginocchio. Non dica così, maestro, lei il ginocchio se l' era battuto prima. Ha capito, mi ha abbracciato, abbiamo fatto pace».
 
I biglietti da Domingo
E poi Ruggero Raimondi innamoratissimo della bella signora bolognese che poi diventò sua moglie, e Domingo che, durante una tournée in Giappone, «visto che mi voleva bene e che il teatro a quell' epoca mi teneva un po' in disparte, i biglietti per me e mia figlia Vittoria li procurò sempre lui».
Valentino Bompiani che la ospitava a Lerici, Anthony Burgess dal gran carisma alcolico, Leyla Gencer che la voleva accanto a ogni spettacolo, Spadolini direttore del Corriere a cena al Boeucc («Gli dissi: ma sa che lei potrebbe fare il politico? Non è mica un gran complimento, mi rimproverarono dopo gli altri commensali, ma alla fine ci avevo visto giusto»). Se le chiedi un' impossibile classifica risponde: «Sono stati tutti importanti».
Ma nella borsetta tiene sempre la fotografia del grande amore perduto, Guido Cantelli: «Io ero una ragazza bella e spaventata, lui era sposato ma per me perse la testa. Partì per gli Stati Uniti e mi lasciò un biglietto: quando torno ti porto via. Non è più tornato, il suo aereo è caduto vicino a Parigi».
 
 
IL GAZETTINO
2015.12.14

Tra Ottocento e Medioevo Chailly guarda al moderno nel trionfo del canto limpido

Diceva Massimo Mila, con la consueta scherzosa ironia, che le opere giovanili di Verdi appartengono all'”Orova”(organizzazione recupero opere di Verdi avariate). Sono convinto invece che nei cosiddetti “anni di galera” il compositore crea il proprio laboratorio sperimentale e linguistico, gli incunabuli dello stile maturo. Ciò è evidente nella “Giovanna d'Arco” che ha inaugurato la Scala, opera discontinua soprattutto per la debolezza del soggetto, ma percorsa da umori profetici e da folgoranti intuizioni. Forse potremmo oggi dimenticare la battuta del grande critico. Riccardo Chailly, geniale assertore dell'opera, evita le tentazioni rapsodiche del barilliano “odor di cipolla”, a favore piuttosto di una lucida policromia analitica, molto moderna, tra rifiniture strumentali e vermiglie accensioni. Anna Netrebko crea il nuovo soprano drammatico di agilità verdiano. Non ci sono più le turbolenze, le lacerate peripezie, le estenuazioni della Callas o della Gencer. La cantante propone un lirismo assoluto con l'immacolata luce del suono. Come al solito Verdi affida alla figura del baritono (Giacomo, il padre di Giovanna) alcuni degli aspetti più innovativi, prefigurando la vocalità dal “Macbeth” al “Don Carlo”. David Secconi, subentrato all'indisposto Carlos Alvarez, ha reso con misura la tormentata complessità del personaggio. Francesco Meli, il Re, fa sentire quanto conti in Verdi la tradizione belcantistica nella levigata passionalità dell'accento.

Il forte spettacolo, per la regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier, evoca in chiave visionaria e surreale i fastigi del Grand-opéra parigino, soprattutto nella articolazione del coro: sghembo, gestuale, a tratti occulto. La rappresentazione intreccia interni borghesi del tempo di Verdi a scorci di medioevo romantico: l'iperbole come fuga dalla realtà. Rimane però aperto il problema della drammaturgia, difficilmente decifrabile e gravata di tortuosità psicanalitiche. Orchestra autorevole e coro sontuoso. Caldissimi consensi.

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DICTIONAIRE DES MUSICIENS
2016
PIERRE BRETON
GENCER LEYLA (1928-2008)

Peut-on croiser impunément l'incandescente trajectoire de Maria Callas et côtoyer sans dommage la parfaite épure musicale dessinée par Renata Tebaldi ? La carrière de la soprano turque Leyla Gencer apporte une réponse négative à ces questions. « La Regina » avait la même personnalité explosive et le même caractère ombrageux que sa rivale grecque. Mais cette « orientale musulmane », comme elle aimait à se définir, a toujours su protéger jalousement une vie privée qu'elle refusait de jeter en pâture à la presse. Et, malgré les fêlures d'une voix sollicitée à outrance, la « Diva turque » a mené sur les planches une très brillante carrière. Scandaleusement ignorées par les grandes maisons de disque, les prestations de celle que l'on a aussi surnommée la reine des pirates » ne nous parviennent que grâce à des enregistrements de radios ou des prises sur le vif qui, effectuées dans des conditions parfois sommaires, ne rendent pas justice à l'un des plus évidents tempéraments dramatiques de sa génération.

Ayşe Leyla Çeyrekgil naît à Istanbul (Turquie), le 10 octobre 1928 (il n'est pas impossible qu'il s'agisse en fait de 1924), d'une mère polonaise et d'un père turc. Elle commence ses études musicales au Conservatoire de sa ville natale avant de venir à Ankara prendre des leçons privées avec la célèbre soprano italienne Giannina Arangi-Lombardi ; à la mort de cette dernière, en 1951, elle poursuivra sa formation avec le baryton Apollo Granforte. En 1946, elle a épousé le banquier İbrahim Gencer; c'est sous ce nom que commence sa carrière. Elle chante d'abord dans le chœur de l'Opéra d'État turc (Devlet Opera), avant de faire ses débuts à Ankara sous les traits de Santuzza (Cavalleria rusticana de Mascagni). C'est dans le même rôle que cette comédienne à l'instinct déjà très sûr fait des débuts remarqués, en plein air, à Naples, en 1953. Le San Carlo lui offre rapidement Madama Butterfly (Puccini) puis Tatiana (Eugène Onéguine de Tchaikovski). Pendant plus de vingt ans elle restera fidèle à la grande scène napolitaine. Après avoir incarné Tosca (Puccini) à l'Opéra de Munich, elle fait sa première apparition outre-Atlantique en 1956, à l'Opéra de San Francisco - qui la réinvitera pour les deux saisons suivantes - dans le rôle-titre de Francesca da Rimini de Riccardo Zandonai. La Scala de Milan, qui l'accueille le 26 janvier 1957 pour la création mondiale des Dialogues des carmélites de Poulenc, dans le rôle de Madame Lidoine (la Nouvelle Prieure), deviendra pour Leyla Gencer un véritable port d'attache. Entre 1957 et 1983, elle n'y interprétera pas moins de 19 rôles différents - d'abord dans le cadre de secondes distributions, les premières étant monopolisées par Maria Callas, puis en vedette incontestée, qui montrent tout l'éventail de ses curiosités : Verdi est en bonne place avec Leonora de La Forza del destino (1957, 1961, 1965), Elisabetta di Valois de Don Carlo (1961, 1963, 1964, 1970), Aïda (1963, 1966) et Lady Macbeth (1964), mais aussi Monteverdi (Ottavia dans L'Incoronazione di Poppea, 1967), Bellini (Norma, 1965) et Gluck (Alceste, 1972). Elle y participe, le 1er mars 1958, à une autre création, celle de Assassinio nella cattedrale de Ildebrando Pizzetti. La mozartienne accomplie est appelée par le Covent Garden de Londres et le festival de Glyndebourne. Elle s'investit avec autant de rigueur que de passion dans la résurrection d'œuvres oubliées ou méconnues signées Luigi Cherubini (Medea), Gaspare Spontini (La Vestale, Agnes von Hohenstaufen), Simon Mayr (Medea in Corinto), Rossini (Elisabetta, regina d'Inghilterra) ou Giovanni Pacini (Saffo) et dans la défense de pages contemporaines écrites par Serge Prokofiev (L'Ange de feu, Renata), Benjamin Britten (Albert Herring, Lady Billows), Gian Carlo Menotti (The Consul, Magda) et Lodovico Rocca (Monte Ivnor, Edali). Elle se fait une spécialité du répertoire des sopranos d'agilité du début du XIX siècle. Elle triomphe dans Gilda (Rigoletto de Verdi), Amina (La Sonnambula de Bellini) mais, surtout, dans les opéras de Donizetti : Lucia di Lammermoor, Lucrezia Borgia, Roberto Devereux (Elisabetta), Anna Bolena, Caterina Cornaro, Belisario (Antonina), Poliuto (Paolina), Maria Stuarda.
Reconnue par les plus grands chefs - Herbert von Karajan, Georg Solti, Tullio Serafin, Vittorio Gui, Gianandrea Gavazzeni, Riccardo Muti-, elle fréquente l'élite du chant de sa génération : Fiorenza Cossotto, Giulietta Simionato, Ruggero Raimondi, Giacomo Aragall, Renato Bruson, Shirley Verrett, Piero Cappuccilli, Giuseppe Taddei, Teresa Stich-Randall, Sena Jurinac, Mirella Freni, Jerome Hines, Carlo Bergonzi, Tito Gobbi, Mario Del Monaco, Fedora Barbieri, Ettore Bastianini, Giuseppe Di Stefano... Sa carrière, essentiellement italienne, ne l'empêche pas de se produire à Monte-Carlo, en Norvège, en Suède, en Pologne, en U.R.S.S. et en Espagne. Néanmoins, les portes de l'Opéra de Paris et celle du Metropolitan Opera de New York lui resteront obstinément fermées.
La fulgurante ascension de Leyla Gencer doit plus à l'intensité musicale de ses interprétations et à une présence scénique hors du commun qu'aux qualités intrinsèques de son organe. La voix, d'une plaisante flexibilité, malgré un manque d'amplitude dans le grave et un faible volume, offre un timbre particulièrement riche et séduisant. Belcantiste de grand style, inégalée dans l'art du messa di voce et de la nuance, elle s'affirme comme l'une des plus grandes tragédiennes de son temps. La beauté de ses aigus pianissimo reste dans les mémoires, même si, pour masquer certaines lacunes techniques et les effets du surmenage - vibratos mal maîtrisés, dureté des aigus à pleine puissance, elle avait quelque tendance à en abuser. Leyla Gencer met fin à sa carrière lyrique en 1985, sur la scène de la Fenice de Venise, avec La Prova d'un opera seria (La répétition d'un opéra seria) de Francesco Gnecco. Elle donnera des récitals - notamment à Paris, avec Nikita Magaloff, dans des mélodies de Chopin - jusqu'en 1992.
Elle enseigne à la Scala de Milan. Riccardo Muti lui offre la direction d'un programme pour de jeunes chanteurs. En 1996 est créé à Istanbul un concours de chant qui porte son nom. Leyla Gencer meurt à Milan le 10 mai 2008. Selon son désir, ses cendres ont été dispersées dans les eaux du Bosphore qui baignent son pays natal.

IL GIORNALE ITALIANO

2016
 

OPERA EN MIL VIVENCIAS

2016

THE MIAMI HERALD “NORMA”

2016.01.17

CORRIERE DELLA SERA

2016.02.03
CORRSADO STAJANO

Il 5 Febbraio di vent’anni fa la scomparsa del direttore d’orchestra
Gianandrea Gavazzeni, rispettoso anarchico sedentario



Nato a Bergamo nel 1909, fu un direttore d’orchestra mai convenzionale. Colto e amante della letteratura, lasciò volumi di memorie senza mai cedere al pettegolezzo
Il teatro, la Scala, deserto, le poltrone vuote, i buchi scuri dei palchi, aveva un fascino malinconico e misterioso quella mattina di vent’anni fa mentre sul palcoscenico l’orchestra diretta da Riccardo Muti sonava la Marcia funebre dalla terza Sinfonia di Beethoven, l’Eroica, in onore del maestro Gianandrea Gavazzeni. Era morto due giorni prima, il 5 febbraio 1996, e la sua bara, posata nel foyer, sembrava davvero il simbolo non soltanto della fine di un uomo che aveva profondamente amato quel luogo ma anche della fine di un secolo, il tragico Novecento in cui aveva vissuto lasciando il suo segno di grande artista, non conformista, rispettoso degli altri fino allo spasimo.
Anche Toscanini, tanti decenni prima, nel 1957, aveva avuto in morte gli stessi onori. Era stato Victor De Sabata, allora, a dirigere la Marcia funebre. E nel 2014 toccherà a Daniel Barenboim il triste dovere in morte di Claudio Abbado: quella sera di gennaio le porte del teatro erano state spalancate e una folla muta e commossa aveva ascoltato nella piazza il requiem della sua città al maestro indimenticato.
Non poteva che apparire anomalo e persino sovversivo alla società codina del tempo un famoso direttore d’orchestra che si definiva così: «Un anarchico sedentario che non va a gettar bombe, ma che non ha bisogno di leggi, tanto è rispettoso degli altri»; «Uno che detesta gli inquisitori e i linciaggi»; «Uno che sta sempre dalla parte dei perdenti»; «Un uomo di passioni, perché anche lo scetticismo è una passione, lo schermo della delusione»; «Un uomo con l’ossessione dello spirito di libertà e di indipendenza».
Gavazzeni era nato a Bergamo nel 1909. La sua fu una generazione fervida nella storia d’Italia, Bobbio, Leone Ginzburg, Arnaldo Momigliano, Pavese, Vittorini, Dionisotti, Garin. I suoi amici di sempre furono Fedele D’Amico, Massimo Mila, Goffredo Petrassi. La musica, la letteratura e anche la politica furono le sue passioni. Figlio di un deputato del Partito popolare, vicino a De Gasperi, antifascista, ricordava il «discorso dei bivacchi» di Mussolini — aveva 13 anni, studiava al Conservatorio romano di Santa Cecilia — ricordava anche il discorso del 3 gennaio 1925 che aboliva le libertà politiche e instaurava la dittatura. Suo padre, avvocato, aveva dovuto lasciare Bergamo e lavorava in un modesto studio a Milano all’angolo di piazza Fontana. Quegli anni gli pesarono sul cuore per tutta la vita.
Era un musicista colto — non è sempre così — al di là delle opere e dei concerti che aveva diretto. Lettore onnivoro, la sua biblioteca nella grande casa di via di Porta Dipinta, a Bergamo, faceva venire in mente la meravigliosa biblioteca del monastero di Strahov, a Praga. Amava la letteratura, si considerava un figlio di «Solaria», la rivista fiorentina di Carlo Carocci e poi di «Letteratura», di Alessandro Bonsanti. Aveva scritto libri di memoria e di mordente presenza nella «sua» musica, Le campane di Bergamo, Non eseguire Beethoven, La bacchetta magica e, nel 1992, da Einaudi, Il sipario rosso, il diario di un quarto di secolo, dal 1950 al 1976, sul modello di André Gide, una miniera di fatti, di personaggi, i suoi mondi, i teatri — la Scala, Salisburgo, Bayreuth — i camerini, le trattorie, i grandi alberghi di ogni continente, le fanatiche del melodramma, melomani pazze, i tenori e i baritoni di cui non aveva una grande opinione, «strumenti vocali», i soprano di cui, invece, era un ammiratore morbido e indulgente.
Il maestro era scintillante, spiritoso, narratore orale di storie e storielle quando parlava con gli amici e sorrideva con quei maliziosi occhi azzurrini e verdi. Ma nei suoi scritti era sempre attento a non fare pettegolezzi, lui che ne avrebbe potuto riempire enciclopedie. Si considerava un teorico della reticenza e della dissimulazione onesta, oltre che dell’incoerenza.
Direttore d’orchestra nei maggiori teatri del mondo, i grandi maestri, De Sabata, Gui, Karajan, Kleiber, lo consideravano uno di loro. Toscanini era un idolo, l’aveva visto tante volte dirigere e incontrato spesso all’Isolino di San Giovanni sul Lago Maggiore, luogo incantato. Gavazzeni aveva diretto le grandi cantanti, la Simionato, Renata Scotto, Mirella Freni, Leyla Gencer. E la Callas, con quella «voce interna soltanto sua»: l’aveva diretta nell’ Anna Bolena di Donizetti, con Visconti, e nel Ballo in maschera di Verdi, un memorabile 7 dicembre 1957 alla Scala dove aprì una decina di stagioni.
È l’Ottocento il suo secolo. Il grande Verdi, ma anche il giovane Verdi, Puccini della Manon Lescaut e della Tosca, il primo Verismo. Era l’uomo meno retorico della terra, Gavazzeni, odiava «l’estetica delle vette», l’ascetica musicale, la musica vista come strumento di elevazione morale, la religione della musica. Negli ultimi anni si era intristito, amaro. Temeva per le sorti del mondo. La manzoniana Storia della colonna infame era diventata il suo libro prediletto.

DINO CIANI REALTA E LEGGENDA

2016.08.11
 
Realta e Leggenda

Il volume comprende la biografia del grande concertista e una serie di riflessioni attinenti all'arte pianistica nel tempo, numerose testimonianze di personalità dell'ambiente musicale e la sua discografia. Sono riportati testi di Lorenzo Arruga, Maurizio Camelli, Luca Chierici, Dino ed Hedi Ciani, Duilio Courir, Massimiliano Damerini, Silvia Limongelli, Gianpaolo Minardi, Piero Rattalino, Edwin Rosasco, Jeffrey Swann, Felice Todde e Alberto Zedda. Il libro raccoglie inoltre i ricordi di Claudio Abbado, Riccardo Muti, Gianandrea Gavazzeni, Carlo Maria Giulini, Leyla Gencer e altri. Casa Musicale Eco.

DINO CIANI

REALTA E LEGGENDA                                       
MASSIMO BELLONI
Casa Musicale Eco / 2000

Dino Ciani, celebreper il pregio sublime della sua arte pianrstica, drvenne un interprete stonco del concertismo italiano e internazionale. La vicenda di Ciani e qui narrata, commentata da emlnenti osservatori e corredata dai racconti di chi gli fu amico, prima del fatale incidente d'auto che pose fine alla sua vita, a 32 anni di eta. ll volume comprende la biografia del grande concertista e una serie di riflessioni attinenti all’arte pianistica nel tempo, numerose testimonianze di personalita dell'ambiente musicale e la sua discografia. Sono riportati testi di Lorenzo Arruga, Maurizio Carnelli, Luca Chierici, Dino ed Hedi Ciani, Duilio Courir, Massimiliano Damerini, Silvia Limongelli, Gianpaolo Minardi, Piero Rattalino, Edwin Rosasco, Jeffrey Swann, Felice Todde e Alberto Zedda.
Il libro raccoglie inoltre i ricordi di Claudio Abbado, Riccardo Muti, Gianandrea Gavazzeni, Carlo Maria Giulini, Leyla Gencer e altri.

 
 

 

Dino è sempre presente nella mia giornata. C'è la sua fotografia, sorridente, l'aria un po' assorta, sul mio pianoforte. Ma c'è soprattutto un riferimento continuo del pensiero, una nostalgia di comportamenti: cose non dette perché nessuno più le può capire, entusiasmi non spronati che cedono all'inerzia. Vorrei dare più spazio e tempo a questo ricordo, che mi si chiede ora, di lui, ma come accade troppo spesso il momento pratico di impegni contrasta col desiderio di tempo e concentrazione. Forse anche giustifica l'incapacità di definire sentimenti troppo profondi.Mi limito perciò a fermare alcuni flash del nostro incontro.

L'ho conosciuto dopo una prima di Alceste a Genova, nel '68. Era venuto alla mia recita con De Lullo, regista dello spettacolo, e Romolo Valli, di cui era amico. Dopo la recita eravamo andati a casa di amici con tutta la Compagnia dei Giovani, e lì abbiamo suonato e cantato fino all'alba, lui al pianoforte, con l'entusiasmo che aveva per tutta la musica: operistica, sinfonica, liederistica, contemporanea. Le sue interpretazioni erano profondamente sensibili appunto perché sostenute da una vasta e grande cultura umanistica. Pianista esigentissimo per la propria tecnica, trovava il tempo di essere informato di tutto: pittura, letteratura, politica. Gli interessavano i viaggi, i luoghi, la gente. Tutto questo si percepiva, urgeva sul suo modo di suonare, pur così purificato dal tocco e a volte così incantato... sembrava dovesse vivere tutto assieme, che gli mancasse il tempo. Ed ha vissuto come bruciando le tappe, per morire a poco più di trent'anni.
Da quella sera era diventato un fratello d'elezione, l'amico profondo all'interno di un'intesa musicale. Abbiamo letto tanta musica assieme: la nostra gioia era metterci lui al pianoforte e io a cantare. Di lì la confidenza, le telefonate, lunghissime o fulminee, alle ore più impensate, con scoperte continue. Quando si stancava della sua casa sul lago, a Ranco, nella nebbia, veniva a Milano a trovarmi.
Correva su per le scale, buttava il cappotto per terra e si metteva a suonare: voleva sentire subito quello che aveva studiato. Poi la bottiglia di champagne sempre pronta in frigorifero. Le conversazioni: lui seduto sul divano o sdraiato sul tappeto, col «<fou rire» irresistibile per le cose buffe che lo facevano ridere come un matto, faccia per terra. Affettuoso, protettivo, poteva diventare improvvisamente tagliente, beffardo quando si scatenava distruggendo persone e giudizi. Intuitivo, leggeva le mie preoccupazioni al primo sguardo; mi spronava a scuotermi, e profetizzava vicende future.
Ci assomigliavamo anche nelle nostre depressioni, di cui tutti noi artisti soffriamo. Ricordo un periodo difficile; dominati ciascuno da proprio assillo, e perciò solidali, eravamo andati una sera in casa di Maurizio Pollini, angosciato lui pure per qualcosa a una mano. Una casa alta, grigia ancora senza mobili poiché la stavano arredando. Ci assestammo sulla moquette, mentre Marilisa preparava una bistecca, apriva un vasetto di caviale. Abbiamo mangiato in cucina senza dire una parola: io funerea, Dino «lontano», Maurizio che articolava continuamente il suo dito, proiettando l'ombra sul muro bianco. Un incubo. Nessuno era in disposizione di far musica. Allora ci mettemmo ad ascoltare dischi: Toscanini, Fischer-Dieskau, e discutendo e partecipando si fecero le quattro di mattina. Qualche volta l'affinità involontaria ci procurava anche coincidenze curiose.
Era un rapporto entusiasmante: lui seguiva me, ed io lui. Faceva viaggi per essere alle mie prime. Capitava all'improvviso, come a Venezia per la Messa di Donizetti alla Fenice: calò all'ultimo momento dalla montagna, deciso a tornare subito. Si fermò dopo il concerto con me e Luchino Visconti, Nora Ricci e pochi amici, in una serata dove eravamo tutti trasfigurati dall'emozione. E rimase il giorno dopo, per rivedere Torcello e la laguna in stato di grazia.
Mi ammirava molto, si divertiva ai miei estri musicali ed era estremamente fazioso come spettatore: ridendo diceva «Anche quando sarai vecchia, con un filo di voce, sarai sempre la più brava».
Anch'io in quel periodo ero attratta in una vita musicale intensissima, non solo operistica. Facevo la spola con Torino quando in un ciclo Beethoven ne eseguì tutte le sonate. E ogni volta si finiva a tavola, dove gli piaceva chiacchierare a lungo con tutti gli amici.
Seguivo la preparazione, le prove dei concerti; ricordo lui e Claudio Abbado nel salone di Ranco suonare su due pianoforti il Concerto di Prokofiev che avrebbero poi eseguito alla Scala. I Concerti di Mozart, al Nuovo, con Gavazzeni; il ritorno da una prova coi due talmente infervorati nel discorso musicale che in via Manzoni entrarono nel negozio di pianoforti Furcht e suonarono a due tutto il concerto, mentre io giravo le pagine.
Ci lasciammo tentare dall'esperienza pionieristica del Teatro Quartiere, partecipando a un ciclo di serate organizzate da Lorenzo Arruga sotto il Tendone di Gratosoglio. Dino suonò Chopin, ed ebbe il coraggio di spiegare, coi suoi occhi chiari, che si trattava di musica non popolare, per ragioni di studio severo ed accostamento. Fu applauditissimo. Io portavo una serie di «regine» del melodramma, e il Coro della Scala doveva introdurre il riferimento al «popolo». Il Coro non venne, e cantai sola per tutta la serata.
Anche i concerti da camera che da qualche tempo ho in repertorio li devo a Dino, al nostro leggere musica insieme. Il primo concerto era programmato con lui, dovevamo cominciare a studiarlo proprio quando è successa la disgrazia. La prima volta che lo eseguii, a Bisanzio, nella Basilica di Sant'Irene, glielo dedicai. E fu un ritrovamento irripetibile. Lì, dentro la chiesa, in quella luce dorata, col volo lieve dei colombi dalle finestre altissime della cupola, sentivo il suo spirito, quasi una protezione, mentre la mia voce dava anima e colore ai «suoi» autori: Liszt, Chopin, Schumann, Bellini, Donizetti. Aveva una forza umana straordinaria di riunire tutti gli amici, a Ranco nella villa ospitalissima, e poi a Roma. E volontà di unirsi ad essi, portando calore, animazione dovunque un'occasione li facesse convergere. Ci siamo accorti, dopo la sua morte, quanto egli fosse elemento legante tra artisti di varie età, personaggi affiatatissimi, ma che ora il ritmo dei destini tende sempre più a disperdere.
Ricordo un fine dicembre, a Venezia. C'era alla Fenice, una conferenza di Riccardo Bacchelli con lettura emozionante di sue poesie, e Dino era sceso dalla montagna per stare con gli amici fidi, dalle conversazioni illuminanti: Gavazzeni, Alberto Mondadori, i Bacchelli appunto. Una sera, a mezzanotte, non contenti di un pranzo al Ristorante del Giglio, con conversazione interminabile, eravamo an- dati tutti, sotto la pioggia, in casa di Wally Toscanini a sentire dischi del Maestro. Analisi, confronti, discussioni espertissime, e a un certo punto, ascoltando la famosa Traviata, ci scoprimmo tutti commossi. Non si stancava di entusiasmi. Se una cosa lo interessava diventava inflessibile. Un pomeriggio, la vigilia di partire per l'America, aveva ripassato tutto l'Attila in una lezione a casa mia; anche Nina Vinchi ch'era venuta a trovarmi s'era fermata alla «prova». Improvvisamente Dino mi mandò a prendere con lo spartito. Ero esausta, ma non ho resistito al richiamo.   Ranco, dopo una cena favolosa, cantammo di nuovo tutta l'opera. Ed ora mi rammarico perché proprio per colpa mia non è rimasta una traccia di quella serata, del suo fervore operistico. Purtroppo avevo intimato al comune amico che mi prelevò: «Se tu porti l'apparecchio per registrare, io non vengo». Tante serate con Abbado, Pollini, Dino. E tanti nastri che non ci sono.
Una sera, a Venezia, la tragica notizia. Corsi subito a Roma, disper ta. Con la sua morte si è spento qualcosa dentro di me, quella zona di interesse, di luce, di entusiasmo che trovavo carica nel suo sorridente entusiasmo vitale.

Leyla Gencer

 
 
CLASSICA MAGAZINE
2016.12 / 2017.01

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L'OTTOCENTO Vol.I / Part I

2017
ELVIO GIUDICI
Gaetano Donizetti
(1797-1848)


Negata spesso, l'importanza del marchio in molti settori pubblici e privati, snobisticamente considerata addirittura blasfemia in quello culturale. Dove invece agisce con forza se possibile anche maggiore: sicché sempre e comunque bravi sono ritenuti solo i più noti, sempre e comunque di prestigio solo i luoghi più celebrati. E dunque, uno spettacolo può diventare «evento» tanto maggiore quanto più griffato è il luogo dove esso si produce.
Non c'è dubbio che l'Anna Bolena andata in scena nell'aprile del 1957 alla Scala sia stato avvenimento capitale nel processo di riesame dell'imponente lascito donizettiano che per i suoi oltre tre quarti era all'epoca sostanzialmente sconosciuto al pubblico, noto soltanto a una ristretta cerchia di musicologi (e neppur bene, a rileggere certi remoti saggi vergati in puro musicologese). Il marchio Scala - potente già di suo, ma reclamizzato al meglio dai nomi Callas e Visconti che, piaccia o no, sopravanzavano regolarmente quelli di Ga- vazzeni, Simionato, Rossi-Lemeni - impresse all'avvenimento risonanza tanto considerevole da farne lo stereotipo della «rinascita donizettiana». E a far colpevolmente dimenticare quanto in realtà l'aveva preceduta. Con molto meno glamour cultural-mondano, certo: e soprattutto, privo com'era del determinante plusvalore rappresentato da Maria Callas, con ragioni sia musicali sia drammaturgiche senz'altro minori. Ma che ci fossero precedenti mi pare doveroso sottolinearlo. Uno in particolare - Firenze col suo Maggio - era regolarmente oscurato dall'ingombrante aura scaligera: mentre invece fu il luogo (tanto innumerevoli gli esempi da farne quasi una regola) in cui il teatro musicale del dopoguerra ha visto germogliare alcune delle sue migliori idee.
Nel 1933, da cinque anni il terreno musicale fiorentino era stato dissodato, arato e concimato dall'appena fondata Orchestrale Fiorentina divenuta poi l'ente morale - allora si chiamava così - Stabile Orchestra Fiorentina: assemblata e diretta da Vittorio Gui che, nell'indicare la via maestra su cui avrebbe proceduto (il Settecento «dimenticato» al pari della musica sacra antecedente; grande sinfonismo ottocentesco; repertorio moderno francese, russo e italiano), indicava anche chiaramente quelle che erano le lacune della cultura musicale italiana, arroccata sul solo melodramma. E a proposito d'orchestra: scelti dopo rigorosissime selezioni, gli ottanta strumentisti avevano contratto e stipendio assicurato per sei mesi, con garanzia di riassunzione senza previa audizione solo per i successivi tre anni, trascorsi i quali la trafila ricominciava. Bei tempi. Che noi dovremmo meditare, credo, ricordando come altrove le di orchestre più o meno continuino ad avere statuti del genere, antitetici al nostrano vitalizio perpetuo: siano bravi o mediocri non importa, imbullonati alla seggiola sono, e lì li si fa restare. E vale anche la pena ricordare, al volo, quante cose fiorentine fossero in così breve tempo cambiate da quel 1923 in cui l'associazione Amici della Musica - benemerita, ma aristocraticamente assai elitaria aveva chiamato Casella a dirigere alla Sala Bianca il Pierrot lunaire di Schönberg, e La Nazione ipotizzò un «pesce d'aprile» trovando credito in parecchi: luminosa eccezione, naturalmente, Giacomo Puccini che invece era in prima fila e - unico musicista! - volle conoscere l'autore.
In quello stesso 1933, da tre anni funzionava una Stagione Lirica Primaverile, patrocinata e sostenuta dal Sindacato Giornalisti Toscani, che ogni anno riceveva pochi finanziamenti ma sempre più lusinghieri consensi. 1933. Anno in cui il maggiore e più infuocato dibattito socioculturale fiorentino concerneva il progetto del quarantaduenne Giovanni Michelucci per la nuova stazione, bersaglio d'uno dei soliti attacchi passatisti - di tanto più feroci in quanto cronicamente disinformati - per fortuna rintuzzati, così da dar corso alla costruzione della stazione più bella d'Italia. Ma è anche l'anno in cui, da quelle gemini radici musicali, nasce - previsto come triennale all'inizio, già dal secondo anno biennale e infine annuale - il gran tronco del Maggio Musicale Fiorentino: la cui prima stagione si ebbe all'allora ancora Politeama Vittorio Emanuele sommariamente ristrutturato. E il suo programma era, come si suol dire, tutto un programma nell'indicare quale e quanta strada potesse e quindi dovesse imboccare il teatro musicale italiano. Di Verdi, l'alfa e l'omega di Nabucco e Falstaff venivano presentati non più come antitesi cora la regola, allora; e in Germania già ne avevano capito l'assurdità -, bensì come Giano bifronte d'un unico ideale drammaturgico. Si accende l'attenzione su Spontini - ben prima di quanto farà la Scala - con la Vestale. Si riscopre con meravigliato stupore Cenerentola, con stupore anche maggiore Puritani, ma addirittura con incredulità Lucrezia Borgia: come dire il confrontarsi con la scomoda ammissione che del primo Ottocento italiano, oltre a conoscersi solo quattro autori, i loro titoli davvero noti non superassero la quindicina e non fossero equamente ripartiti, considerando quanto Verdi facesse la parte del leone. Ma non solo.
Fin da quel primo Maggio, attenzione affatto particolare è riservata alla messa in scena. Primo tentativo italiano, questo, di svecchiare un'abitudine al naturalismo più piatto e banale che aveva ormai messo radici in apparenza inestirpabili: attenzione, soprattutto, che indicava con chiarezza una tendenza ove si consideri come fin dal suo nascere fosse riservato ampio spazio alla prosa (un memorabile Sogno shakespeariano allestito in Boboli da Max Reinhardt su musiche di Mendelssohn dirette da Francesco Previtali, e recitato da Memo Benassi, Sarah Ferrati, Evi Maltagliati). Per la scenografia, ci si rivolge ai cosiddetti “pittori di cavalletto»: chiamando Sironi per Donizetti, Casorati per Spontini, de Chirico per Bellini. Per la regia si vola un po' più basso, però già si delinea la futura via maestra: l'esigenza di rivolgersi a gente esperta di teatro di prosa e non più solo ai locali direttori di palcoscenico.
Iniziativa accolta da pareri assai discordanti, com'era da attendersi (scandalo furibondo per de Chirico, sospettoso interesse per gli altri due): ma la via veniva tracciata, e le future stagioni continuarono a tenerne conto, stabilendo un precedente destinato pian piano a imporsi come vincente. Il direttore della Borgia fu Gino Marinuzzi, uno dei pochi ad avere conoscenza molto estesa del vasto mondo ancora sommerso della musica donizettiana. Fu a detta di tutti un'esecuzione memorabile (protagonista ne era Giannina Arangi-Lombardi, in compagnia di Tancredi Pasero, Beniamino Gigli, Gianna Pederzini), e Gianandrea Gavazzeni raccontò poi di molte e proficue discussioni con Marinuzzi in merito a quanto ci fosse da scoprire in Donizetti e le molte ragioni per cui valesse la pena farlo, a cominciare da Anna Bolena: da posporre però in attesa di trovare un'interprete adatta. Evidentemente Gavazzeni, come d'altronde costumava fare spesso, ripose quelle considerazioni da qualche parte della memoria: e le tirò fuori quando, nel 1956, il Donizetti di Bergamo monnon s'è mai saputo se per sua ispirazione oppure no; propendo per la prima - una Bolena assai rudimentale, giusto per vedere come suonassero certi passaggi e che effetto facesse la drammaturgia nel vivo d'un palcoscenico. Il risultato fu immediato: riconoscimento del suo essere veicolo ideale per la Callas, a patto di avere ancora una volta Luchino Visconti dietro di lei, dopo le significative esperienze di Vestale, Sonnambula, Traviata.
E qui si delinea subito un punto che a parer mio è capitale, ove si voglia inquadrare nel modo giusto non solo la storia scenica ma l'intera drammaturgia di Donizetti: la presenza o l'assenza d'una primadonna, tale per riconosciuti meriti musicali ed espressivi ma anche - se non di più - per la suggestione che il suo carisma esercita presso il pubblico. La critica, in questo, c'entra solo di sguincio: e quando vi s'attenta, spesso lo fa a sproposito. La musicologia, poi, c'entra niente e anzi non è raro che remi contro. Proprio perché aborre il con- cetto di primadonna, non lo comprende, e quindi è tagliata fuori da quei casi (pochi, in definitiva: ma non è una scusante) in cui il valore teatrale di una partitura – valore diverso ma non di rado equivalente a quello musicale – di tanto è alto in quanto s'identifica nel suo essere veicolo per la glorificazione d'una primadonna. I cui mezzi per esserlo, è importante tenerlo presente, non sono quasi mai univoci: ma seguono ciascuno strade diverse, strettamente connesse alla propria natura vocale, attoriale, carismatica e - quando c'è è meglio, ma non indispensabile - culturale.
La stragrande maggioranza dei titoli e talora anche degli autori che, per una ragione o per l'altra, erano usciti dalla pratica del grande repertorio ma meritavano di rientrarvi hanno seguito l'iter d'una produzione capace di calamitare l'attenzione di pubblico e critica grazie al concorso d'un direttore, d'un cast o - in misura inizialmente minore, poi via via crescente - d'un regista capaci di farne discernere le più autentiche ragioni tanto musicali quanto drammaturgiche. Nel caso invece di Donizetti - molto, molto più che di Bellini -, e con la solita eccezione degli unici tre titoli mai bisognosi di tale percorso (quantunque bisognosissimi anch'essi di esecuzioni vocali, orchestrali, sceniche, e insomma stilistiche, un po' più attendibili di quanto fosse la pratica), la partita s'è sempre giocata su un altro terreno: se, in che misura, e di che tipo, ci fosse una primadonna capace di «essere melodramma». Molti i modi possibili. Tutti accomunati però dall'essere ciascuno appannaggio esclusivo di colei che ne fa il proprio marchio Doc.
Nel dopoguerra fu Maria Callas, ormai è storia accettata da tutti, a sdoganare per prima la questione di cosa dovesse essere, e quindi come dovesse farsi, il teatro musicale in generale e quello del primo Ottocento in particolare. Riaprire i giochi, però, può essere più facile del mantenerli aperti allorché la grossa sensazione provocata dalla novità deve tradursi in una pratica più quotidiana: fu questo il problema da affrontarsi nel dopo-Callas.
Leyla Gencer, per esempio, donna che alla grande cultura assommava una grande intelligenza, aveva capito benissimo come alla base del fenomeno Callas ci fosse stato un mix esplosivo di timbro inconfondibile, tecnica eccezionale (soprattutto versata in quel settore virtuosistico che per varie ragioni voci di tal fatta avevano trascurato) e fraseggio fantasmagorico nel sublimare accenti paraveristici in una sorta di astrazione che altro non può definirsi se non appunto melodrammatica. Non disponeva di timbro così inconfondibile; la tecnica era buona e, quantunque non paragonabile a quella della Callas, sufficiente per affrontare quel repertorio in cui il virtuosismo era necessario: quanto all'accento, troppo furba per emulare quello callasiano, se ne inventò uno tutto diverso ma subito riconoscibile, stilisticamente attendibile (per certi versi e certi titoli, addirittura, più attendibile ancora) ma soprattutto di suggestione infallibile proprio nei confronti di chi in queste opere vedeva il trionfo del melodramma melodrammatico, che poi è un altro modo - vocale in ispecie - per definire il melodramma romantico. Non è privo di significato, pertanto, che il pubblico d'elezione della Gencer fosse e rimanesse quello italiano: del tutto sporadiche le sue incursioni all'estero, la carriera la svolse in pratica per ro in Italia, avendo le sue roccheforti soprattutto a Napoli e in seconda battuta a Firenze, Milano venendo per ultima non tanto per numero di recite quanto per importanza mediatica, trovandosi a essere spesso la regina delle riprese quando non dei secondi cast.
Joan Sutherland procedette invece per altre strade, dopo essere emersa anche lei negli anni che videro gli ultimi fuochi artistici della Callas. Esibiva voce prima di tutto straordinariamente bella, sostenuta da tecnica trascendentale e versatissima in ogni aspetto del virtuosismo, cui forniva effetto sonoro inedito l'essere il volume assai corposo tanto al centro quanto in basso, dove i soprani leggeri tendono a sparire. Aveva dietro di lei lo stimolo, i consigli, la cultura storico-vocale e la capacità didattica del marito Richard Bonynge, col quale instaurò - sia nella preparazione sia nell'esecuzione - una collaborazione esclusiva che non ha quasi paragoni nella storia teatrale e che, diversamente da chiunque altra, le permise di restare ferreamente coerente nelle scelte del repertorio e del modo di eseguirlo. Cosa che, come conseguenza di marketing, le permise di diventare un'icona forse meno suggestiva ma altrettanto solida e certamente più duratura di quanto fosse stata Maria Callas.
La quale, in palcoscenico, fu l'esponente più rappresentativa d'un metodo che potremmo chiamare da Actor's Studio lirico: lei era il personaggio che cantava. La Sutherland no. Lei impersonava la primadonna dell'Ottocento che canta quel personaggio. Sicché tale doppio filtraggio portava automaticamente alla storicizzazione idealizzante non delle ragioni espressive di tale personaggio, bensì di quelle esecutive messe in essere da chi l'impersona. Coi mezzi di cui disponeva, quelli che dopotutto le valsero il soprannome di Stupenda (patetico: non tanto in sé, ma in quanto rivelatore d'un certo gusto oltre che di certo pubblico), l'espressività di personaggi così extralarge la Sutherland avrebbe benissimo potuto, se non esibirla - al modo viscerale della Callas prima, e poi della più casalinga quindi ancor più esibita Gencer -, quanto meno simularla: invece non la fa minimamente avvertire. E non per un britannico pudore che abbia in orrore il troppo cuore in mano: ma perché, più semplicemente, non le interessa. Non è quello il dato storico cui mira. Ed è del pari significativo che la sua carriera, a differenza di quella della Gencer, sia stata tutta internazionale e centrata soprattutto nell'area anglosassone: che aveva le chiavi del mondo discografico; che, non avendo la lingua, era più incline ad accettare un'interpretazione che della parola trascurasse il significato letterale per trasfigurarla invece in emotività del suono in quanto tale, con l'inevitabile corollario di uno stare in scena che per l'appunto non il personaggio intendeva creare, bensì la primadonna impegnata nella contemporanea celebrazione del proprio monumento e del tipo di musica che glielo consentiva.
Montserrat Caballé seppe far tesoro della lezione sutherlandiana, ma non mostrò coerenza analogamente ferrea nel portarla avanti, accettando un repertorio bulimico che ben presto la costrinse alla difensiva. Ma agli inizi della notorietà internazionale (dopo una delle gavette più incredibilmente lunghe della storia) sapeva bene quali armi da ko fossero il suo timbro paradisiaco e l'eccezionale vetrina che per esso rappresentavano i pianissimi distribuiti lungo fiati di portentosa lunghezza: spargendoli dunque con dovizia, sia dove stilisticamente ci stavano, sia dove c'entravano poco o punto ma erano comunque così belli, e tanto bastava. Per giunta, se alla coerenza interpretativa della Sutherland l'accento non interessava e quindi non si preoccupava di fingerlo, lei sapeva simularlo con scaltrezza formidabile.
Questi, i vertici del triangolo post-callasiano a mezzo del quale il catalogo dimenticato di Donizetti si cominciò a risfogliarlo. E segnatamente quello costituito dalle opere più incendiarie, nate dal suo incontro con primedonne ben altrimenti volte a un presente iperromantico di quanto fossero le nostalgiche del passato neoclassicismo alla Giuditta Pasta: la Carolina Ungher di Parisina, Belisario, Maria de Rudenz; la Henriette Méric-Lalande della Borgia; soprattutto, la forsennata Giuseppina Ronzi de Begnis di Fausta, Sancia, Gemma, Stuarda, Devereux. Triangolo, inoltre, al cui centro si formò a partire dagli anni settanta una pattuglia d'esecutrici - inizialmente sparuta, poi via via più folta e più agguerrita - che si mosse avvicinandosi chi a un vertice, chi a un altro, chi tentando una sintesi molto difficile a farsi (e comunque non pronuba d'altrettanto successo, ancorché la più sensata dal punto di vista strettamente musicale), chi infine provandosi - in tal caso con l'indispensabile concorso d'un direttore capace, d'un regista sensibile, di colleghi validi - a sciogliere la natura melodrammatica della primadonna in un teatro melodrammatico. Che non è la stessa cosa, però è la cosa senz'altro più moderna e soprattutto più suscettibile d'avere futuro un tantino più solido e più ampio. Cosa che per l'appunto ci porta ai giorni nostri.

L'OTTOCENTO Vol.I / Part II

2017
ELVIO GIUDICI
Un genio di teatro, la Callas, anche per la diabolica abilità nello sfruttare le parole d'un libretto onde risolvere a proprio vantaggio una situazione contingente che la vedeva in difficoltà, così da uscire dal corner e stravincere la serata. Difatti il tanto paventato finimondo successe, sì: a momenti, il terremoto degli applausi faceva ondeggiare pure il lampadarione, e i patetici notissimi ultratebaldiani fischiatori furono per una volta letteralmente sommersi. Anzi, tanto per concludere con un po' di gossip, mi ricordo bene la faccia livida del riconosciuto di loro, quello che dopo pochi mesi dalla morte della Callas ebbe la faccia di presiedere disinvoltamente una tavola rotonda celebrativa (si sa, tutti erano in realtà antifascisti, no?) e che allora era seduto accanto a me e mi trapanava le orecchie coi fischi fatti uscire dalla chiave di ferro che allora s'usava, molto più micidiale di qualunque fischietto di marina.
Riproporre, più d'un trentennio dopo, una cosa del genere? Anche senza avanzare le stupide accuse di blasfemia care ai vedovi, è che un simile lasso di tempo, nel quale il teatro aveva conosciuto, praticato, assimilato un sacco di cose, rendeva impossibile ricreare quel complesso, intricatissimo ma appunto perciò fragilissimo reticolo di apparenze, di atmosfera suggerita sempre di sbieco sommando suggestioni musicali e sceniche. Un nuovo linguaggio scenico era nato da lì - non solo da lì, ma anche da lì - però poi aveva proceduto in molte direzioni, era divenuto tutt'altro. Qualcosa che - proprio perché ha vinto - rende oggi d'ordinaria amministrazione quanto fu rivoluzionario in passato. Sempre così avviene, d'altronde, lo sanno benissimo tutti coloro che vanno abitualmente a teatro, e lo ignorano invece gli altri: eternamente persi dietro il mito della Diva Regina, ciechi davanti al fatto che il nuovo sta ormai altrove, e che quando il vecchio ci viene per avventura riproposto, chiunque ami il teatro e non la sua polvere lo trova addirittura decrepito. Il vecchio, a teatro, non riesce neppure a essere commovente: troppa fatica per tirar giù la polvere, e poi a che pro?
 
Ma non succede niente
 
Pochi spettacoli ebbero all'epoca risonanza simile. Sembrava l'ovvio preludio d'una impetuosa rinascita d'interesse per quest'opera nonché per il suo autore: colui che per il pubblico ma anche per la musicologia - la quale ha poco cambiato opinione - era sostanzialmente fermo allo stereotipo del compositore di oltre settanta opere solo tre e mezza delle quali erano da salvare (di Favorita si diceva valesse solo l'ultimo atto). Invece, il disco tanto per cambiare non si mosse. Il che non meraviglia, la Callas essendo sotto contratto con la Emi: il cui direttore artistico Walter Legge fu esempio preclaro di fama usurpatissima, avendo in sostanza mancato di capire i maggiori fenomeni artistici ma anche commerciali (basta ricordare con quanta cocciutaggine rifiutò, in anni al riguardo decisivi, l'impiego della stereofonia) del teatro del suo tempo. Uno che ha sotto contratto Callas e Gobbi e non incide Macbeth? Niente primo Verdi? Due soli Rossini, dopo un Maggio Fiorentino come quello del 1952? Manda una Callas in sala d'incisione per verismo e Puccini, che canta benissimo come tutto il resto però non può essere rivoluzionaria riscoperta paragonabile alle sue Giulia, Ifigenia, Medea? Niente Pirata, niente Donizetti extra-Lucia? E comunque, di Puccini niente Trittico, non pensando a che razza di Giorgetta ma anche Angelica avrebbe potuto creare. In compenso, rovina due Requiem verdiani piazzandoci la consorte Schwarzkopf che c'entra niente. Per non parlare della sua incredulità nei confronti di un'integrale del Ring, con calembour diretti contro il rivale Culshaw che invece, realizzandola, portò la Decca a essere campione d'incassi per diversi anni. Più tutto il resto che non elenco perché troppo lungo. Il risultato fu, per il disco ufficiale, la nascita e l'impetuoso crescere del fenomeno della discografia cosiddetta pirata (mi ricordo un'etichetta che ebbe vita breve ma aveva un nome divertentissimo: Morgan Records): quella dal vivo, cioè, che a dispetto di suoni spesso molto avventurosi colmava le lacune sempre più vistose e sempre più reiterate, causa l'insipienza di gente come Legge, purtroppo non certo esempio isolato quantunque il più eclatante.
Ma neppure si mossero i teatri, almeno fino ai tardi anni sessanta. E in fondo anche dopo, in piena età Gencer Sutherland Caballé Sills, la cosiddetta Donizetti-renaissance - al pari dell'ancor più dubbia altra renaissance, quella rossiniana - non trovò il riscontro che sarebbe stato logico aspettarsi nel normale repertorio dei maggiori palcoscenici internazionali, circoscrivendo- si a sporadici fenomeni di nicchia culturale nonostante la risposta del pubblico che sempre premiava ogni iniziativa in tale direzione. 

L'OTTOCENTO Vol.I / Part III

2017
ELVIO GIUDICI
Aquiles Machado, prima dello spettacolare dimagrimento, non ha fisico troppo glamour ma proprio di ciò si serve per costruire, integrando mirabilmente recitazione e fraseggio, un gran bel personaggio: ingenuo ma non più di tanto, passionale ma con fremiti sottopelle di sognante melanconia, con una linea vocale solida, di bel colore, sempre d'immediata comunicativa. Valeria Esposito (fatto salvo un vibratino stretto al centro che a tratti si rivela fastidioso) è un'Adina di simpatica comunicativa, cui solo nuoce una tal quale esagerazione mimica - faccia ma ancor più braccia - senz'altro utile nel vivo d'uno spazio così vasto ma molto meno nei primi piani. Enrico Marrucci è anch'egli affetto da considerevole vibrato, in aggiunta a taluni suoni caprini niente belli a sentirsi: spigliato, però, e versatissimo in quel tipo di recitazione-doppia costituita dal rappresentare un carattere e nel contempo guardarlo da fuori prendendone in giro le caratteristiche, così da schizzare una godibile caricatura del macho romantico in divisa. Di dilagante simpatia - oltre che di linea vocale robusta, ampia, di splendido colore Erwin Schrott: un Dulcamara cui l'insolita connotazione giovanile accentua quel lato gaglioffo messo solitamente in ombra.

2006 BELAIR - Paul Groves (Nemorino), Heidi Grant Murphy (Adina), Ambrogio Maestri (Dulcamara), Laurent Naouri (Belcore); coro e orchestra dell'Opéra di Parigi, direttore Edward Gardner, regia Laurent Pelly; regia video Denis Caïozzi

Pelly è senza dubbio uno dei migliori artefici di commedie teatrali dei tempi recenti: non poteva non trovarsi a pieno agio nell'Elisir, terreno ideale per il suo tipico realismo surreale, se posso dir così. Ambientazione di riconoscibile quotidianità, quindi, nello sfilare di biciclette e motorini più o meno scassati davanti a un panorama di campi arati con parte del grano già mietuto, sui quali si alzano pali di legno che reggono i fili della luce ma anche, sul fondo, i più moderni piloni dell'alta tensione. Però c'è anche un'enorme piramide ispirata a quella di Djoser a Saqqara, coi larghi gradoni fatti di fieno, larghi abbastanza perché Adina vi distenda un materasso con accanto un ombrellone rosso (a ripararla o non piuttosto a segnalarla?), piazzandocisi sopra a darsi lo smalto alle unghie dei piedi prima, e poi a pancia in giù a leggere, con la sua vestina chiara a fiorellini rossi e le ciabattine. E con Nemorino, maglietta a righe orizzontali bianche e azzurre, che avanza gattoni guardandola avidamente cercan- do di non farsi vedere. Un po' Fellini (come aveva già fatto Livermore, alla cui scena bisogna dire che questa è parecchio affine), un po' musical e un po' realismo magico di certo cinema francese, evocato allorché durante la «Furtiva» scendono piano piano dal cielo lampadine accese in un vorticar di stelle filanti da malinconico Carnevale già venato di Quaresima: non importa da dove ci s'ispira, ma come si mettono insieme le ispirazioni più diverse facendone qualcosa di totalmente nuovo e personale. Ma soprattutto, conta come giustifichi la scena coi movimenti che vi fai compiere da chi ci sta. E siccome Pelly è regista vero, la gestualità di tutti è straordinaria, distendendosi lungo una narrazione articolatissima, da gran teatro di prosa, dove soprattutto i rapporti tra i personaggi (e, cosa molto importante, tra questi e il coro, entro la cui compagine si ritagliano acute caratterizzazioni) hanno una consistenza e una finezza di tocco molto difficili a riscontrarsi - almeno da noi - nella pratica quotidiana d'un repertorio come questo, nel quale vige la stranissima tesi che, tanto, l'opera è così bella da reggersi da sola sempre e comunque.

E tuttavia, qualche percettibile neo guasta quanto avrebbe potuto essere un magnifico video, fosse stato realizzato mettendo tutti assieme certi interpreti che viceversa vi si sono scaglionati nel corso delle diverse porzioni di recite, come per esempio Netrebko e Villazón. Qui, difatti, Nemorino ma soprattutto Adina non sono carenti: sono calamitosi. La Grant Murphy andrebbe anche bene, come fisico (grassottella, molto comune e pure un filo volgarotta) e come recitazione tutta costruita su di esso: ma la voce stridula, che man mano la tessitura sale si fa sempre più acidula come vi si spremessero limoni sopra, tutta punte aguzze, scalini e vetrosità, non ha charme alcuno. Non fare di Adina una vezzosa damigella stile figurina di biscuit va benissimo: ma se è per farne un'isterica volgare con più d'un sospetto di cattiveria a renderla singolarmente antipatica, allora mi pare sarebbe meglio tenersi la damina. Anche perché questa non era affatto l'intenzione di Pelly: basta aver visto quanto riuscisse sensuale, morbida e carnosa l'Adina di Anna Netrebko, che naturalmente recitava anche molto meglio ma soprattutto molto meglio aderiva alle evidenti intenzioni dell'impianto registico. Recita senz'altro meglio della Grant Murphy, Paul Groves, quantunque la sua agitazione perenne sorta effetto molto diverso da quella d'un Villazón: e canta con complessivo maggior decoro, benché la voce arida, il legato sdrucito, gli acuti duri, il canto sempre a squarciagola e sempre monocromatico, siano tutte cose incompatibili con un personaggio come Nemorino. Entrambi, poi, hanno con la lingua italiana un rapporto conflittuale che non migliora le cose. Come non le migliora la sostanziale estraneità a questo repertorio di Gardner, che altrove s'è mostrato direttore di ben altra levatura. Pesantuccio, monotono, tutto un metronomo, ogni rubato visto quale colpa grave, l'orchestra non respira mai o quasi mai col canto lasciandolo libero, ma invece lo ingabbia: peggiorandone le già scarse propensioni a variare dinamiche o a stendere colori su note che restano di gessosa aridità.
Succede poi che, per troppo cercare la vivacità, persino un artista come Naouri - e artista per giunta versatissimo nella commedia gigionare squallidamente senza per questo riuscire a creare un personaggio, ma anzi seppellendolo sotto una valanga di tic, gag, contorsioni gestuali che “tirano» verso la farsa quanto è evidentissimo Pelly vorrebbe invece commedia. E per giunta canta non bene fin dal primo mi acuto della sua cavatina, compitando le volatine e spingendo da sotto ogni volta che la linea s'alza anche solo modicamente, con colpi di glottide da far invidia alla peggior Gencer nel muovere le duine di «Più tempo, oh Dio, non perdere»: gigante nel repertorio francese, in quello italiano - che d'altronde frequenta sporadicamente - Naouri risulta in pratica un pesce fuor d'acqua.
Pietra di paragone per tutti, tanto sul piano vocale quanto su quello scenico, il Dulcamara di Ambrogio Maestri. La voce più autenticamente baritonale degli ultimi trent'anni, dopo l'iniziale exploit ha attraversato un periodo d'appannamento (soliti motivi d'ipertrofia di repertorio e di impegni) dal quale riemerse con molta maggiore prudenza e repertorio più circoscritto. Qui la voce, sempre molto bella, sfoggia l'omogeneità, la morbidezza, la duttilità proprie d'una linea ben appoggiata e quindi ampia e sonora, consentendo all'accento d'essere capillare, incisivo, sempre cangiante, di conserva a una recitazione che, nonostante la ragguardevole mole (anzi, formando con questa un teatralissimo contrasto), è tutta in sottrazione, costruita sul piccolo inciso, sul sopracciglio, sull'occhiata in tralice, sullo «stare là» che un personale e ragguardevole carisma rende d'effetto formidabile fin dalla sua entrata. Dulcamara esce da un grande camion bianco e azzurro, si mette un camice bianco sulle prime battute dell'aria, si aggira per ogni dove sulla strada polverosa e deserta (ci passa solo un cane...) ma riempie ciò nonostante tutta la scena, così che quando la gente finalmente fa capolino, sembra davvero un'adunata di marionette i cui fili siano tirati da questo burattinaio, di tanto più travolgente in quanto affatto privo d'ogni esagerato istrionismo.
 
2005 ERATO - Rolando Villazón (Nemorino), María Bayo (Adina), Bruno Praticò (Dulcamara), Jean-Luc Chaignaud (Belcore); coro e orchestra del Liceu di Barcellona, direttore Daniele Callegari, regia Mario Gas; regia video Xavi Bové
2006 ERATO - Rolando Villazón (Nemorino), Anna Netrebko (Adina), Ildebrando D'Arcangelo (Dulcamara), Leo Nucci (Belcore); coro e orchestra dell'Opera di Vienna, direttore Alfred Eschwé, regia Otto Schenk; regia video Karina Fibich

L'OTTOCENTO Vol.I / Part IV

2017
ELVIO GIUDICI
...... agiografico del partito), quello musicale andò molto più rapidamente sclerotizzandosi nella ripetitiva routine d'una «maniera»: che caratterizzò l'intera pratica quotidiana dei suoi due palcoscenici maggiori, Bolšoj a Mosca e Mariinskij a Leningrado. Una maniera destinata ovviamente a porsi quale ineliminabile pietra di paragone per almeno una cinquantina d'anni anche nelle (rare) occasioni in cui l'Occidente metteva in scena un titolo di quel repertorio, peraltro sempre poco e male conosciuto.
Boris Pokrovskij incarna al meglio tale cristallizzata tradizione, coi suoi spettacoli-mammut zeppi di sfilate, di movimenti di massa risolti al modo coreografico, di teloni dipinti del tutto interscambiabili con quelli dei più celebri balletti classici, di gestualità circoscritta alla manosulcuore per i momenti elegiaci, e bracciatese-in-avanti per gli scoppi passionali. Era la tradizione perfettamente esplicitata dai cinque spettacoli (Dama di picche, Guerra e pace, Sadko, Boris, Principe Igor) che il Bol'šoj portò in tournée - la prima in Occidente - nel novembre 1964 alla Scala: tournée nella quale Pokrovskij era il regista delle prime tre, e il suo clone Leonid Baratov quello delle altre due. Tradizione riconoscibile in due documentazioni video che tra diverse altre cose forniscono la prova di quanto la nomenklatura tenesse molto più arretrato il teatro musicale che non il cinema.
 
1960 KULTUR - Zurab Anjaparidze [attore: Oleg Striženov] (Herman), Tamara Milaškina [attrice: Olga Krasina] (Liza), Evgenij Kibkalo [attore: Vladimir Kulik] (Eleckij), Sofija Preobraženskaja [attrice: Elena Polevitskaja] (Contessa), Larisa Avdejava [attrice: Irina Gubanov-Kurzo] (Polina), Vladimir Nechipailo [attore: Vladimir Medvedev] (Tomskij); coro e orchestra del Teatro Bol'šoj, direttore Evgenij Svetlanov, regia Roman Tichomirov
1983 KULTUR - Vladimir Atlantov (Herman), Tamara Milaškina (Liza), Yuri Mazurok (Eleckij), Elena Obraztsova (Contessa), L. Zhemchug (Polina), Jurij Grigorev (Tomskij); coro e orchestra del Teatro Bol'šoj, direttore Jurij Simonov, regia Leonid Baratov; regia video Andrej Barannikov

Il video del '60 è un film d'opera, con attori di cinema che doppiano i cantanti. Amputato di quasi un'ora (via l'intermezzo, i bambini, l'entrata della Governante, parecchi interventi corali nel second'atto, tagli nelle sezioni centrali di molte arie ivi compresa quelle della Contessa e di Liza al terz'atto, brindisi di Tomskij), filmato in un bianco e nero dalle fortissime connotazioni espressioniste nell'accentuare la tendenza maniacale di Herman: sempre più volta a una disintegrazione mentale che trova momenti di marcata suggestione
dostoevskiana nella sua corsa verso la casa da gioco, fiancheggiando i parapetti della Neva avvolti in una sottile nebbiolina sotto un cielo dai foschi riverberi. Il labiale è eccellente, e spesso viene impiegata la tecnica di far «pensare» un monologo, che è - molto prima di Ponnelle che se ne faceva un merito - ennesimo portato delle idee di Walter Felsenstein.
Nel complesso, l'impronta fortemente tragica porta a momenti visivamente assai belli. La camera della Contessa, per esempio: il viso della Polevitskaja è di quelli che letteralmente «bucano» lo schermo, e in questo caso perfetta è la sintonia con la voce dura, ampia, scavata nella roccia di Sofija Preobraženskaja, una delle più celebrate glorie del Bol'šoj. Il suicidio di Liza, che lascia la sua sciarpa bianca a svolazzare in alto sul parapetto mentre con gli occhi fissi nel vuoto scende i gradini verso il fiume. Herman che si spara accanto al tavolo da gioco, poi esce e arriva su quello stesso parapetto, per morire accanto alla sciarpa fluttuante tra strisce di nebbia luminosa.
Sicché, per una volta, la parte visiva sopravanza - e non di poco - quella musicale. Svetlanov è un burocrate della bacchetta, tutto puntigliose minuzie metronomiche, pesante, senza vita. Anjaparidze accenta con grande foga, declama a pieni polmoni, ma avanza pur sempre con la roncola (laddove la sua controparte visiva ha molta maggior sottigliezza mimica) e sale all'acuto con un concetto alquanto personale del passaggio di registro. La Milaškina è la gloria vocale di questo video: agli inizi d'una carriera rivelatasi poi non lunga quanto la voce autorizzasse a far sperare, sfoggia linea ampia e luminosa che alla grande aria del prim'atto dona una magnifica intensità.
Il video dell'83 è di ventitré anni dopo, e rispetto al film precedente sembra di vent'anni più vecchio. Per quanto mi ricordo, è all'incirca sovrapponibile a quanto - con gaudio auditivo ma fortissimo imbarazzo oculare - si vide alla Scala nel '64: un maestoso caracollar di vestiti che a ogni passo sollevavano nuvolette di polvere metaforica e non (compagna dei «<cielini>> rattoppati che facevano miserevole mostra di sé nella Dama non meno che in tutte le altre sue quattro compagne di tournée), in un vaevieni impettito, alternato a uno stare piantati a gambe larghe al proscenio a mulinare le braccia per ogni dove. Con momenti impagabili. La Milaškina, per esempio, dovendosi suicidare non si scompone più di tanto e, anziché provarsi a saltare in qualche modo il parapetto della Neva, se ne esce maestosamente in quinta e poco ci manca faccia ciao-ciao con la mano guantata. E la Obraztsova? Tutta una «furia di donna irata», digrignar di denti e andatura furibonda (più massaia che Contessa, bisogna convenirne) in sintonia con la voce sparata fuori quanto più possibile possa morire di e anche oltre: non ci si crede neppure per un minuto che spavento anziché assestare uno sganassone a Herman e farlo volare dalla finestra. La coppia Atlantov-Milaškina - tale anche nella vita – è molto sbilanciata: lei senza più voce, costretta a urlare quasi ogni frase; lui invece in piena forma ma, come spesso gli accadeva, in Russia si dimostra molto più bulldozer vocale di quanto non facesse nelle sue comparse in Occidente.
Un sensibile peggioramento questo video lo mostra anche sul fronte audio: molto più sfocato e inscatolato rispetto all'invece eccellente resa sonora del film.
Lo spettacolo allestito alla Scala dalla sacra icona della nomenklatura moscovita, Pokrovskij, fu commentato - sottovoce per educazione d'ospitalità – assai sfavorevolmente: notandosi come apparisse più vecchio persino della Dama vista pochi anni addietro, 1960, nella messinscena (in italiano) di Tatiana Pavlova. Gran teloni dipinti a colonne bianche per il salone; clavicembalo su pedana rialzata per la camera di Liza. Altro telone dipinto per il lungo-Neva: dove Leyla Gencer, scavalcando con grazia il parapetto, portava all'apice il suo campionario di Gran Gesti richiestole forse dalla regia ma forse no: giacché li faceva solo lei, sciorinando il classico repertorio di capo reclinato da un lato, occhiate meste da sotto in su, braccia convulse sul petto, camminate a scivolo.
Tornò alla Scala nel 1990, la Dama, in uno spettacolo sospinto dall'agile, asciutta, nervosa, bellissima direzione di Ozawa; e con la regia di Andrej Končalovskij. Che l'anno avanti aveva assai bene messo in scena l'altro capolavoro čajkovskijano, l'Onegin, e che adesso ricrea una San Pietroburgo magica: scandita dalle molteplici colonne in prospettive ora classicheggianti ora espressionisticamente sghembe, ideate da Ezio Frigerio.
I due poli di Amore e Morte entro cui l'opera oscilla si definiscono in atmosfere capaci di mutar volto a una stessa prospettiva architettonica rendendola ora giardino, ora tomba neoclassica, ora irrealtà popolata di mostri usciti dalle viscere della città come dai meandri d'un oscuro subcosciente. Una Pietroburgo, comunque, voluta da un grande intellettuale che sa a memoria i suoi Gogol', Dostoevskij, Belyi: ma soprattutto, definiti nell'ambito della follia mano a mano più parossistica di Herman. Simboleggiata con plastica evidenza dalla Contessa - ovvero Dama di piccheritratta da un'enigmatica statua funeraria (una defunta Zarina? un'allegoria della Morte? Certo non di una Pietà, simbolo piuttosto d'una malevola premonizione) ai piedi della quale Herman lancia la propria sfida conclusiva del prim'atto, tra l'imperversare della tempesta strumentale riflessa nel vorticare lungo l'intero palcoscenico di teli dal colore madreperlaceo, simile all'irreale luce delle notti bianche pietroburghesi oltre che evidente omaggio alla Tempesta strehleriana. Amore popolato damostruosi lemuri striscianti (memori della Walpurgis vista nel celebre Faust di Barrault) attorno all'allucinata Liza prossima al suicidio, tra archite**tture stravolte che rimandano al cinema espressionista di cui la Russia fu protagonista non minore della Germania.
Morte che nella camera della Contessa trovava un momento di pura magia teatrale grazie alla grandissima Maureen Forrester, provvista dello stesso carisma che ci si ricordava dalle sue antiche incisioni mahleriane con Bruno Walter e Felix Prohaska: e che risultava accresciuto dall'essere ormai divenuta un'icona carica di storia, cosa che con la Contessa calza a pennello. Per giunta, era attrice fenomenale non solo col gesto ma con la parola. Francofona perché canadese di Montréal, il modo con cui scolpiva i nomi dei nobili alla corte di Luigi xv con l'inimitabile roulement della erre consentita solo alla madrelingua aveva qualcosa di lascivo e sinistro allo stesso tempo, che non ho mai più ascoltato: stessa cosa per la canzone, dove «mon cœur qui bat» era puro erotismo a luci rosse. E il suo fronteggiare Herman! Aveva in mano un ventaglio, col quale era riuscita a fare cose incredibili durante la canzone, una vera recita dentro la recita. Ma adesso, dapprima immobile e spaventata, appena Herman nomina le tre carte il viso si rilassa tingendosi di perfida cattiveria in un sorriso che via via sale verso la risata vera e propria: nel mentre, s'allunga sulla poltrona accavallando beffardamente le gambe - mancava solo la sigaretta, e avremmo avuto la Marlene Dietrich dell'Angelo azzurro - sventagliandosi con nonchalance davanti all'impotente incalzare di Herman che irride sempre di più, e finendo soffocata proprio dall'ultimo ghigno derisorio. Portentoso.
Altro regista russo autore negli anni novanta di messinscene importanti in Occidente fu Jurij Ljubimov. Il celebre ex attore che, per essere allievo di Evgenij Vachtangov ovvero del principale avversario di Stanislavskij in materia di linguaggio, una volta passato alla regia portò logicamente avanti i principi guida del suo maestro: sulla scorta d'una personalità tra le massime della scena russa, nell'ambito della quale fu autentico faro culturale il Teatro Taganka. Fondato da Ljubimov nel 1964 e diretto fino al 1982, quando i ripetuti divieti che bloccarono uno dopo l'altro molti suoi spettacoli (in ispecie il Boris Godunov di Puškin) lo indussero a emigrare, per ritorsione venendo privato della cittadinanza fino al 1990: quando la vasta eco suscitata dalla vicenda indusse il governo a restituirgliela assieme alla direzione del Taganka, che poté finalmente presentare gli spettacoli vietati.
La dama di picche messa in scena a Karlsruhe nel 1990 è ancora basata sui tipici moduli linguistici di Ljubimov, primo fra tutti quello della «<scenografia attiva». Ovvero completa rinunzia a ogni naturalismo, sostituito da un impianto riassuntivo dell'ideaguida dello spettacolo: nel quale sono presenti solo oggetti neutri che respingono qualunque attenzione, da concentrare invece sulla centralità dell'attore. L'abituale suo scenografo David Borovskij organizza il palcoscenico in modo oltremodo originale: dei terrazzamenti progressivi, sul primo dei quali prende posto l'orchestra, sul secondo si svolge l'azione, e su quello superiore torreggia una roulette. La scena è quindi fissa, ed è una casa da gioco nella quale Herman sta rinserrato, prigioniero della sua idea fissa, e con l'orchestra che oltre a narrarne a noi la vicenda, suona per i giocatori. Ma l'azione è concepita come virtuale. Tutto avviene nella mente di Herman che, disteso sul letto, s'immagina svolgersi attorno a lui il ballo, in un progressivo rincorrersi d'allucinazioni, privo d'alcuna soluzione di continuità. Le tavole della roulette s'alzano in verticale diventando tanti specchi che moltiplicano espressionisticamente i personaggi. Al centro, il delirio di Herman «costruisce» il letto della Contessa (che quindi lo guarda non direttamente bensì riflesso nello specchio) nonché la minaccia che avanza nei suo confronti, il suo rifiuto, e la sua morte. Stessa cosa allorché s'immagina la Contessa comparir- gli per rivelargli un segreto che in realtà non esiste: illusione e realtà sempre confuse, con l'una che trapassa di continuo nell'altra. Apice il finale: quando una folla di Contesse circonda Herman che perde l'ultima partita e la sua mente cede definitivamente. Tutta l'azione, inoltre, è dominata dal succedersi del colore rosso fatto comparire a intermittenza come segnale d'uno scarto che la mente di Herman fa tra realtà e immaginazione: Tomskij estrae un fazzoletto rosso quando racconta la storia della Contessa; una sedia rosso fuoco accoglie Herman che inizia a giocare; una croce rossa con lo sfocato volto d'un Cristo compare sul fondo dorato durante il coro fuori scena che intona il Credo.

L'OTTOCENTO Vol.I / Part V

2017
ELVIO GIUDICI
Lucrezia Borgia
(opera in tre atti di Felice Romani) Milano, 26 dicembre 1833
 
1977 - Joan Sutherland (Lucrezia), Ron Stevens (Gennaro), Robert Allman (Alfonso), Margreta Elkins (Orsini); coro dell'Australian Opera, The Elizabethan Sydney Orchestra, direttore Richard Bonynge, regia George Ogilvie; regia video John Charles FAVEO (2 dvd) 4:3 (ingl) ✰✰
1980 - Joan Sutherland (Lucrezia), Alfredo Kraus (Gennaro), Stafford Dean (Alfonso), Anne Howells (Orsini); coro e orchestra del Covent Garden, direttore Richard Bonynge, regia John Copley; regia video Brian Large KULTUR (1 dvd) 4:3 (ingl) ✰✰✰✰
2007 - Dimitra Theodossiou (Lucrezia), Roberto De Biasio (Gennaro), Enrico Giuseppe Iori (Alfonso), Nidia Palacios (Orsini); coro e orchestra Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti, direttore Tiziano Severini, regia Francesco Bellotto; regia video Matteo Ricchetti NAXOS (1 dvd) 16:9 (it/ingl)
2007- Edita Gruberová (Lucrezia), Pavol Breslik (Gennaro), Franco Vassallo (Alfonso), Alice Coote (Orsini); coro e orchestra della Bayerische Staatsoper, direttore Bertrand de Billy, regia Christof Loy; regia video Brian Large MEDICI ARTS (2 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted) ✰✰
2011 - Renée Fleming (Lucrezia), Michael Fabiano (Gennaro), Vitalij Kovalov (Alfonso), Elizabeth DeShong (Orsini); coro e orchestra dell'Opera di San Francisco, direttore Riccardo Frizza, regia John Pascoe; regia video Frank Zamacona San Francisco Opera (1 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted/cor) ✰✰✰
 
Il revival di quest'opera, se nella pratica esecutiva del melodramma esistesse qualcosa di simile a una logica, avrebbe dovuto cominciare dopo il primo Maggio Musicale Fiorentino del 1933: quello nel quale, come ho già avuto modo di ricordare, accanto all'alfa e all'omega verdiane costituite da Nabucco e Falstaff (opere entrambe che all'epoca erano assai sottostimate e quindi relativamente poco note) il direttore artistico Vittorio Gui affidò a Gino Marinuzzi - allora il donizettiano per antonomasia - il compito di riesaminare quella Lucrezia Borgia che era solo un titolo, e probabilmente sconosciuto anch'esso. C'era un grande direttore. C'era un allestimento a scene dipinte, come allora costumava, però dipinte da Mario Sironi. C'era una compagnia che, almeno sulla carta, doveva assicurare un'esecuzione vocale non facile da replicare, dato che attorno alla protagonista Giannina Arangi-Lombardi erano schierati Gigli, Pasero, Pederzini. Successo cordiale, qualche riga di critica, tre recite: e sipario.
Del pari nessuna particolare emozione ottenne l'allestimento scaligero del 1951, diretto da Franco Capuana con la regia di Otto Erhardt e protagonista Caterina Mancini (ma l'unica impressione della serata, a detta di tutti, la provocò il diabolico Alfonso di Nicola Rossi-Lemeni): a differenza di quello del 1970, con una regia improntata al massimo scusate-se-esisto di Margherita Wallmann, diretta malissimo da Ettore Gracis ma con protagonista Montserrat Caballé che debuttava alla Scala. E che, per inciso, fu un po' contestata avendo la grave colpa di non essere Leyla Gencer, responsabile dell'ultima recita solamente, ma cui il manipolo dei suoi estimatori avrebbe voluto fossero affidate tutte, sulla scorta della profonda impressione suscitata dalle recite del 1966 a Napoli.
Come ho cercato di sintetizzare molto per sommi capi all'inizio del capitolo, la partita teatrale di questa ma anche di quasi tutte le opere resuscitate di Donizetti si gioca sul valore che ciascuno attribuisce alla primadonna cui vengono affidate. E tanto più una messinscena sarà valida, quanto più saprà valorizzare la presenza carismatica della sua protagonista: al modo stesso con cui certi testi in prosa sono nati col preciso intento di veicolare le capacità fuori norma di talune celebri e celebrate primattrici. Al riguardo non è quindi possibile, io credo, una valutazione sanamente oggettiva: perché la primadonna tutto può essere salvo che valutata oggettivamente. Sulla scorta della grande suggestione esercitata da un accento di prepotente enfasi, Leyla Gencer ha per esempio fatto passare l'idea che la qualità della linea vocale (uguaglianza e omogeneità dei registri, fermezza di legato, squillo in alto e timbratura in basso) sia fattore importante, sì, ma per nulla essenziale rispetto al carisma posse- duto da un particolare modo d'accentare. La questione si riassume allora nella risposta che si vuol dare a due domande tra loro complementari: a) questo modo d'accentare quadra oppure no con quanto aveva in mente Donizetti nello scrivere certe linee vocali e nell'accompagnarle con certi coloriti strumentali?; b) fino a che punto la qualità dell'accento fa aggio sulla qualità del canto, cioè a dire sulle regole in base alle quali da sempre se ne giudica la validità? Personalmente, ritengo siano risposte troppo dipendenti dalla soggettività del sentire e del vedere perché si possa pretendere qualcosa di simile a una verità assoluta.
Per quanto riguarda il sottoscritto, posso solo dire d'avere troppo amato la Callas e di continuare ad amare troppo il teatro in ogni sua forma, perché l'accento e la creazione d'un personaggio - in qualunque modo lo si faccia - non mi suscitino emozione senza confronto maggiore di ogni altra considerazione o belluria vocale. Ma l'aver molto amato la Callas comporta per me alcuni codicilli dai quali non posso e soprattutto non voglio decampare. In primo luo- i rilievi che si soleva muovere a lei non vedo proprio perché non debbano valere anche per le altre. Era diventato un tormentone cominciare ogni considerazione sulla Callas con la premessa «Nel tal anno, la voce già non era più...» e via sciorinando magagne che parevano inficiare anni sempre più antecedenti, a momenti s'arrivava alla culla: laddove per esempio la Gencer andava bene anche nel pieno degli anni settanta e non importa in quale ruolo (persino Odabella, ricordo, quando urla e rollio della linea erano a dir poco raccapriccianti). E le rispettive registrazioni, onestà vorrebbe venissero poste in parallelo: e disquisire semmai se nuoccia di più una singola nota acuta stridula, o intere frasi spinte alla disperata da sotto, verso acuti da ghermire a salto e pertanto regolarmente a lama di coltello. In tutti e due i casi, però, l'accento - quantunque diverso e dunque libero ciascuno di preferire l'uno o l'altro o, meglio ancora, entrambi - è giusto o per lo meno capace di evocare una suggestione calamitante: questione di colore, di carisma, insomma di teatro. Teatro pur sempre musicale, tuttavia. Nel quale il linguaggio ha comunque a essere sempre il canto. Le cui regole esistono, e sempre quelle sono: si può posporle all'effetto suscitato dall'accento e dai suoi colori, ma eliminarle in toto quali irrilevanti accessori, francamente mi pare eccessivo per non dire ridicolo. Con la scusa che gli ultimi anni della Callas avevano imposto di soprassedere sulla qualità di taluni passaggi (comunque, però, molto ma proprio molto meno numerosi di quanto s'è favoleggiato), s'è insomma contrabbandata la teoria che a contare dovesse sempre essere cosa si diceva, mai come lo si diceva.
Analogamente, la perfezione vocale d'una Sutherland veniva tacciata di lida inconsistenza. Le favolose alchimie sonore d'una Caballé come un cantarsi addosso avulso da ogni contesto. E per li rami, la Scotto era leziosa; la Sills a furia di variare si riscriveva le parti; e insomma, grazie anche alla fortunata circostanza che la Callas aveva riscoperto solo Bolena e la Gencer tutto il resto, Donizetti aveva a farsi solo come l'aveva fatto la Gencer. Non ero d'accordo quando andavo a sentirla dal vivo (e l'ho sentita in tutti ma proprio tutti questi ruoli: anche perché al massimo si doveva arrivare a Napoli, il passaporto non serviva) e non ho cambiato idea risentendo le registrazioni. E anche questo l'ho ripetutamente fatto, perché il riascolto periodico credo sia indispensabile: gusto, sensibilità, reazioni, cambiano troppe cose col passare anche di pochi anni.
Vero altresì che, esattamente come nel caso della Callas, manca l'importante riscontro della parte visiva. Qui entra in gioco un altro parametro, ancora più soggetto al personale modo d'intendere il teatro, musicale e no an modo di recitare, e quindi di far vivere un personaggio in scena: più un interprete è grande, e più risponde ai canoni contemporanei. Da questo punto di vista, se la Callas fu rivoluzionaria (un po' per l'apporto datole da Visconti, molto per il suo personale istinto, moltissimo per il suo gigantesco carisma), la Gencer lo fu assai meno: e solo quando le accadde di lavorare con un g te del teatro qual era Giorgio De Lullo. Ma non importava, carismatica appariva comunque a una larghissima fetta di pubblico (solo italiano, magari, n in fin dei conti siamo in Italia e di Donizetti stiamo parlando): e fu soprattutto grazie al suo carisma che la riscoperta di titoli donizettiani dimenticati incontrò un - relativo - successo sia pure solo di pubblico. E comunque, antico era il modo d'intendere questo teatro: un po' per la tipicità di una struttura drammaturgica tesa a porre l'accento prevalente sulla statura della primadonna; molto di più per il concetto alquanto antico che della primadonna hanno per molto tempo avuto le primedonne.
Paradossalmente, finisce col risultare oggi più moderna una Sutherland: proprio perché lei accetta fino in fondo quest'ottica, e propone non un personaggio, neppure un suo abbozzo più o meno pasticciato, bensì la primadonna che canta le frasi di quel personaggio al modo di una primadonna ottocentesca. Fa museo, in altre parole: un sontuoso e studiatissimo museo vocale. Ma lo fa con tutti i crismi del caso: libero poi ciascuno di pagare il biglietto ed entrarci, oppure di andare al cinema. Fermo però restando che, se di museo si tratta, è pur sempre museo teatrale: il teatro non ha un solo modo d'essere, ne ha tanti e tutti sono in sé validi purché li si provveda d'adeguata contestualizzazione nonché di circostanziate indicazioni di cosa si stia rappresentando e perché.
Certo dunque che la Lucrezia di Joan Sutherland, interamente costruita sulla qualità della linea vocale e sullo stile che ha presieduto al suo nascere, è tutta diversa da quella della Gencer che tale linea malmenava postdatandone per giunta lo stile verso temperie espressive senz'altro provviste di suggestione nella loro accesa drammaticità: preferire l'una o l'altra è pertanto questione personalissima, regolata dalle diverse priorità attribuite al linguaggio e al contenuto espressivo che esso si sforza d'esplicitare. Fermo però restando che entrambe le direzioni sono sostenibili, valide e dunque legittimamente praticabili.
 
1977 FAVEO - Joan Sutherland (Lucrezia), Ron Stevens (Gennaro), Robert AlIman (Alfonso), Margreta Elkins (Orsini); coro dell'Australian Opera, The Elizabethan Sydney Orchestra, direttore Richard Bonynge, regia George Ogilvie; regia video John Charles
1980 KULTUR - Joan Sutherland (Lucrezia), Alfredo Kraus (Gennaro), Stafford Dean (Alfonso), Anne Howells (Orsini); coro e orchestra del Covent Garden, direttore Richard Bonynge, regia John Copley; regia video Brian Large
 
Premesso che molto diverso è comunque l'ascoltare un'esecuzione discografica, che si può seguire stando comodamente sul divano con partitura a portata di mano: la Sutherland la si deve vedere solo accettando come dato di partenza il fatto che non alla Lucrezia Borgia stiamo assistendo, bensì a una Diva del canto impegnata a rendere nel miglior modo possibile la sua scrittura vocale. Allora il fatto che non si capisca una parola e che quando per caso la si capisce in genere è sbagliata (e comunque, siamo dopotutto a Sydney); che stia per l'ottanta per cento del tempo ferma immobile e nell'altro venti deambuli maestosissima e regalissima con un braccio alzato e la palma della mano rivolta in fuori (ed è meglio: se per caso s'attenta a far qualcos'altro cade nella topica, come quando la terribile Lucrezia s'inginocchia timorosissima davanti a Liverotto); che allarghi dietro di sé una gualdrappa tutta istoriata e impizzettata; che i copricapi sfoggiati siano un delirio di stupefacente kitsch; che l'unica mimica discernibile sia un campionario di sorrisi, qualcuno involontario (e parecchio comico) giacché riguarda il movimento della mascella preposto all'emissione del registro acuto, qualcun altro rivolto invece a Gennaro, che trasforma di colpo la regal Diva in mammona: tutto questo diventa ininfluente.
A cantare è Dame Joan: e canta divinamente. Domina gli assieme con irrisoria facilità. Produce suoni mai men che belli, e per lo più bellissimi. Legati nei quali invano si cercherebbe una qualche intrinseca espressività, ma il cui suono è di luminosità e sontuosità favolose. I gravi sono suoni e non aria calda, gli acuti sono fermi e imperiosi: e quanto ai sovracuti, nemmeno a dirlo, son tutti là, radiosi come allora le riusciva quasi sempre, coronando la serata con un rondò non meno che spettacoloso.
Per a prime una recita da primadonna, per giunta una primadonna che ma volta tornava in patria, è circondata da uno spettacolo «in tinta». Un Rinascimento come usavano vederlo a Hollywood, metà filmone di cappa e spada con giustacuori, calzamaglie a due colori, cappelli piumati e scarpine di raso; e metà Cage aux folles con parrucche che se non le vedi non ci credi, e un campionario gestuale direttamente conseguente. Però, per strano paradosso teatrale - strano, ma forse non poi tanto - finisce che proprio un'impostazione così delirantemente kitsch «funzioni» meglio del più composto spettacolo londinese. Il palazzo della Negroni, per esempio, con quei quadri di nudi, quei cuscinoni, quelle fanciulle un po' discinte che volteggiano quinci e quivi; quel ritratto che cela un pertugio segreto e dal quale spunta proprio Lucrezia: per una volta, è quel bordello fatto e finito che dovrebbe difatti essere e si cerca invece sempre di camuffare.
Sarebbe bello ci fosse una recitazione, in questo spettacolo, ma forse nuocerebbe al monumento che vi sta piantato al centro. E così si vedono cose divertentissime, come Dame Joan che bacia la manina del figlio dormiente, lui scatta in piedi come una molla e attacca a parlare della mamma. Purtroppo lo fa cantando: un disastro, compagno in questo di tutti gli altri.
Nessun dubbio, quindi, che vada preferito il video della Kultur. Come livello di kitsch, lo spettacolo di John Copley - che poi emigrò tal quale a Roma - è appena appena meglio (e anzi, la maggiore serietà finisce col nuocere, data l'opera); come recitazione, se Atene piange, Sparta certo non ride: ma il canto è complessivamente assai migliore per quanto concerne il circondario di soprano e tenore. Che sono entrambi eccezionali.
Dame Joan compare al centro d'una scena dominata da violenti contrasti cromatici sia nei momenti brillanti che in quelli cupi: e l'attenzione è calamitata dall'incredibile acconciatura stile Pisanello che le si erge sulle tempie e subito la definisce come centro focale di tutto lo spettacolo, in ciò esaltata dalle riprese d'un Brian Large che le riserva autentici atti d'amore. Perché ne fa una creatura favolosamente gigantesca, avvolta di ombre soffuse, di colori morbidi e dolcissimi. Ne valorizza l'incedere maestoso sottolineandone spesso il suo dominare le grandi scene di massa, con la capacità di raccontare e allo stesso tempo stilizzare i momenti di puro canto, che da sempre fanno di lui uno dei massimi registi dell'opera in televisione. E Dame Joan non ha ancora aperto bocca. Quando lo fa, scopriamo subito che la forma in cui si trova a Londra è migliore rispetto all'australiana di tre anni avanti. La voce viaggia sul fiato espandendosi con ampiezza e morbidezza superbe, per esempio, nel «Com'è bello»: sfruttando al meglio l'accresciuta brunitura del registro centrograve, per sciorinare poi le quartine della ripresa con liquida, luminosissima sicurezza. E nella scena con Gennaro all'ultimo quadro, la presenza di Kraus fa sì che si crei uno straordinario contrasto tra la morbidezza vellutata con cui si dipanano le larghe frasi di Lucrezia in regione grave, e le stilizzate repliche del tenore, prima della svettante sezione «Mille volte al giorno io moro»: che la Sutherland accenta qui molto meglio rispetto alla sua registrazione solo audio, completando così a meraviglia la perfetta costruzione musicale d'uno dei brani meglio scritti di tutto Donizetti.
Kraus aveva portato per la prima volta in scena Gennaro l'anno prima a Firenze, dopo averlo magistralmente inciso con la Caballé, senza però potersi confrontare con le due arie «T'amo qual dama o angelo» e «Madre se ognor lontano», entrambe assenti perché la prima non era ancora stata ritrovata, e la seconda perché Perlea credeva con ciò di fare gradito omaggio alla Caballé rendendola incontrastata regina del finale. Nel suo riaccostarsi al personaggio, la presenza d'un direttore come Bonynge, che sa il fatto suo, gli regala un ben diverso contesto nonché due arie non ugualmente belle (sublime l'ultima, solo d'effetto la prima) che comunque cesella da par suo. Controllo del fiato; scorrevolezza dell'emissione; compattezza e luminosità del suono a tutte le altezze e intensità; incisività e facilità nel registro acuto; eleganza complessiva d'una linea dove smorzature e rinforzi s'alternano con musicalità impeccabile e gusto squisito: tutto si fonde alla perfezione, amalgamandosi a costituire modello di canto tenorile primottocentesco non inferiore a quello che in campo sopranile realizza la Sutherland. Entrambi, inoltre, sulla stessa linea interpretativa che prevede non personaggi bensì stili vocali impersonati da Icone del canto: la differenza decisiva consiste nel fatto che Icone lo sono per davvero.
Accanto a due simili mostri sacri (per giunta in stato di grazia), riescono a ritagliarsi un posto di rispetto sia Stafford Dean (un Alfonso baritono, secondo l'ormai consolidata ancorché assai discutibile prassi odierna, qui giustificata dalla voce solida, molto ben timbrata, valorizzata da accento incisivo) sia Anne Howells, che è molto elegante e briosa negli acuti, ma come tutte coloro che non si chiamano Horne pena parecchio negli affondi verso il grave del “Brindisi». La bravura di Bonynge emerge ancora una volta nell'intelligente stacco dei tempi, nella cura con cui accompagna il canto, nella capacità di creare un'atmosfera romantica melodrammaticamente intesa.
 
Venir dopo le tre primedonne
 
La successiva presa di possesso del ruolo di Lucrezia da parte di tre primedonne come Gencer, Sutherland, Caballé, a vario titolo influenti nel muovere l'interesse del pubblico (da parte della critica il pollice verso invece continuava, e non sembra avere granché mutato indirizzo nemmeno ora), cominciò a smuovere lentamente qualcosa; benché a rimorchio e molto a distanza rispetto alla cosiddetta trilogia inglese. L'idea però che si potesse realizzare non solo un exploit vocale, ma anche una drammaturgia interessante, non sembrava destinata a consistente futuro. E sì che gli ingredienti ci sarebbero, in quest'opera. Nascosti, naturalmen te, giacché neppure Hugo aveva potuto mostrare alla luce del sole la molla che muove tutta la vicenda: essere Gennaro il figlio che Lucrezia ha avuto da un rapporto incestuoso col fratello Cesare nel migliore dei casi e col padre papa Alessandro nel peggiore (e più probabile). In mancanza di tale chiara motivazione, la domanda che tutti si pongono assistendo alla vicenda è perché mai Lucrezia non possa confessare ad Alfonso - ma in definitiva anche a Gennaro - che le sue attenzioni non sono rivolte a un amante bensì a un figlio. E tuttavia, Donizetti è riuscito, se non a esporre a chiare lettere tale motivazione, quanto meno a lumeggiarla nel modo con cui musica le due frasi chiave <fur tuoi padri i padri miei» e, subito dopo, «Ah, di più non dimandar». Ogni interprete, al riguardo, dovrebbe dannarsi l'anima affinché tali frasi ricevano sia la più energica scolpitura testuale possibile, sia il più forte contenuto possibile d'ambiguità. Occorre riconoscere che solo una, Leyla Gencer, pare essersi posta il problema e averlo adeguatamente affrontato: dimostrando quanto la sua soluzione riesca a gettare una luce livida sull'intero finale e, a ritroso, su tutta l'opera; e sia dunque compito d'ogni regista intelligente il «far qualcosa» a tale riguardo.
Pochissimi, invece, se ne son fatti carico.
Fu interessante la Borgia messa in scena a Bologna da Marco Martinelli nel 2001: che alle scene di Edoardo Sanchi aveva chiesto di mettere a fuoco sia il carattere di claustrofobica trappola che progressivamente chiude la vicenda, sia l'insidia del veleno che ne funge da motivo conduttore. Panorami di acqua e aria venivano quindi inizialmente incorniciati da elegantissime ellissi di mosaico dorato, che si chiudevano via via in prospettive sempre più strane e distorte, solo all'ultima scena svelando la loro struttura con l'identificare l'intero spazio scenico nel luccicante interno d'un immenso calice spezzato, dove tutti i protagonisti finivano intrappolati, non solo per simboleggiare la morte per avvelenamento, ma per fungere da efficace metafora dell'impossibilità della redenzione materna vagheggiata da una protagonista che, avendo il nome che ha, la tradizione tende a vedere preda di scomposti furori uterini, laddove Donizetti l'ha posta sotto una luce molto più ambigua di assorta melanconia. Ma l'allestimento di gran lunga più suggestivo ritengo si sia visto a Milano nel 1998, firmato nella sua interezza di scene, costumi e regia da Hugo De Ana Perché fu uno spettacolo che portava a mille la componente melodrammati- ca del melodramma di Donizetti, dimostrando quanto essa sia il perno - pie namente consapevole, occorre aggiungere - del suo teatro. Quello cioè che del melodramma esalta la componente romanzesca con cui l'Ottocento felicemente anticipava il cinema d'azione, d'altronde uno dei principali fattori di morte del melodramma stesso.
Immense pareti mobili metalliche imbullonate una sull'altra evocano cupi palazzi-fortezze in cui il Rinascimento occhieggia da pitture alla Lorenzo Lotto e bassorilievi alla Donatello. Statue papali abbattute; carnevali lugubri e sfrenati in cui ci si traveste da papi con mantelli decorati da scene erotiche sotto le quali celare fanciulle discinte; festini orgiastici tra teche di cristallo con mummia pontificia: fastosa cornice d'una vicenda di rapimenti, veleni e antidoti, vendette tremende, con una Lucrezia che si presenta alla festa dove ha avvelenato tutti salendo su un catafalco trasparente in cui sta allungata la mummia d'un qualche santo, rivestita dal mantello di papa Alessandro Vi suo padre e anche suo amante, che infine depone sul cadavere del figlio proprio e di lui.
Spettacolo che fortunatamente è stato filmato dalla televisione nel corso della sua ripresa nel 2002, quando la Scala era in esilio al Teatro degli Arcimboldi. E quando, diversamente dalla prima (la cui protagonista Renée Fleming fu svillaneggiata da un loggione preda d'una delle sue purtroppo non infrequenti crisi d'idiozia isterica), il cast radunato diede una delle più perentorie lezioni di canto donizettiano degli ultimi trent'anni. Mariella Devia, non una nota della quale fu men che perfetta, unita ad accenti magari non trascendentali però vibranti e incisivi come non sempre suole. Michele Pertusi, Alfonso perfido, lascivo, con percettibili strie di sadismo erotico costruite però tutte col canto e mai coi birignao: portentoso, per fare un solo esempio, l'attacco in pianissimo di “Guai se ti sfugge un moto», con quella scala semitonale puntata che alla forza di penetrazione univa un agghiacciante sorriso di follia. Marcelo Álvarez, quando era un grande tenore anziché solo un tenore. Daniela Barcellona, col più memorabile “Brindisi» uditosi dopo Marilyn Horne. Che un tale spettacolo - oltretutto ripreso assai bene da Carlo Battistoni - sia stato filmato senza che nessuna etichetta ne facesse quel dvd commerciale che non solo sopravanzerebbe qualunque altro, ma si porrebbe come punto di riferimento dell'interpretazione donizettiana in senso lato: che queste cose possano ancora succedere è ennesima dimostrazione della vocazione tutta italiana a perdere un treno della storia dopo l'altro.
 
2007 NAXOS - Dimitra Theodossiou (Lucrezia), Roberto De Biasio (Gennaro), Enrico Giuseppe Iori (Alfonso), Nidia Palacios (Orsini); coro e orchestra Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti, direttore Tiziano Severini, regia Francesco Bellotto; regia video Matteo Ricchetti
 
Dimitra Theodossiou fece ascoltare cose del tutto diverse, allorché lo spettacolo approdò al Regio di Torino dove sul podio c'era Bruno Campanella, ovvero il donizettiano migliore che si potesse allora sperare; e allorché quanto la circondava era tutt'altra cosa nelle persone di José Bros e Michele Pertusi. Qui eccede spesso (le urla e lo scomposto parlato che seguono la morte di Gennaro sono veramente orride cose), la linea non sempre resta ferma smangiucchiandosi così anche l'intonazione, e il registro acuto ha gli stridori metallici di sempre. Qualche buon momento nel canto più raccolto, un registro grave saggiamente non pompato (e saggissimamente opta nel rondò finale per l'alternativa do bemolle-si bemolle centrali a «con esso è morto» evitando di sprofondare al si bemolle sotto il rigo che è sempre nota assai perigliosa) a differenza degli sbalzi verso l'alto: l'accento mostra quanto meno d'essere stato preso in considerazione, e difatti con tutt'altro direttore una scena come il colloquio con Alfonso attingerà a ben altro risultato. Pessimo servizio dunque, questa infausta registrazione, a una cantante i cui eccezionali mezzi sono quasi sempre stati impiegati con provinciale spreco.
 
2007 MEDICI ARTS - Edita Gruberová (Lucrezia), Pavol Breslik (Gennaro), Franco Vassallo (Alfonso), Alice Coote (Orsini); coro e orchestra della Bayerische Staatsoper, direttore Bertrand de Billy, regia Christof Loy; regia video Brian Large
 
Dopo un Roberto Devereux per il quale valgono le identiche considerazioni, la Gruberová ha insistito per lavorare ancora con Loy allorché volle affrontare anche in scena, dopo il debutto a Barcellona in forma di concerto, una tessitura donizettiana ancor più proibitiva di quella. Padroneggiata peraltro in modo nel complesso più che accettabile per quanto attiene alle note: inalterato è difatti il sommo magistero di come appoggiare, controllare, proiettare il fiato modulandolo lungo una gamma in tal modo ancora ampia di dinamiche. Cantava all'epoca da quarant'anni, d'altronde, e per giunta il belcanto: cosa impossibile per chiunque non sia provvisto d'un fior di tecnica. Il problema è interamente stilistico e, più in generale, di gusto.
Certo, è furba di tre cotte, la signora. Furba soltanto, però, non coraggiosa come qualcuno sostiene. Si rende conto che sotto al rigo dispone - come ha d'altronde sempre disposto - solo di aria calda: e allora s'organizza sollecitanper prima cosa una regia vera in luogo d'una delle tante piattamente tradizionali su cui era fin qui adusa. Regia vera, e per giunta cucitale addosso come una calzamaglia. Ogni nota un gesto, una mimica facciale, un atteggiamento, una camminata: taglio generale, quello d'una nevroticità compressa, da donna frustrata, costretta a mentire e a costruirsi una facciata di forza che le consenta ruolo da protagonista in un mondo di maschi. Dunque accenti aggressivi, duri, stravolti, rabbiosi persino. Ma, contrariamente a ogni aspettativa (quella di chi ha ascoltato l'analoga aria calda dei settori gravi di gente come Gencer o Sills), tali accenti investono non solo il registro grave, ma in modo ancor più eclatante quello centrale: producendo un effetto talmente tremendo da diven tare qualcosa di abnorme, di oscenamente intrigante, comunque una sorta di marchio di fabbrica solo suo.
Una scrittura così avrebbe imposto prudenza e accomunato la Gruberová ad altre primedonne di voce esile e chiara: e difatti, il web documenta che così ha fatto nel corso del debutto barcellonese in forma di concerto. In scena, viceversa, decide di darsi una caratura da grande tragica nonostante voce, fisico, gestualità le si oppongano in toto. E per farlo, porta al parossismo un'evoluzione del personaggio che gesto, canto e fraseggio costruiscono al millimetro entro un contesto vocale capace di suggerire grosso modo Donizetti: allargando enormemente i parametri di gusto, stile e quant'altro, ma insomma un retrogusto di Donizetti lo si avverte. Parte da un'idea condivisibile, la Gruberová: essere il teatro di Donizetti, tra le molte altre cose, la glorificazione della primadonna che esibisce le ragioni vocali per cui lo è diventata. La questione si sposta allora su come ciascuno intenda tale primadonna: se proprio tutto sia accettabile, del bagaglio di follie vocali sciorinato quinci e quivi; e se, comunque, lo status di Diva del Canto assuma di per sé status espressivo e in sé l'esaurisca.
Ognuno, al riguardo, risolve la questione alla luce del proprio gusto e del proprio modo di vedere il teatro. Io posso solo cospargermi il capo di cenere al ricordo di quanto trovassi difficili da ascoltare senza rabbrividire - e pensare che il brivido derivava solo da una gamma d'accenti magari un po' vecchiotta però sempre con un bagaglio culturale alle spalle - certi affondi afonoidi della Gencer e certe sue staffilate verso l'alto dove l'urlo era costantemente in agguato. La Nemesi che sempre alligna in ogni teatro mi fa ascoltare adesso la Gruberová. Che quanto a basi tecniche arriva molto prossima a surclassarla, la Gencer. Il registro acuto, in ispecie, ha scatto, sicurezza, squillo ben poco attenuati rispetto ai bei giorni delle Zerbinette e Regine della Notte; il legato è sempre fermo; le messe di voce, suo terreno d'elezione, a onta di qualche trucco sono ancora memorabili. Sicché una sola conclusione è possibile: la tecnica essendo quella trascendentale di sempre, se la Gruberová va alla ricerca di certi suoni orripilanti è perché ritiene che in quei punti orripilare equivalga a esprimere. E difatti, qualcosa esprime certamente: bello obiettivamente non è; se valido, ognuno risolva soggettivamente la questione, fermo restando che quei suoni non sono subiti bensì consciamente ricercati e prodotti.
Nel Prologo, dunque, all'aria d'entrata la linea si stira e gratta spesso, ma insomma tiene: e alla sua conclusione (che la regia rende una sorta d'incubo espressionista, di notevole effetto), c'è un'astutissima messa di voce sul la bemolle che sembra eterna ma dopo l'inizio si nasconde dietro alle altre voci per riemergere in seguito dando l'impressione di esser stata continuativa. E nel duetto con Alfonso, una regia molto furba sembra scaraventi l'opera nel verismo più esagitato mentre il suo taglio è marcatamente espressionista: cosa che si presta non poco a sottolineare la ragguardevole modernità di molte invenzioni donizettiane in fatto d'armonia e di colori timbrici. Così che certo mordere le consonanti iniziali; certo tenere in tensione perenne la linea; certe durezze e asperità nelle proiezioni in alto: diventano altrettanti accenti d'una stravolta resa dei conti esistenziale, esplicitata da una recitazione in linea col canto. Che ci mostra una Lucrezia in giacca e pantaloni neri, con chioma bionda tagliata corta e perenne croce d'oro sul petto, ritrovare la stessa gestualità secca, sprezzante e proterva costruitale da Loy nel Devereux, con la sua Elisabetta copia sputata di Margaret Thatcher.
Ma arrivata alla scena finale, lungi dallo smorzare e cambiare marcia, innesta il turbo scenico e vocale. Si presenta chez Negroni in vestito lungo nero con lunghissima chioma liscia color argento: parrucca che alla fine si toglie durante la morte di Gennaro, continua a tenerla in mano come uno scopino, poi se la rimette per attaccare in alta tenuta primadonnesca il rondò (degli orrori o delle delizie, ciascuno la pensi come gli pare). Per tutto il finale, comunque, scaraventa l'emissione in una zona extraterritoriale il cui fantahorror vocale la sottrae a ogni possibile confronto. È assolutamente impossibile descrivere cosa diventa il rondò, in bocca di Frau Edita: di conserva ad acuti stiracchiati ma presenti all'appello, do compreso, grandinano note gravi tradotte in suoni artatamente gutturali - Gesù, quel si bemolle! - ottenuti non aprendo bensì proprio spalancando (e sia chiaro che è cosa voluta, non subita: tecnicamente fuoriclasse com'è, lei lo sa benissimo cosa sta facendo, e per l'appunto è decisa a farlo), un'emissione piazzata direttamente in gola onde dare la maggiore risonanza possibile ai borborigmi gutturalnasali d'una Baby Jane all'ultimo stadio d'una agonia che a me pare grottesca e ritengo faccia ridere, ma so bene che a tanti altri pare invece sublime e manda in visibilio: esaltazione suprema della primadonna che vuole dimostrare d'esserlo fino in fondo, servendosi d'una scrittura vocale che in fin dei conti pare essere stata concepita apposta per siffatte esaltazioni parossistiche. Io credo ci sia molto d'altro, in questa scrittura, perché sono convinto che Donizetti abbia scritto anche per il teatro, e non solo per le primedonne. Che tuttavia ricono sco fossero l'essenza stessa del teatro, all'epoca. All'epoca: quasi due secoli fa.
Ma comunque il teatro, mi pare d'averlo già detto, è anche questo: e non per struendo uno spettacolo tanto riuscito quanto economico. Scena vuota, con pa La recitazione curatissima riguarda ovviamente anche tutti gli altri, coun tavolo di formica; qualche sedia: e basta, perché in scena sovrabbonda il tearete grigia sul fondo recante in maiuscolo nome e cognome della protagonista. spalle e «non c'è»; oppure è presente perché il suo agire condiziona quello di chi tro, quello vero. Chi non deve essere in scena semplicemente si gira o si siede d sta agendo in quel momento. È per esempio formidabile l'atteggiamento di Al fonso che guarda come un uccellaccio da preda Orsino duettare con Gennaro convincendolo a restare. Un po' al limite certe sottolineature psicologiche (come il saltellare infantile di Gennaro nella scena iniziale con Lucrezia, a sottolinear- ne il carattere immaturo: cade, si sbuccia un ginocchio, si toglie la camicia per asciugarsi il sangue ma accorre lei a inginocchiarglisi davanti con un fazzoletto, poi si tiene al petto la camicia e trova nel taschino la lettera), ma inserite sempre nell'ambito d'una regia di quelle tese in ogni momento a costruire un personaggio, a metterlo in relazione con gli altri e soprattutto a raccontare una storia, volgendone in allucinati stravolgimenti le palesi debolezze in fatto di logica.
De Billy di rado l'ho trovato altrettanto bravo. Vibrante e scandito quando serve, ma una direzione sempre sul canto: che accompagna e sostiene alla scuola antica, in più sposando in pieno le nervature narrative della regia, sottolineandone il colore stravolto e cupo con abilità veramente notevole.
Breslik accenta benissimo e canta abbastanza bene: la tenuta vocale sfoggiata in Mozart non la ritrova intatta in Donizetti, però ha tutti i mezzi per cercarla. Parti di fianco dal buono al passabile (cosa rara, in tempi dove un bravo comprimario è più difficile da trovare d'un Otello), il punto più debole è Vassallo. Un baritono non credo sia l'ideale per Alfonso, che necessita sì di acuti, ma ancor più di note gravi corpose e d'un centro bello solido: ma se poi la linea è forzata e ingolata, resta solo la forza dell'accento a dimostrare cosa riesca a suggerire, al riguardo, uno spettacolo della levatura di questo.
 
2011 San Francisco Opera - Renée Fleming (Lucrezia), Michael Fabiano (Gennaro), Vitalij Kowaljow (Alfonso), Elizabeth DeShong (Orsini);
coro e orchestra dell'Opera di San Francisco, direttore Riccardo Frizza, regia John Pascoe; regia video Frank Zamacona

L'OTTOCENTO Vol.I / Part VI

2017
ELVIO GIUDICI
Maria Stuarda
(opera in tre atti di Giuseppe Bardari) Milano, 30 dicembre 1835
 
1982 (in inglese) - Janet Baker (Maria), Rosalind Plowright (Elisabetta), David Rendall (Leicester), John Tomlinson (Talbot), Alan Opie (Cecil); coro e orchestra dell'English National Opera, direttore Charles Mackerras, regia John Copley; regia video Peter Butler KULTUR (1 dvd) 4:3 (it/ingl/fr/ted/sp/port) ✰✰✰✰
2002 - Carmela Remigio (Maria), Sonia Ganassi (Elisabetta), Joseph Calleja (Leicester), Riccardo Zanellato (Talbot), Marzio Giossi (Cecil); coro del Circuito Lirico Regionale Lombardo, orchestra Fondazione Stabile di Bergamo Gaetano Donizetti, direttore Fabrizio Maria Carminati, regia Francesco Esposito; regia video Marco Scalfi DYNAMIC (1 dvd) 4:3 (it/ingl/fr/ted/sp/giap) ✰✰✰✰ ½
2007 - Maria Pia Piscitelli (Maria), Laura Polverelli (Elisabetta), Roberto De Biasio (Leicester), Simone Alberghini (Talbot), Mario Cassi (Cecil); coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini, orchestra Filarmonica Marchigiana, direttore
Riccardo Frizza, regia Pier Luigi Pizzi; regia video Davide Mancini NAXOS (1 dvd) 16:9 (it/ingl) ✰✰
2008- Mariella Devia (Maria), Anna Caterina Antonacci (Elisabetta), Francesco Meli (Leicester), Simone Alberghini (Talbot), Piero Terranova (Cecil); coro e orchestra del Teatro alla Scala, direttore Antonino Fogliani, regia Pier Luigi Pizzi; regia video Carlo Tagliabue ARTHAUS (1 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted/sp) ✰✰ ½ 2009 - Fiorenza Cedolins (Maria), Sonia Ganassi (Elisabetta), José Bros (Leicester), Mirco Palazzi (Talbot), Marco Caria (Cecil); coro e orchestra del Teatro La Fenice, direttore Fabrizio Maria Carminati, regia Denis Krief; regia video Tiziano Mancini C-MAJOR (1 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted/sp) ✰✰ ½
2013 - Joyce DiDonato (Maria), Elza van den Heever (Elisabetta), Matthew Polenzani (Leicester), Matthew Rose (Talbot), Joshua Hopkins (Cecil); coro e orchestra del Metropolitan, direttore Maurizio Benini, regia David McVicar; regia video Gary Halvorson WARNER (1 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted/sp) ✰✰✰
 
Non ricordo in maniera particolare quanto si dicesse nel 1958 all'indomani delle recite bergamasche di Maria Stuarda, opera totalmente sconosciuta di Donizetti che ritrovava la via del palcoscenico. Ma se non me lo ricordo, è probabile non se ne parlasse granché, segno che l'impressione non dovette essere di quelle travolgenti (d'altronde, Dina Soresi era allora un'onesta serie C; né credo tirasse fuori troppo, da Elisabetta, una Tosca serie B qual era Renata Heredia): sicché si continuò beatamente a ritenere che solo la recente scoperta di Anna Bolena potesse aggiungere qualcosa al consueto Donizetti autore di tre opere e mezza.
La percezione che qualcosa fosse destinato a mutare radicalmente nell'impostazione critica del teatro donizettiano si delineò nel 1964, col Devereux napoletano: e prese definitivamente corpo nel 1967, a Firenze, proprio con Maria Stuarda.
Confesso che mi è impossibile tentare d'essere obiettivo nel ricordare quella serata fiorentina. Era il trentesimo Maggio Musicale, ma il primo dopo l'alluvione del 4 novembre 1966.
A pochi giorni dalla catastrofe, appena defluita la melma che aveva riempito la platea del Comunale, accartocciato le tavole del palcoscenico, distrutto impianti e attrezzature, chiunque in teatro vi svolgesse una mansione era dodici ore al giorno a dare una mano per svuotare, ripulire, sistemare il sistemabile. Gli studenti di tutta Italia e di mezza Europa erano arrivati a dare una mano per la catena umana che tirava fuori i libri della Biblioteca Nazionale invasa dal fango. Ci alloggiavano in vagoni ferroviari attrezzati benissimo, e una mattina molto presto feci una deviazione in corso Italia a vedere cos'era successo al teatro di cui nessuno aveva ancora detto niente: mi fecero uno scheletrico resoconto, invitandomi ad andare dai libri «che qui ci pensianomo noi, e a fine mese si riapre». Feci un mesto e melodrammatico sorriso, un caldo in bocca al lupo e me ne andai convinto che avrei rivisto quella sala dopo qualche anno se fosse andata bene. Alla prima del 27 dell'Incoronazione di Poppea non trovai un buco, ma a una replica riuscii a entrare, ed era fine novembre, non era passato neppure un mese: il neosindaco Piero Bargellini aveva dato a Remigio Paone tutto l'appoggio necessario a che il teatro - una volta di più simbolo culturale d'una città - ce la facesse a tornare in attività. Molti con la lacrima sempre lì lì per scendere, ma tutti, nessuno escluso, in piedi all'inizio e poi alla fine ad applaudire il teatro in senso letterale ma anche metaforico, e pazienza se mi scappa l'enfasi un po' retorica.
Stessa cosa e stesso clima sei mesi dopo, al Maggio. La città sembrava persino tornata normale, la sala presentava diversi cambiamenti ma era sostanzialmente quella di sempre, il palcoscenico funzionava giacché le luci di De Lullo erano una volta di più stupende, l'orchestra suonava bene (nonostante Molinari-Pradelli dirigesse tanto male), la partecipazione del pubblico era al calor bianco. Per Donizetti? Per Leyla Gencer e Shirley Verrett? Per De Lullo e Pizzi? O per il Maggio che c'era ancora assieme a tutta Firenze? E chi lo sa. Per tutte le cose insieme, probabilmente. Certo però che, in un frangente tanto particolare, ricordare con lucidità come e cosa fosse quello spettacolo non è facile.
Pizzi aveva realizzato delle scene che molto avevano in comune con la favolosa Lucia scaligera, e che proseguivano la ricerca (varata sempre a Firenze con Alceste, sempre con De Lullo e sempre con la Gencer; ma anche al teatro di prosa, con Metti una sera a cena ma soprattutto col geniale Giuoco delle parti) verso un astrattismo di linee verticali e orizzontali in luogo di elementi formali tradizionali. Era cioè nel pieno del suo periodo diciamo così «neoplasticista», quello che guardava con attenzione all'opera pittorica di Piet Mondrian. Anche qui, difatti, astrazione pura basata sui rapporti tra linea e colore, ritmati nell'interazione di blocchi cromatici dal sapore vagamente espressionista, dove Mondrian s'accostava armoniosamente alle ruvide jute di Alberto Burri. Tele sfilacciate e ricucite in quella casualità frutto di capillare ricerca atmosferica tutta trasparenze (e due scene convivono, entrando una nell'altra in guisa di sequenze cinematografiche, come quando Elisabetta si dibatte nell'incertezza se firmare o no la sentenza di morte, e davanti al trono dove lei siede contorcendosi si delinea dal buio la figura immobile di Maria, sua eterna ossessione di regina ma ancor più di donna), oppure rimandi pittorici (Turner, al pari di quanto era riuscito con Lucia, era presenza costante: quella foresta che non era una vegetazione ma una Sehnsucht, una «sensitività» di natura!), oppure vibrazioni continue della luce che contraggono e dilatano lo spazio scenico nell'arco d'una semplice frase. Indimenticabile ogni scena. Ma l'ultima metteva letteralmente i brividi: la prigione che di colpo si spalanca in alto a tutto sfondo, sopra la parete semicircolare su cui s'arrampica una stretta scala alla cui sommità aspetta un gruppo d'armigeri con lance piantate verso l'alto, mentre in basso nell'ombra fitta biancheggiano solo le cuffie e i colletti delle donne.
E la recitazione era copia conforme di quella, fenomenale, che De Lullo aveva ormai da anni plasmato all'interno della sua Compagnia dei Giovani: un dominio assoluto del timing, delle distribuzioni di forze entro lo spazio scenico, di gesti sempre misuratissimi e sempre infallibili nel centrare un nodo psicologico. Nel duetto con Leicester, la registrazione audio dà solo una pallida idea di cosa facesse col corpo e con gli occhi la Verrett allorché fingeva indifferenza ma si voltava appena e raggomitolandosi su se stessa sibilava «È leggiadra?...» riuscendo a comunicare il senso drammatico di quella domanda e di quella sospensione. E sì che Elisabetta aveva il corporeo fulgore di una Verrett mai stata così bella: pure, la gelosia tutta femminile riusciva a farla avvertire non solo nell'incisività dell'accento, ma nel dolore fisico che le contraeva tutta la persona. Per contro, la Gencer costruiva una Stuarda prosciugata, resa durissima dalle privazioni, tesa come un arco pronto a scoccare. Compariva con un cappottone che l'infagottava, mani premute dentro le tasche, alternava un accenno di corsa a un pietrificarsi immobile, fascio di nervi tenuto fermo da una volontà prossima a cedere. Ma era nella confessione, che la Stuarda donizettiana - contrariamente a quanto ci avevano assicurato - assumeva una statura davvero schilleriana (per uno strano caso teatrale, in esatta contemporaneità si vedeva la Maria Stuarda di Schiller che Luigi Squarzina aveva messo in scena con stupenda modernità gestuale affidandola ad Anna Proclemer, Lilla Brignone, Giorgio Albertazzi: moltissimi mi parvero i punti di contatto). Fino alla confessione, quella Maria poteva sembrare una povera vittima sballottata da un destino avverso.
Ma ecco scoperchiarsi all'improvviso un nido di ricordi più velenoso d'un covo di vipere, nell'accento con cui la Gencer (l'avesse trovato lei o le fosse stato suggerito da De Lullo - certo però non dal macignoso Molinari-Pradelli - a conti fatti poco importa) sottolineava lo sprofondare sotto al rigo voluto da Donizetti per scolpire “amor mi fe' colpevole, m'aprì l'abisso amor», in perfetta simbiosi col girare il viso dall'altra parte ripiegandosi su se stessa. Doloroso, tragico, penitente: eppure, in quello stesso ricordo l'amore riviveva proprio per niente spirituale, tinto al contrario di carnalità scopertamente lussuriosa.
Una sorta di trasfigurazione mistica intrisa di volontario, direi proprio mapecuassusochistico dolore erotico, che imprimeva al personaggio un carattere liarissimo e che da allora non ho più avvertito. La voce era lì lì per rompersi, la frantumazione dei registri creava non si sa neppure quante voci in una sola voce, le proiezioni all'acuto erano altrettante sfide alla roulette russa. Tutto vero. Ma l'accento era qui talmente giusto (a differenza dell'invettiva, dove la gigionata era puro Gruberová ante litteram); e tanto del pari erano giusti e integrati tra loro gesto, atteggiamento, colore della voce: che il personaggio meva di colpo una fisionomia personalissima e di perentoria giustezza teatrale.
Fu, a mio avviso, un caso da manuale di come un grande teatro musicale possa costruirsi grazie a una cantante con grossi problemi vocali ma capace di relegarli in secondo piano lavorando di comune accordo col regista, e mettendo in un angolo un direttore che invece non aveva capito niente, e là dove gli altri lavoravano in sottrazione lui prima scaraventava macigni e poi picchiava con la mazza del fabbroferraio.
Quasi senza soluzione di continuità, la Gencer portò lo spettacolo di De Lullo prima a Napoli (dove fu rimontato in modo impeccabile da Piero Faggioni) e poi in tournée a Edimburgo, per cederlo infine alla Caballé che nel 1970 lo cantò a Roma con Bartoletti. Il quale non se lo fece certo sfuggire, montandolo anche a Chicago, compagno di tutte le tante altre regie liriche di De Lullo che - evviva la logica - gli States videro e noi no. Venne anche alla Scala, la Caballé, ma purtroppo senza De Lullo. E lasciare un teatro di regia vera per ritornare alle sfilate in costume di Margherita Wallmann dentro le scene qualunque di Nicola Benois fece un gran bene alla Caballé che poteva piazzarsi comoda a ricamare: ma quanti avevano scorto interessantissime potenzialità drammatiche nella musica donizettiana cominciarono a pensare d'essersi forse sbagliati, suggestionati - né sarebbe stata la prima volta - da uno spettacolo particolarmente ben riuscito.
Non che la Caballé ne fosse responsabile, sia chiaro, nonostante le dicerie che circolavano.
Bruno Bartoletti, anzi, mi aprì un divertentissimo squarcio di vita teatrale raccontandomi le prime giornate di prova della grande catalana sul palcoscenico romano con De Lullo, che anche il portiere sapeva quanto avesse fatto fuoco e fiamme per potere avere invece la Gencer, impegnata altrove. Il fatto è che lo sapeva anche Montserrat. Lui le spiega cosa fare, come mettersi, come muovere - nei limiti del possibile - corpo e mani. Lei cade in estasi, proclama che sono idee bellissime, stupende, perfette... però non le può fare. Perplessità. Pragmatico come tutti i veri animali di teatro, De Lullo trova allora delle al provaternative. Ogni volta, stessa scena: tutto splendido, ma che bello, nessuno mi aveva mai suggerito cose così intelligenti, però... non le posso fare. Ma caspita, allora cosa possiamo fare? «Semplice: chiamate la Gencer...» Sono, questi, i classici momenti in cui sul palcoscenico si materializza un bidone di nitroglicerina con la miccia già accesa e pericolosamente cortissima. Bartoletti a disinnescarla, senza riuscirci granché. E dalla platea emerge allora Romolo Valli: che propone una pausa pranzo e si porta la Diva al ristorante. «Era un grandissimo attore, Romolo: ma come diplomatico, ben pochi ministri degli Esteri avrebbero potuto batterlo» ricordava Bartoletti. Risultato: Montsita torna, risale sul palco, fa tutto quello che le viene chiesto di fare, canta come una dea, e tra una prova e l'altra prima, poi tra una recita e l'altra, diventa praticamente ospite fissa della villa sull'Appia Antica di Valli e De Lullo, amici allora, intimi per sempre. Ma a Milano invece, porca miseria, le belle statuine del premiato mummificio Wallmann-Benois!
A portare in giro per il mondo il revival della Stuarda, comunque, fu soprattutto proprio la Caballé: seguita a distanza da Joan Sutherland. Vantaggio di entrambe, paradossalmente, fu il loro essere tutto tranne che attrici: cosa che consentiva esecuzioni sostanzialmente in forma di concerto ma con costumi (la Sutherland provvedeva in prima persona ai propri; divertentissimo era constatare come alla pluridecennale prigioniera riuscisse il procurarsi un guardaroba assai più sfarzoso della sovrana d'Inghilterra), tutti centrati sul carisma della primadonna che si faceva carico d'elargire gemme vocali splendidissime. Tanto splendide che si riteneva (tutti, più o meno: loro che le producevano, e noi che ce ne beavamo) fossero autoreferenziali: campionario pressoché completo di formule canore improntate alla pateticità melanconica, nelle quali dissolvere una drammaturgia di fatto inesistente.
 
Ci si sbagliava.
 
La melanconia ha molte facce e molte sfumature. Maria non è solo una vittima, ma ha un passato ricco di zone oscure che via via riemergono dagli anfratti della memoria; ed Elisabetta non è solo una tiranna, ma una donna potente però non bella, che non riesce a circoscrivere il «problema Stuarda»> nella sfera politica. Sono tutti accenni, magari, che il testo suggerisce qua e là ma che la musica indaga invece molto meglio: però è il classico tipo di musica bisognosa dell'interprete perché venga fuori compiutamente. Certo, deve essere anche grande cantante, date le considerevoli difficoltà di scrittura che, ove eluse pure violentate, ledono parecchio le possibilità espressive che dopotutto a quella scrittura Donizetti ha affidato: sicché, salvo miracoloso e dunque rarissimo opequilibrio dei due piatti, la bilancia continua - e probabilmente sempre continuerà – a oscillare tra grande accento affidato a notacce e grandi note d'accento magari suggestivo ma monodirezionale.
D'altronde, non se ne esce. Il teatro di Donizetti presenta insita nella pria natura la caratteristica di affidare certi contenuti alla suggestione tualmente creata dalle interpreti anziché renderli subito evidenti: anche perché era probabilmente il solo modo con cui potessero passare cose che per l'epoca erano d'audacia al limite - e talora anche oltre - del temerario. L'incesto scodellato tal quale in Fausta e alluso in Lucrezia. Un padre che uccide il figlio amante della propria moglie può anche rendere Parisina una colta replica rinascimentale di Fedra, però restava lo stesso cosa oltremodo scabrosa per la pruderie ottocentesca. In Gabriella di Vergy, il marito strappa il cuore dal to dell'amante della moglie e glielo presenta ancora tutto grondante di sangue. La Stuarda, poi, meraviglia ben poco sia andata incontro a divieti e blocchi che di fatto ne hanno procrastinato la conoscenza fino ai giorni nostri. Una regina processata e giustiziata era già cosa delicata. Ma una confessione in scena (con una regina che s'inginocchia in pubblico, cosa particolarmente inaudita); un coro - cioè a dire la gente comune - che giudica l'operato d'un unto del Signore; due regine che s'insultano nient'affatto alla Racine, ovvero chiamandosi “Madame>> e versando compito vetriolo nel cristallo d'un gelido formalismo, bensì inclinando pericolosamente alla zuffa popolana. Ci sono casi in cui sembra che un musicista le rogne se le vada deliberatamente a cercare, magari per rompere gli schemi in cui si sente costretto (e questo sarebbe forse il maggior punto di contatto tra Donizetti e Verdi, altrimenti parecchio distanti): e allora, compito maggiore dell'interprete è cercare di evidenziare prima la natura di tali schemi; poi se, perché e soprattutto come li abbia rotti.
Sotto questo profilo, dunque, talune indicazioni che emergevano dallo spettacolo di De Lullo-Pizzi-Gencer restarono isolate per tutto il tempo durante il quale quest'opera - di pari passo al Devereux - fu affidata alle vocaliste pure.
Il che non significa, beninteso, che per dare statura espressiva alla protagonista si debba rinunciare al canto. Un esempio molto interessante lo fornisce al riguardo un video che risale al 1982, documento d'uno spettacolo in scena al Coliseum di Londra fin dal 1973.
 
1982 KULTUR (in inglese) - Janet Baker (Maria), Rosalind Plowright (Elisabetta), David Rendall (Leicester), John Tomlinson (Talbot), Alan Opie (Cecil); c ro e orchestra dell'English National Opera, direttore Charles Mackerras, regia John Copley; regia video Peter Butler

L'OTTOCENTO Vol.I / Part VII

2017
ELVIO GIUDICI
Roberto Devereux
(tragedia lirica in tre atti di Salvatore Cammarano) Napoli, 28 ottobre 1837
 
1975 - Beverly Sills (Elisabetta), John Alexander (Roberto), Susanne Marsee (Sara), Richard Fredricks (Nottingham); coro della Wolf Trap Company, orchestra del Filene Center, direttore Julius Rudel, regia Tito Capobianco; re- gia video Kirk Browning VAI (1 dvd) 4:3 (ingl) ✰✰✰
1997 - Aleksandrina Pendačanska (Elisabetta), Giuseppe Sabbatini (Roberto), Ildikó Komlósi (Sara), Roberto Servile (Nottingham); coro e orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, direttore Alain Guingal, regia Alberto Fassini; regia video Walter Licastro IMAGE (1 dvd) 4:3 (ingl) ✰✰✰✰ ½
2005 - Edita Gruberová (Elisabetta), Roberto Aronica (Roberto), Jeanne Piland (Sara), Albert Schagidullin (Nottingham); coro e orchestra della Bayerische Staatsoper, direttore Friedrich Haider, regia Christof Loy; regia video Brian Large
DG (1 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted/sp/cin) ✰✰
2006- Dimitra Theodossiou (Elisabetta), Massimiliano Pisapia (Roberto), Federica Bragaglia (Sara), Andrew Schroeder (Nottingham); coro e orchestra del Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti, direttore Marcello Rota, regia Francesco Bellotto; regia video Matteo Ricchetti NAXOS (1 dvd) 16:9 (it/ingl)
2015 - Mariella Devia (Elisabetta), Gregory Kunde (Roberto), Silvia Tro Santafé (Sara), Marco Caria (Nottingham); coro e orchestra del Teatro Real di Madrid, direttore Bruno Campanella, regia Alessandro Talevi; regia video Stéphane Lebard BELAIR (1 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted/sp/cor) ✰✰✰
2016 - Mariella Devia (Elisabetta), Stefan Pop (Roberto), Sonia Ganassi (Sara), Mansoo Kim (Nottingham); coro e orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova, direttore Francesco Lanzillotta, regia Alfonso Antoniozzi; regia video Matteo Ricchetti DYNAMIC (1 dvd) 16:9 (it/ingl/fr/ted/giap/cor) ✰✰✰✰
 
Nessun dubbio che quest'opera abbia due date di nascita: alla prima ufficiale dovendosi aggiungere il 2 maggio 1964, allorché tornò in scena per la prima volta nel Novecento al San Carlo di Napoli, protagonista la trentaseienne Leyla Gencer. Lo spettacolo di Margherita Wallmann dichiarava la sua ideatrice a ogni momento: nell'ennesimo sfilare di paggetti e armigeri, nelle pose nobili, inchini, genuflessioni, mani sul cuore e pupille roteanti in alto, era l'evidenziazione perfetta - a contrario - delle ragioni per le quali la regia viscontiana di quell'Anna Bolena, che tutti ovviamente confrontavano, rappresentasse un caposaldo non solo della riscoperta donizettiana in genere, ma d'un modo di portare in scena un grande titolo ottocentesco centrato sul mito della primadonna.
All'epoca, Leyla Gencer doveva ancora aspettare due anni per incontrare - con la fiorentina Alceste - Giorgio De Lullo. Sicché il suo modo di stare in scena (che peraltro spesso riaffiorò anche in seguito) era ancora quello accademico del Gran Gesto: che, dovendo per giunta essere riferito a una regina, diveniva Grandissimo Gesto Regalissimo, quello en ralenti della mano alzata accanto al viso, dorso rivolto in fuori, oppure braccio teso in avanti con dito puntato non a minacciare ma piuttosto a imporre, e con ogni abbandono spinto verso lo schianto. Il deliberato, totale capovolgimento insomma del britannico less is more nel melodrammatico tipicamente italico del di più che di più non si può. Non poteva non accadere quello che difatti accadde: pagò molto di più, in termini di fanatismo popolare.
È senz'altro vero che la scrittura di Anna Bolena, concepita da un giovane compositore alle soglie della notorietà internazionale per quella sublime regina del neoclassico musicale che era la Pasta, sia all'incirca antitetica rispetto a Elisabetta. Che un Donizetti ben più maturo e quindi incline ad avventurarsi in terre ignote concepì invece per quella geniale sciamannata che, nonostante il nome altisonante, doveva essere Giuseppina Ronzi de Begnis: mettendo in partitura tutto quanto favorisse la sua ben nota capacità di rendere parossistici i contrasti tra furia uterina (anche le regine hanno l'utero) e ripiegamento interiore, nel presente caso la cupa introversione della potente che si vede preferire un'ignota sciacquetta. Ed è pertanto vero che diverso ha da essere il modo di portare in scena l'una e l'altra. Ma identica resta però l'esigenza di creare un organismo teatrale un po' più articolato del suo semplice ridursi al Manuale della Regalità costi quel che costi.
Al contrario, la necessità dell'essere regina; del doversi abbigliare da regina; del dover incedere come una regina; del dover gestire come si suppone gestisse una regina del tempo che fu: da allora, divenne parametro qualitativo imprescindibile per giudicare ogni messinscena non solo del Devereux (qualunque personaggio un po' al di sopra della contadina aveva a essere reso «da principessa>>, “da aristocratica», insomma «da qualcosa»: che si decideva fosse quanto il compositore avesse in mente, anche laddove evidentissimo era il suo parlare di fatti remoti per dire cose invece attualissime), ma certamente soprattutto del Devereux, stante il suo centrarsi su figura carismatica quale Elisabetta I. Pazienza se poi tutto da dimostrare è che Elisabetta interessasse Donizetti in quanto regina d'Inghilterra o in quanto donna di potere costretta a confron- tarsi col fatto che il potere assoluto di cui dispone - e che impiega - non le serva per quanto davvero le sta a cuore: e che il finale «io sono donna, alfine» non sia una subitanea scoperta, bensì il definitivo spalancarsi d'un abisso intravito da chissà quanto tempo.
Se però il gesto della Gencer era in fin dei conti banale (diversamente da quanto non lo sarà invece la sua Stuarda costruita con De Lullo), infinitamente più giusto era l'accento che vi stava dietro.
Il teatro musicale che la Gencer andava scoprendo in Donizetti, cioè nel lasciare del tutto in ombra ogni complessiva teatralità dello spettacolo, ne accentuava l'aspetto “primadonnesco»: facendone anzi l'asse portante. Fa allora niente - o - o fa poco che la linea vocale fosse quella che era, con le sue irregolarità, i suoi scalini, i suoi colpi di glottide per uncinare il registro superiore, le sue aperture gutturaleggianti in basso per piombare con la massima energia possibile in fondo ai precipizi delle volate discendenti. A contare era soprattutto l'effetto espressivo di tale scomposto iradiddio: che conferiva un primo piano di grandissima suggestione a un tipo di scrittura profondamente innovativo rispetto al Donizetti allora conosciuto, e col quale eravamo per la prima volta chiamati a confrontarci. Scrittura che frantuma la regolarità del verso - pensiamo ai senari doppi di «Quel sangue versato al cielo s'innalper meglio esaltare il valore d'una singola parola declamata con furia talora parossistica. Che chiaroscura di continuo una linea vocale tutta slanci repentini verso le vette e subitanee scivolate negli abissi. Che nella stessa frase alterna frenesie motorie e immobilità di traslucida allucinazione. Che possiede insomma un potere ipnotico di seduzione. Era la torbida bellezza d'un romanticismo talmente maturo da essere già decadente: quello che la nostra letterasempre restata, in sostanza, accademicamente classica - sembrava non avesse conosciuto e guarda invece dove stava nascosto.
Si celava nel teatro dimenticato d'un Donizetti che tale romanticismo porta all'apice nell'anno sicuramente più nero della sua vita: due figli nati morti, la moglie - contagiata dalla sua sifilide - ancora incinta e per la terza volta destinata a perdere il bambino, per poi morire subito dopo, mentre beghe indegne s'opponevano in quella stessa Napoli alla sua nomina a direttore del Regio Collegio di Musica, vacante dalla morte di Zingarelli. Romanticismo, dunque, formicolante di nere passioni e furibonde frustrazioni. Ispirate entrambe dai versi d'un Cammarano in portentosa sintonia d'intenti nel servirgli - ricavandolo da uno assai più accademico di Romani - il libretto di gran lunga più bello dei sette di cui si compone la loro collaborazione, e comunque tra i più belli di sempre: giustificando così il livore di Romani e della di lui consorte, che nelle memorie lo qualifica «gran pirata letterario»; e si sa quanto la lingua batta dove duole il dente.
Romanticismo testuale ma anche musicale, pertanto. E che proprio per questo aveva bisogno di un'interprete capace di rendere entrambi: già individuata da Donizetti - non per fortuna, ma per precisa e consapevole ricerca – in quella Giuseppina Ronzi de Begnis che il proprio forsennato temperamento lo riversava sulla parola forse più ancora che sulla nota, cosa già bastevole per una rivoluzione. Una miscela, insomma, che diventa esplosiva al fuoco della tarda maturità di Donizetti: così tarda da essere sempre meno compatibile con l'ambiente teatrale italiano, e quindi in sostanza conclusiva della sua lunga e tanto articolata esperienza nei teatri della Penisola, abbandonati difatti subito dopo.
Che dunque il pubblico accorso da mezza Italia al San Carlo quella sera del 1964 fosse così soggiogato dalla forza espressiva da non badare a banali quisquilie di grammatica vocale era comprensibilissimo: il teatro vivendo forse non soprattutto ma certo anche di tali effetti. Meno comprensibile, e anzi sommamente truffaldino, fu che tanta parte della critica sminuisse tali infrazioni grammaticali spacciandole quali supreme dimostrazioni di perfezione sintattica: laddove costumava invece impiegare la pinzetta dell'accademico e puntiglioso professore per segnalare le più minute fallosità della Callas, la cui integrità vocale veniva retrocessa sempre più in là, con impudenza davvero grottesca.
In fondo, s'è fatto un gran parlare del binomio Callas-Tebaldi che artisticamente di fatto non c'è stato, troppo diverso essendo il rispettivo repertorio perché tale diatriba avesse altro senso al di fuori dell'eterna questione se valga di più la bellezza autoreferenziale della linea vocale oppure il suo contenuto espressivo anche a costo di lesioni e brutture della stessa. E s'è sempre scelto d'eludere il ben più pertinente binomio Callas-Gencer. Quantunque, alla fin fine, binomio non sia neppure questo, giacché le basi su cui dovrebbe poggiarsi sono quanto mai franose: dato che se entrambe perseguono un assai simile modo d'essere artiste, assai dissimile è invece, almeno per come la sento io, la qualità intrinsecamente vocale. Che se nella Callas non era sempre d'altis- simo livello, restò comunque sempre senza confronto superiore a quello della Gencer. Si vuol sostenere che costei riuscisse più perentoria, più intrigante, più seducente, magari anche più filologicamente attinente al modello-Ronzi quanto avrebbe potuto esserlo con esecuzioni che, per badare più alla forma, limassero troppo il contenuto? Benissimo: basta dirlo in questi termini, e anche chi non consente deve però ammettere la validità del metodo. Teatro è difatti anche questo, come ripeto. E lo schierarsi nel gruppo di quanti amano il teatro più della lezione di canto impartita da antichi reperti sonori nati in contesti espressivi radicalmente diversi dai nostri mi trova entusiasticamente più d'accordo ogni giorno che passa. A patto però che i rilievi eventuali (e a mio avviso doverosi se non altro per amor di cronaca, giacché il linguaggio teatrale resta pur sempre quello vocale, e vocali sono grammatica e sintassi con cui il contenuto viene comunicato) si muovano e procedano su basi analoghe per tutti: e non solo per i più simpatici, o più alla moda, o più coccolati di dall'establishment, o più oggetto di fanatismo da parte delle truppe cammellate di loggionisti in fregola.
A prescindere dalle eventuali diversità di valutazioni, è comunque certo che l'impatto dello spettacolo napoletano fosse di portata non inferiore (anzi, per molti versi superiore anche perché, venendo dopo, ribadiva un quello della Bolena scaligera. Ed ebbe conseguenze più immediatamente rilevanti in fatto di entrata nel repertorio. Se difatti la Gencer si limitò a riproporre la sua Elisabetta a Roma nello stesso allestimento della Wallmann volgersi poi ad altri titoli e ad ancor più numerosi autori, il testimone di giore vessillifera dell'opera lo tenne per lungo tempo Montserrat Caballé. Che ne fece uno dei suoi massimi cavalli di battaglia: dimostrazione tra le più solari della stessa dicotomia di cui si parlava dianzi.
Giacché il canto con cui questa Elisabetta s'esprime di teatro in teatro oltre un decennio, a partire dalla recita in forma di concerto del '65 alla Carnegie Hall in cui prende le misure del ruolo, non avrebbe potuto essere più antitetico di quello della Gencer che l'aveva tirato fuori dal sepolcro in cui attendeva pazientemente. Antitetico innanzitutto nel timbro. La cui intrinseca bellezza diveniva trascendentale nella perfezione d'una linea fluida, aerea, senza peso laddove intendeva non l'avesse, ma corposo e squillante là dove voleva invece lo fosse: frutto di manovre addirittura diaboliche in fatto di controllo dei fiati e relativa distribuzione nelle diverse fasi della loro proiezione. Linea pertanto senza frattura alcuna nella sua canoviana lucentezza, musicale come potrebbe esserlo la sontuosa cavata d'un violino capace però di mutarsi in violoncello nell'espandersi di certi legati che la melodia donizettiana sa intridere di dolcezza sconfinata. Ma antitetico altresì in fatto d'accento. Che nella Caballé faceva una cosa sola col suono, l'espressività non nascendo dal tipo di suono, ma essendo il suono nella sua più alta concezione musicale.
Come tale, quanti come me erano corsi a Napoli per vivere l'emozione d'una “nuova Bolena» (colossale scemenza, non potendo essere più diversi gli stili di canto di cui vivono le due opere: ma allora non se ne sapeva niente) e, diversamente dalla stragrande maggioranza, tale emozione l'avevano provata solo in parte, attendendo semmai l'incisione della Sills per mettere diversi punti fermi: coloro, dicevo, furono profondamente colpiti allorché ascoltarono Montserrat Caballé nel '72 nelle condizioni ideali offerte dalla sala della Fenice e dalla presenza sul podio di Bruno Bartoletti.
Il quale dava alla scrittura orchestrale tutt'altro significato, togliendola dalla morta gora paraverdiana e preverista in cui a Napoli l'aveva immersa Mario Rossi. Circa la scena, Leyla Gencer aveva idee senz'altro più teatralmente attendibili in merito all'effetto che si poteva ricavare da costumi rutilanti, dal reggere nelle mani scettro e palla regali, dal fare “le voltate>> con lo strascico chilometrico (d'ermellino, che altro?): ma sempre gestualità d'antan era, di quella per la quale la regalità è più che altro faccenda di vestito e di posa statuaria, lontana mille miglia dal sapiente chiaroscuro che luci, uso dello spazio, atteggiamenti, gesto, creavano con Visconti, fautore d'un teatro di sentimenti laddove gli epigoni fanno un teatro di vestiti. Sicché la questione si portava interamente sul fronte vocale. E sembrò allora che, di Elisabetta, la voce regale della Caballé tracciasse ritratto, se non il più compiuto (c'era sempre da esorcizzare l'ombra della Sills, e non era impresa da trattare alla leggera), certo più compiuto della Gencer.
 
Si prese un granchio su entrambi i fronti.
 
Con la maggiore ampiezza d'orizzonti consentita dal ben diverso grado d'approfondimento che del teatro donizettiano ha reso possibile il graduale ascolto di quasi tutti i suoi titoli dimenticati, e quindi dall'individuazione un po' più esatta - ma c'è ancora parecchio da fare - delle sue diverse fasi, e con la relativa necessaria differenziazione dei suoi moduli esecutivi: con tutto questo, oggi l'Elisabetta della Caballé resta una spettacolosa dimostrazione di cosa possa una primadonna vocale. Ma è anche la dimostrazione di come il linguaggio di Elisabetta, tanto diverso da quello di Anna o della stessa Lucia, le resti espressivamente estraneo. Sicché peso storico maggiore torna ad assumere la registrazione dal vivo della Gencer, che parla infinitamente meno bene ma impiega la lingua giusta: e riesce quindi a dare rilievo massimo agli scoscesi avvallamenti di quella scrittura. Li rende rudi, persino brutali: però ti ci scaraventa dentro comunicandotene la vertigine, laddove il sovrano canto della Caballé, proprio perché tale, li livella sotto la madreperlacea belluria dei suoi suoni rendendoli quasi inavvertibili.
 
Elisabetta in bette
 
Dicevo prima di Beverly Sills. Fu lei la terza pietra miliare piantata sulla strada del ritorno in repertorio del Devereux. Oggi pietra miliare: allora, piuttosto, un miraggio. Perché affidata a un'incisione del 1969 realizzata dalla piccola etichetta americana Westminster, una sussidiaria della Abc/Dunhill Records, che della Sills aveva pubblicato due recital: di arie belliniane e donizettiane l'uno, e di arie francesi l'altro. Recital accolti, specie in America, da considerevole successo. La Sills (all'epoca primadonna di seconda categoria essendo di stanza alla New York City Opera, che per la distorta mentalità americana è una sorta di dépendance uso servitù del Metropolitan, anziché fucina di teatro dalla ben maggiore spregiudicatezza) ebbe allora buon gioco, grazie anche all'enorme risonanza del trionfo scaligero dell'Assedio di Corinto riscosso proprio quello stesso anno, nell'imporre l'incisione della cosiddetta (ma è un mal dire) “trilogia Tudor». Prima uscita della quale fu appunto - registrato nella sede inglese della Emi - il Devereux: che complesse ragioni di copyright mandarono però quasi subito fuori catalogo in compagnia di tutte le registrazioni effettuate dalla Sills per quella casa, per rientrarvi solo a era inoltrata del cd, circa un quarto di secolo dopo. Nel frattempo, le poche copie superstiti circolavano a prezzi esorbitanti nei negozi allora chiamati «<d'importazione». Anche questo, in fondo, potrebbe considerarsi argomento teatrale. Oggi c'è YouTube (con tutte le distorsioni talora mortali connesse al conoscere solo un pezzullo di una visione globale pertanto a forte rischio d'incomprensione o, peggio, di totale fraintendimento); c'è lo scarico dal web; c'è la compartecipazione resa possibile dall'invio di e-mail musicali. Allora, non c'era neppure il libretto se non s'andava a leggerselo in una biblioteca; i dischi era difficile trovarli e quando li si trovava - in quei santuari internazionali dall'indirizzo religiosamente annotato dalle confidenze di questo o quell'amico - costavano un'enormità, richiedendo pertanto acquisti distribuiti in una vasta cerchia di conoscenti che poi si ritrovavano in ascolti collettivi: seguiti, in trattoria o nelle cucine di casa presidiate da madri indulgenti e soprattutto prodighe di sostanziosi confortini, da discussioni e accapigliamenti fino a notte fonda e pazienza per le interrogazioni scolastiche o gli esami universitari da preparare.
Sì, era un altro mondo. Né peggiore né migliore: solo diverso, ma che spiega anche il procedere relativamente lento d'un approfondimento critico che ha dovuto superare non poche approssimazioni, inesattezze, luoghi comuni fuorvianti. Il bizzarro è che, pur con tutt'altro materiale conoscitivo in mano, in campo donizettiano più che in qualunque altro la dicotomia tra “prima il canto, poi la parola» oppure viceversa - con tutte le relative gradazioni intermedie - è in un primo piano molto più accentuato rispetto a tanti altri autori: una dicotomia tutt'altro che superata, peraltro.
 
1975 VAI - Beverly Sills (Elisabetta), John Alexander (Roberto), Susanne Marsee (Sara), Richard Fredricks (Nottingham); coro della Wolf Trap Company, orchestra del Filene Center, direttore Julius Rudel, regia Tito Capobianco; regia video Kirk Browning
 
Se le incisioni della Sills furono per tempo immemorabile oggetto di collezionismo feroce (e costoso, quindi limitato: almeno da noi, ma credo dappertutto) al pari delle registrazioni dal vivo delle sue recite in teatro, ancor più rari furono i suoi video. Realizzati quasi tutti al Filene Center, nel Wolf Trap National Park relativamente vicino a Washington (chiamato così perché era luogo infestato dai lupi, e si dava un premio a quanti allestivano trappole efficaci): frutto ovviamente di donazione privata e di private raccolte di fondi al fine di consentire la creazione di un teatro e d'un Festival che nei tre mesi estivi realizza una novantina d'eventi. Per diversi anni la Sills fu ospite fissa di quel Festival e, valendosi della collaborazione registica degli amici Tito Capobianco e Lotfi Mansouri, vi presentò i suoi maggiori cavalli di battaglia, quasi tutti videoregistrati.
Nel 1975 toccò a quel Devereux che incisione e recite newyorkesi avevano già reso leggenda (ben nota l'acidula battuta della Gencer: «Io i ruoli donizettiani li scopro, la Caballé li canta, e la Sills li incide»). L'anno avanti le avevano asportato quel tumore pelvico che lei, caratteristicamente, volle rimuovere anche dalla sua vita riprendendo a cantare poche settimane dopo l'operazione e ancora in chemioterapia (primadonna si nasce, non si diventa; e il carisma, se c'è lo si fa vedere, e se no si vede quello degli altri): un video quindi che documenta probabilmente gli ultimi mesi in cui l'organizzazione vocale, pur assai compromessa e parecchio diversa da quanto fa ascoltare l'incisione audio, ancora regge o comunque consente di non doversi basare esclusivamente sulla forza interna dell'accento e sulla suggestione esterna della presenza scenica.
Resta, naturalmente, il dato ineliminabile d'una non ideale corrispondenza voce-scrittura. Ancor più interessante quindi la soluzione proposta, giacché il suo essere espressa da voce assai estesa in alto ma povera in basso, con un medium di limitato spessore che mette ancor più in evidenza il timbro chiaro di quello che in sostanza è un soprano leggero, oggi come oggi pare vada per la maggiore e riscuota grande successo.
La voce di Beverly Sills, però, era sostenuta da tecnica ragguardevolissima in fatto di controllo del fiato (con relativi assottigliamenti o rinforzi della linea nel quadro di pulsioni dinamiche fenomenali), e da ancor più raro talento di fraseggiatrice: ispirata da senso dello stile non proprio moderno ma che dell'effetto teatrale suscitato da un debordante carisma sapeva servirsi in modo diabolico. Tutte cose non certo sminuite dalla compromissione delle fasce muscolari che acuisce tutti i difetti in regione centro-grave e fa sì che il vibrato la faccia ormai sgradevolmente da padrone in ogni settore della gamma. Pure, certe lamine di suono nelle pagine a sfondo patetico sono persino più lancinanti di prima; e l'accento è se possibile ancor più sottile e chiaroscurato: o forse è solo la suggestione della presenza scenica a farlo credere. La Sills era difatti un'artista che bisognava vedere, mentre la si sentiva. Qui, per esempio, in una recitazione tutta ricalcata su quella di Bette Davis in The Private Lives of Elisabeth and Essex di Curtiz (recitazione e ricalco preso a modello da quasi tutte le interpreti successive), il personaggio cui siamo di fronte ha statura gigantesca nonostante il tono generale d'uno spettacolo che porta al delirio kitsch l'impianto di base già all'insegna della recita parrocchiale ricalcata sul gusto del film hollywoodiano in costume.
L'incedere arrogante, mano sul fianco e andatura oscillante, con lo sguardo nerissimo in un volto dove sulla nivea biacca s'incidono solchi oscuri e profondi, potenzia al massimo i repentini cedimenti (la scena finale è pezzo di teatro semplicemente indimenticabile), che sprigionano così un potere di suggestione fortissimo: al pari degli scatti di furore coi quali domina la scena e la corte che l'attornia. Le riprese di Browning hanno l'intelligenza di soffermarsi quasi sempre su di lei, a sottolineare ulteriormente un'interpretazione teatrale veramente da conoscere. Apice, qui come nell'incisione ma col valore aggiunto di poterne vedere la portentosa mimica, la pateticità vaneggiante che illumina i profondi e aguzzi anfratti di «Vivi, ingrato» coi guizzi lampeggianti di terzine la cui trafiggente dolcezza annuncia un delirio incipiente, fatto esplodere nella pagina conclusiva dove ha la suprema saggezza di non enfatizzare più di tanto le discese sotto il rigo, ma d'affidarsi piuttosto a lamine di suono assottigliate fino all'inverosimile, specchio d'un gettare lo sguardo con sgomentato orrore entro i più neri recessi della sua anima, prima che la vita defluisca definitivamente a por fine a quell'orrore. La trovo semplicemente gigantesca.
Accanto a lei, la Marsee - specialista della parte - è discreta ma poco più; Alexander è alquanto duro in alto e la pronuncia lascia a desiderare, ma il timbro non è male e l'accento è buono; piuttosto plateale Fredricks, invece, oltre che molto a disagio in alto e di linea frammentaria. La direzione di Rudel si fa apprezzare per la notevole incisività, il piglio energico con cui tiene unita un'orchestra un po' slabbrata ma evidentemente entusiasta, e soprattutto per un'ottima scelta dei tempi, funzionale non solo alla Diva ma anche a Donizetti.
Beverly Sills spari dalle scene nella seconda metà degli anni settanta, passando per così dire dall'altra parte della barricata in qualità di direttrice artistica della «sua>> New York City Opera (e facendo un ottimo lavoro, va detto; c'è da essere profondamente tristi per la fine di quella gloriosa istituzione). Montserrat Caballé sulle scene ci restò invece ben oltre quanto sarebbe stato saggio: il Devereux lo tolse però dal repertorio in quello stesso periodo, facendo tuttavia in tempo a lasciarne una documentazione video. Purtroppo non a Venezia, quando il risultato sarebbe stato di gran lunga migliore, bensì ad Aix-en-Provence dove ebbe come Roberto un ragguardevole - quantunque stilisticamente non al meglio - José Carreras. Trattandosi della Caballé,
Tudor: lo spettacolo non sarebbe comunque andato al di là della recita in forma semiscenica con costumi: ma in funzione sontuosamente decorativa l'avevano concepito Alberto Fassini regista e Pier Luigi Pizzi scenografo e costumista (in quest'ultima veste particolarmente scatenato in direzione rivistaiola iperbarocca, con grande scialo di merletti ed ermellino). Sia la Sills che la Caballé impersonarono tutte e tre le protagoniste delle Joan Sutherland solo Anna e Maria. Saggia, a non volersi mai cimentare col Devereux che continuavano a chiederle, considerando quanto anche con Bolena - che, ruolo-Pasta com'è, avrebbe dovuto esserle congeniale - si trovasse poco a suo agio: in merito, lei amava rispondere ai curiosi intervistatori che trovava antipatica questa Elisabetta, ma antipatica credo trovasse piuttosto la sua scrittura vocale.
L'opera restò ciò nonostante in repertorio, seppure saltuariamente e sempre dipendente dalla presenza d'una protagonista capace d'esercitare il richiamo connesso a qualche suggestione, fosse essa vocale o d'immagine o di seguito d'appassionati. Molte furono tuttavia le meteore, quelle da «una e poi più». La si vide dunque nella messinscena di Jonathan Miller, che per tutte e tre le cosiddette opere Tudor aveva concepito un contenitore unico costituito da parallelepipedi mobili che realizzavano in pochi istanti (e con pochissima spesa) interni o esterni nei quali faceva svolgere regie piuttosto generiche ma comunque funzionali. Una sua tappa torinese nel 1997 attinse a risultati cospicui grazie alla presenza sul podio di Bruno Campanella, all'epoca primo direttore ospite del Regio, che dimostrò ancora una volta d'essere tra i massimi donizettiani di sempre accompagnando una Aleksandrina Pendačanska notevolissima sia vocalmente che scenicamente. Ci fu una spaventosa recita a Martina Franca (tra i flop più calamitosi di Rodolfo Celletti, che s'era incapricciato di tale Jolanta Omilian, quasi subito desaparecida da qualsivoglia palcoscenico) messa in scena con buon mestiere da Lamberto Puggelli. Ci fu, infelicissimo del pari ma un po' più decoroso in generale, lo spettacolo montato per Raina Kabaivanska nel 1988 a Roma ancora da Alberto Fassini ma con scene e costumi stavolta di David Walker: e che da allora restò quello noleggiato a ripetizione da parecchi teatri, quantunque reso per lo più irriconoscibile da un succedersi d'aiuti che ne abbassavano le già non vertiginose altezze. Lo si rivide tuttavia dieci anni dopo, al San Carlo, rimontato con cura affatto particolare e oggetto d'una videoregistrazione Rai all'epoca diffusa dall'ancora sperimentale canale a pagamento Stream: riversato in dvd da un'etichetta dalla distribuzione un po' avventurosa ma abbastanza reperibile. E vale ampiamente la pena darscovarla.
 
1997 IMAGE - Aleksandrina Pendačanska (Elisabetta), Giuseppe Sabbatini (Roberto), Ildió Komlósi (Sara), Roberto Servile (Nottingham); coro e orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, direttore Alain Guingal, regia Alberto Fassini; regia video Walter Licastro
 
La qualità tecnica non è del tutto ottimale, occorre segnalarlo: il suggeritore, soprattutto, andrebbe incluso in locandina giacché è protagonista onnipre- sente e parecchio fastidioso. Riprese video abbastanza scolastiche, ma aderenti in linea di massima all'idea portante dello spettacolo, che è quella di porre in costante primo piano i personaggi. I movimenti dei quali sono ligi alle convenzioni più consolidate, ma anche delle più leggibili e soprattutto aperte in massimo grado alle impennate personali: sicché la Pendačanska, col suo temperamento vivacissimo, ha mano libera nel creare un personaggio la cui complessità e la cui ricchezza di sfaccettature non sfigura al confronto con la Sills, cantandolo per giunta non poco meglio.
Voce né particolarmente bella nel colore di base, né particolarmente corposa. Ma voce da cui l'accento trae tutti i colori immaginabili, e che il temperamento sospinge con veemenza capace di rendere lama acuminata una linea governata da tecnica eccellente al pari della musicalità. Lama di volta in volta tranciante sopra assiemi non importa quanto fitti, librata su vuoti di paurosa sovreccitazione, piegata in fili di disperata allucinazione: ma sempre compatta, fluida, senza quei fastidiosi «scalini» particolarmente ardui a evitarsi in una scrittura così frastagliata e irregolare che impone quindi fior di tecnica nel controllo e nella distribuzione del fiato. È la forza di penetrazione impressa alle consonanti impiegate come leve per dilatare al massimo le successive vocali che trasforma la scolpitura della dizione in magnifico accento: di tanto più efficace in quanto (less is more, c'insegnano gli inglesi che di teatro ne sanno qualcosa) evita ogni scomposta esagitazione, trovando spessissimo nel sussurro la drammaticità più arroventata, e soprattutto sfruttando con grande sagacia teatrale l'effetto della crescita progressiva, dell'avvitarsi sempre più percussivo dell'accento, per costruire un inesausto arco di tensione. E come capita spesso, l'accento suggerisce il gesto capace di completarne il senso teatrale.
Anche la Pendačanska, come la Sills, prende quale evidentissimo modello la Bette Davis di The Private Lives of Elisabeth and Essex. Ma ha meno remore di lei nello spingere ancora più a fondo il pedale drammaturgico della don na anziana e poco attraente, afflitta per giunta dalla stessa gotta di cui soffriva procede comunque a mezzo di vistose oscillazioni. Difficilissimo. Se fai troppo, rischi il grottesco; fai poco, e resti solo patetica. Grottesco e patetico sono tuttavia ingredienti di partenza entrambi essenziali, come ci vien fatto toccare con mano qui: entrambi da dilatare man mano verso quella grandiosa tragicità nutrita dal grottesco sempre connesso a un potente che vede sgretolarsi tutto quanto davvero gl'importa, e non solo non può pateticamente farci niente, ma di quella frana è costretto a essere parte attiva.
Nel finale, Elisabetta è dunque in sottoveste bianca; senza la fastosa parrucca barocca dai riccioli rosso Tiziano fermati da perle, i capelli sono radi stoppini bianchi al di sotto di una misera cuffietta da notte candida che prova a riscaldare quel cranio semicalvo; il corpo, non più sostenuto dalla gabbia dei vestitionumento, si rilascia in un flaccidume da stanca medusa. E da quella penombra azzurrina, da quel vuoto letto a baldacchino che diventa il suo ultimo trono, “Vivi, ingrato» emerge dipinto con tutti i colori immaginabili del grigio: lamine di suono sospese su di un vuoto sempre più pauroso della ragione che pare ritrarsi, rifluire in lontani recessi sigillati da una disperazione allucinata, indifesa, tenerissima. La rivestono le donne, alla fine, estremo simulacro il cui nero riflette la sua anima vuota. E nello svolgere quella sconvolgente pagina finale (la modernità della quale rende persin difficile definirla, giacché cabaletta vera e propria non è, arioso nemmeno, stretta neanche, forse si tratta dell'accostamento di due arie diverse), sempre più sprofonda in un morboso disfacimento entro cui si consuma la dissoluzione d'un corpo e di un'anima: suggellata alla fine dal viso che si cela dietro un funebre velo azzurro, mentre il corpo crolla esanime sul letto, materializzazione del «<dov'era il mio trono s'innalza una tomba».
Accanto a una grande Elisabetta, quest'incisione fece scoprire quanto quest'opera debba avere anche «gli altri». Roberto, in particolare, può essere uno dei ruoli donizettiani maggiori: e Sabbatini ne fa uno dei tanti capolavori di cui ha costellato la propria carriera, documentata purtroppo pochissimo dal disco ufficiale, cui potrebbe porre rimedio il video ove trovassero la strada del dvd le molte sue registrazioni televisive. Linea di mirabile morbidezza e duttilità in virtù di un'emissione che l'appoggio perfetto sul fiato rende strumento docilissimo al servizio del talento d'un grande fraseggiatore. Di quelli che sanno quale partito possa trarsi dal pulsare continuo della dinamica, con piani e pianissimi a fungere non da occasionali bellurie, bensì da connettivo dell'intera esecuzione: la loro efficacia raddoppiata dal contrasto con gli acuti invariabilmente nitidi, scattanti, facilissimi ma soprattutto sempre d'espresssività magnifica.
Sotto questo profilo, nessuna edizione ascoltabile su qualunque supporto fa udire simile duetto tra Roberto e Sara. Quel rapinoso, sensualissimo alito di voce su cui si sospende «Ardo per te d'amor». Quella ripresa di «<Nascondi, frena i palpiti>> in un pianissimo reso dalla compattezza del suono ben più vibranmozionante sia questo colore di disperata esaltazione nella rinuncia rispette e fascinoso della consueta esplosione trionfalistica: per tacere di quanto più to a una banale glorificazione di decibel. E l'aria, che è poi una delle più belle e originali di tutto il pur nutrito catalogo tenorile donizettiano, riceve esecu zione ma ancor più interpretazione a dir poco paradigmatica. Forse non è altrettanto vario e sfaccettato di quello della Pendačanska il suo stare in sa tuttavia molto bene che partito possa trarsi da una figura spontaneamen te nobile (gli riesce persino elegante la perla pendente dal lobo, di solito tanto ridicola), riducendo al minimo ogni inutile sovreccitazione motoria per lavo- rare soprattutto di sguardi e di atteggiamento, molto ricordando - a chi li ha tanto spesso visti entrambi - quel grande attore che con pochissimi tratti riusciva a essere Jon Vickers.
Eccellente anche la coppia dei Nottingham. Servile ha il magnifico timbro brunito, la pastosa morbidezza e uguaglianza d'emissione che esibiva in que- gli anni, con un tipo di fraseggio tutto dall'interno della frase, che si sposa idealmente alla scrittura di Donizetti. E la Komlósi sfoggia una gran bella voce ampia e vellutata, compagna perfetta d'una figura e soprattutto d'un viso che ha quella sontuosità preraffaellita molto adatta al ruolo: memorabile, al riguardo, il suo convulso eppure più che mai seducente entrare in scena di corsa con le lunghe chiome sciolte e la mano levata a stringere l'anello, tra un opulento gonfiarsi dietro di lei dell'ampio mantello iridescente.
Lo stesso spettacolo di Fassini, restato immarcescibile per oltre vent'anni e probabilmente destinato a restarlo per chissà quanto tempo ancora, è stato ripreso - con cospicuo peggioramento - nel corso dell'annuale festival che Bergamo dedica a Donizetti senza che mai si riuscisse a produrre alcunché di realmente meritevole di ricordo.
 
2006 NAXOS - Dimitra Theodossiou (Elisabetta), Massimiliano Pisapia (Roberto), Federica Bragaglia (Sara), Andrew Schroeder (Nottingham); coro e orchestra del Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti, direttore Marcello Rota, regia Francesco Bellotto; regia video Matteo Ricchetti
 
L'idea originaria di presentare Elisabetta chiusa in abiticorazza che la rendessero di ieratica compostezza formale senza impedire che ne esca un furore uterino, viene da Bellotto stravolta in direzione marcatamente verista che come sempre genera effetti ilari. Perché un conto è sottolineare con uno scatto della persona (chiusa appunto in quei costumi enormemente ingombranti) una frase detta rabbiosamen 

L'OTTOCENTO Vol.I / Part VIII

2017
ELVIO GIUDICI
L'Ebrea (La Juive)
(opera in cinque atti di Eugène Scribe) Parigi, 23 febbraio 1835
 
2003 - Neil Shicoff (Eléazar), Krasimira Stojanova (Rachel), Simina Ivan (Eudoxie), Walter Fink (Brogni), Jianyi Zhang (Léopold); coro e orchestra dell'Opera di Vienna, direttore Vjekoslav Šutej, regia Günter Krämer; regia video Karina Fibich DG (2 dvd) 4:3 (ingl/fr/ted/sp) ✰✰✰
 
Parigi, Monarchia di Luglio, 1835: la borghesia, vera vincitrice della Rivoluzione, celebra all'Opéra fasti e nefasti della propria età dell'oro. Sorprendente, in tale contesto, La Juive di Fromental Halévy. Centrata sullo scontro tra fanatismo cattolico ed ebraico, ma senza opporre Bene a Male giacché priva di vinti e vincitori (tutti perdono qualcosa, tranne la folla come sempre plaudente a chi sta sopra), poggia su due travi portanti: grandi assiemi e robuste melodie, enfatizzati entrambi da orchestrazione di novità, raffinatezza ed efficacia capaci d'influenzare l'intero Ottocento musicale, da Verdi a Wagner a Musorgskij, avanti che antisemitismo prima e complessi di colpa poi la facessero sparire per settant'anni. La sua fastosa cornice storica, tuttavia, costituisce rischio mortale per il gusto senz'altro più stringato di oggi: evitato dal magnifico spettacolo di Günter Krämer.
Scena fissa (non male, per un kolossal!), tagliata orizzontalmente in due a delimitare un piano superiore e uno inferiore, immersi in una luce ghiacciata nella quale ancor più spiccano i violenti contrasti cromatici del nero per gli.
Ebrei e del bianco per i Cristiani. La vicenda si configura dunque anche tangibilmente quale insanabile conflitto tra le due opposte ideologie, sfumando connotazioni di tempo o luogo giacché in entrambe l'integralismo la vince sui valori più intimamente umani, e dunque tragicamente più attuali che mai. Circa tale attualità, non è male la frecciata verso la sempre xenofoba Austria (che quasi è riuscita a far credere che Beethoven fosse viennese e Hitler austriaco) la in costume tirolese. Così come accenni discretissimi bastano a far scoccare con la stella gialla affissa sopra la bottega di Eleazar cui davanti passa la fol brividi molto maggiori che se si fosse optato per la banalità di un'ambientazione ad Auschwitz, come quando Eleazar intona uno dei brani musicali più belli dell'intero teatro lirico togliendosi scarpe, calzini, giubba e occhiali, avvolgen doli a fagotto com'erano costretti a fare coloro che, nei lager, erano destinati a «passare per il camino». Circa la gestualità minuta, poi, Krämer si conferma regista di vaglia. Basterebbe l'unico esempio del faccia a faccia tra Eléazar e Brogni, nel quale la successione degli stati d'animo di una lotta morale senza quartiere è condotta con un'efficacia direttamente proporzionale all'economia di gesti caricati però dal primo all'ultimo di significato immediatamente comprensibile, e quindi di totale comunicativa.
Che sarebbe stata anche maggiore con direzione un po' meno generica, meno preoccupata delle sole note e un po' più del loro contenuto: e soprattutto del loro impiego per la costruzione d'un edificio drammaturgico di spessore meno fragile.
Di Eleazar, Neil Shicoff aveva fatto nel tempo il personaggio forse più d'ogni altro a lui riferibile. Benché filmato un po' avanti nella sua carriera, recitazione, fraseggio, analisi della parola sono tali (grandiosa come accento e intensità tragica la celeberrima aria del quart'atto che poi in realtà è l'ultimo, giacché a essa viene qui direttamente allacciata la marcia funebre del quinto) da indurre a fingere di non sentire la frequente instabilità che affligge una linea vocale parecchio slabbrata e dove il canto di sbalzo usa e abusa di quei colpi di glottide che Leyla Gencer ha tentato di rendere parte della normale tecnica vocale senza convincere troppo.
La Stojanova sul piano vocale è senz'altro la migliore del cast: linea ampia, ferma, ricca di modulazioni e resa espressiva da una ricchezza di pulsioni dinamiche e chiaroscuri accentali che delineano un grande personaggio grazie anche al fatto che esso sopporta un aspetto non propriamente giovafico quanto povere d'accento e, più in generale, di quello stile declamatorio nile. Walter Fink tonitrueggia lanciando bordate tanto ricche di peso specifrancese di cui Brogni sarebbe esempio tra i maggiori. Jianyi Zhang ha avuto il coraggio di affrontare addirittura il Robert di Meyerbeer: e se qui la ben diversa scrittura gli consente di riuscire un filo più accettabile, sforzo e abuso di gola per proiettare il fiato ne rendono ugualmente il canto d'incerto confine col grido. Circa questa Simina Ivan, tagliare a Eudoxie Bolero e duetto con Rachel ne rende la parte un tantino evanescente, ma ascoltando quanto ne resta forse è un bene.

L'OTTOCENTO Vol.I / Part IX

2017
ELVIO GIUDICI
Affidato per intero al disporsi delle masse in pose plastiche e all'incedere della Gencer in una delle sue più riuscite autocelebrazioni di quello status regale di cui aveva fatto il proprio cavallo di battaglia scenico. Cui però affiancava stavolta anche una delle più riuscite raffigurazioni drammatiche. Al di là di occasionali problemi vocali risolti peraltro da una forma eccellente, difatti, l'alternare squarci intensamente lirici (affidati a un'emissione che pareva ritrovare talune caratteristiche dell'originario timbro da soprano lirico-leggero) ad affondi di cupa e lacerata, persin furibonda disperazione creava un'Elisabetta di fortissimo spicco: destinata a porsi quale ineludibile ancorché non sempre giustificato termine di riferimento nel corso del successivo cammino dell'opera, iniziato a partire dal 1972 quando i complessi di Palermo portarono il loro ormai celebre spettacolo al Festival di Edimburgo.
Cammino, peraltro, nient'affatto trionfale al pari di tutto quanto il Rossini serio, che d'altronde attende ancora adesso una stabile collocazione nel repertorio corrente in luogo di sporadici «eventi» quali finiscono con l'essere riproposte troppo distanti tra loro. Cammino, però, che - a fronte di proposte sceniche sostanzialmente neutre - fu scandito da riuscite musicali notevoli. L'incisione Philips, per esempio, che restituiva all'opera la sua integralità e nella quale Montserrat Caballé consegnava al disco uno dei suoi personaggi migliori: cantato in scena (recitato sarebbe parola un po' troppo impegnativa) solo nell'estate di quello stesso 1975, ad Arles.
Ma a fronte di un'incisione, non importa quanto pregevole, tutt'altro impatto provocò la serata napoletana del dicembre 1991, anno celebrativo del bicentenario della nascita rossiniana: serata affidata alla cura di Alberto Zedda, come sempre più musicologo che teatrante ma capace comunque di ottenere cose egregie da una compagine orchestrale e soprattutto corale non precisamente impeccabile.
Enrico Job entrò nel folto gruppo di eccellenti scenografi improvvisatisi mediocri registi, la sua scena tuttavia era molto suggestiva, tanto da far rimpiangere che la Rai portasse al San Carlo solo i propri microfoni anziché le telecamere. In un cubo dalle pareti purpuree, una gigantesca scala rossa sale verso l'alto a reggere un grande trono dorato. Rosso tutto l'ambiente, neri tutti i costumi eccezion fatta per un'Elisabetta in bianco abbagliante. Spazio chiuso e verticale, che sottolinea la stratificazione piramidale del potere ma diventa anche la proiezione mentale della protagonista: resa quindi ancor
 
Gioachino Rossini - Elisabetta regina d'Inghilterra
(dramma in due atti di Giovanni Schmidt) Napoli, 4 ottobre 1815
 
1985 - Lella Cuberli (Elisabetta), Antonio Savastano (Leicester), Daniela Dessì (Matilde), Rockwell Blake (Norfolk); coro e orchestra del Teatro Regio di Torino, direttore Gabriele Ferro, regia Gianfranco De Bosio HARDY CLASSIC (1 dvd) 4:3 (it/ingl/fr) ✰✰✰
 
Dal più che centenario oblio in cui era caduta, quest'opera risorse nel 1953 grazie a un'esecuzione in forma di concerto dell'orchestra della Rai (che aveva appena celebrato il ventennale della sua nascita): esecuzione volonterosa ma certamente poco più che una scorsa generale. Cosa davvero fosse, e quale contenuto non solo musicale ma anche drammatico potesse nascondere, lo fece intuire con ben altra perentorietà lo spettacolo che nel dicembre 1970 preparò quale propria apertura di stagione il Massimo di Palermo: che nei tre lustri della gestione di Leopoldo De Simone conobbe il proprio periodo senz'altro più fulgido, destinato purtroppo a tramontare subito dopo questo avvenimento. Ho detto “preparò», giacché lo videro solo coloro presenti alle prove e alla generale: dopodiché, sciopero e annullamento. Tutta l'Italia musicale parlava di questa “riesumazione», come allora si costumava definire l'esecuzione di un'opera dimenticata, al fine di verificare se la dimenticanza fosse giustificata oppure no: e vivissima attesa circondava il previsto collegamento radiofonico. In molti, ricordo bene, ci s'era organizzati per la trasferta (con fatica, in epoca che non aveva ancora idea di cosa fosse un volo low cost): ma quasi tutti fortunatamente ci bloccammo al giungere di confuse notizie in merito alle agitazioni sindacali che facevano progressivamente salire la tensione in continue prove di forza - tipo spegnere di colpo le luci rispettando al secondo l'orario ufficiale - alimentate e, si sentiva dire, «giustificate» proprio dall'eccezionalità dell'avvenimento e quindi dal suo eccezionale ritorno mediatico.
Dunque, lo spettacolo vide la luce non nel previsto 1970 bensì nel dicembre successivo. Fortunatamente, con la Rai ancora disposta a trasmettere un'esecuzione diversa dall'originaria: Gianandrea Gavazzeni al posto di Nino Sanzogno, e Margherita Guglielmi a risolvere la tessitura di Matilde molto meglio quanto fosse riuscito a Sylvia Geszty. Inalterato restò il resto della locandina: che schierava Leyla Gencer, Umberto Grilli come Leicester e Pietro Bottazzo come Norfolk, guidati dalla regia di Mauro Bolognini entro una scenografia di Gaetano Pompa.
Intensa, coloratissima suggestione del loro rimando a certa pittura rinasci di  più isolata nel proprio vuoto sentimentale. Protagonista che fu Anna Caterina Antonacci. Antistoricamente bellissima, attrice ogni cui gesto era ricalcato su una nota (fosse merito suo, come sospetto, o di Job, il risultato era comunque portentoso), e ogni nota provvista d'un colore, un accento, un'inflessione che sfaccettavano una definizione psicologica magistrale: fornendo prova inoppugnabile di quanto la melodia rossiniana nasca, sì, già spettacolarmente fiorita, ma nient'affatto vero è che sia priva di contenuto espressivo, sol che incontri un'interprete capace di farne avvertire la sua particolare natura.
I lunghi passi vocalizzati in tempo rapido, per esempio. L'essere il Rossini serio scoperta musicale recente (e le eccezioni costituite da Tell e da Mosè non sono eccezioni bensì conferma) ha fatto sì che la musica rossiniana conosciuta fosse in tutto e per tutto quella comica. Parte il ben noto ritmo rossiniano distribuito sull'ancor più noto crescendo, e per automatico riflesso pavloviano questo «<effetto» fu per lunghissimo tempo - se pure non è ancora - identificato quale definizione musicale d'una situazione comica. E per conseguenza, allorché si cominciò a doversi confrontare con una situazione viceversa drammatica, molti ditini musicologici si puntarono a definire tale musica scandalosamente sganciata dal significato letterale delle parole. Ma se la stretta corrispondenza tra testo e musica è senz'altro vero stia alla base della nascita del canto; e se altrettanto inoppugnabile è quanto sia fattore essenziale nel teatro tardottocentesco: non meno vero è che non fosse invece elemento drammaturgico essenziale per Rossini, in ciò stretto seguace della pratica barocca che sull'autoimprestito - quando non addirittura sulla citazione letterale - aveva una delle travi portanti più solide. Un elemento drammaturgico che Rossini può impiegare nei modi più svariati perché lo inserisce entro una personalissima dinamica degli affetti: regolata da una gerarchia formale parecchio differente. È il motivo, come rilevava sacrosantamente Friedrich Lippmann, per cui non solo la stessa melodia svolge perfetta funzione drammaturgica applicata a due testi riferibili a situazioni antitetiche: ma è l'analogia stessa, a non risultare in fin dei conti avvertibile se non facendoci proprio mente locale.
L'Antonacci dunque, favolosa Rosina nel Barbiere messo in scena a Roma da Hugo De Ana, a Napoli fu favolosissima Elisabetta. E per le identiche ragioni. La più che decorosa quantunque nient'affatto virtuosistica linea di canto diveniva «altra» per la lievitazione drammatica conferitale in pari misura da un ventaglio eccezionalmente ampio d'accenti e di colori; e da una gestualità che faceva gloriosamente a meno di tutte le anticaglie di deambulazione e atteggiamenti cosiddetti «regali» (maledizione atavica che dall'antichità del teatro musicale spinge i suoi deleteri effetti fin dentro i giorni nostri, in particolare quelli italici) per esplorare il ben altrimenti vario e interessante universo espressivo di una donna. Moderna.
Inoltre, se Sumi Jo veniva a capo nel complesso onorevolmente della scrittura - se non della psicologia - di Matilde, Chris Merritt e Rockwell Blake definivano al meglio Leicester e Norfolk. L'organizzazione vocale di quello risentiva, a dire il vero, d'una tal quale pesantezza e mancanza di fluidità che, costringendolo quinci e quivi a forzare, ledeva un po' la linea della sua stupenda aria con corni inglesi e flauti obbligati, ancora dominata tuttavia con una perentorietà che, se non aveva paragoni allora, ben pochi ne ha avuti in seguito. Ma l'abbagliante virtuosismo con cui questo sgranava i micidiali passi di coloratura era lo stesso per cui Blake, al di là del timbro ingrato, è stato figura di primo piano nella corretta ridefinizione della voce tenorile rossiniana.
Lo spettacolo di Job non fu ripreso altrove, ma quando nel 2004 l'opera fu finalmente allestita al Rossini Opera Festival di Pesaro (niente ripresa televisiva, ma una registrazione solo audio dal vivo, di cui era stata promessa la commercializzazione viceversa mai effettuatasi), l'impianto scenografico che Giovanni Carluccio preparò per la regia di Daniele Abbado parve rievocarlo dappresso.
Spaccato verticale di tubolari d'acciaio, con angusti camminamenti a strapiombo su cui batte una luce gelida, a enfatizzare la claustrofobia d'una costruzione identicamente prigione e palazzo reale, abitata da una corte in abiti secenteschi costretta a percorsi tortuosi laddove la regina sta sempre giù, al centro del vertiginoso pozzo centrale: metafora d'una solitudine alienante non immemore della conclusione di Elizabeth di Shekhar Kapur. E la regia lavora con intelligenza su di un doppio binario.
Da una parte, tutta in sottrazione quella dei singoli impegnati nei brani solistici: centrando così piuttosto bene la peculiarissima drammaturgia rossiniana. Che è eminentemente statica, gli affetti emergenti di sbieco da strutture d'ingannevole semplicità ritmica, dove il virtuosismo strumentale e ancor più vocale non è sterile decorazione bensì muro maestro: antitetico pertanto sia a ogni esteriore realismo, sia soprattutto a quel descrittivismo psicologico perseguito invece dal Romanticismo, l'imporsi dei cui parametri espressivi ha oscurato i precedenti, nient'affatto minori.
Dall'altra parte, c'è il lavoro sulle grandiose pagine corali e dei grandi recitativi accompagnati (che rappresentano una delle maggiori conquiste storiche della musica rossiniana nel loro rinnegare la schematica stenografia clavicembalistica per espandersi invece in pagine d'elevatissima temperie drammatica): qui la regia di Abbado inquadra una narrazione a forti blocchi articolati in un'atmosfera romanzesca alla film hollywoodiano del genere Prigioniero di Zenda, che a mio parere ci sta benissimo. Perché proprio questo - e nient'affatto il consueto ambaradan maestosamente e immobilmente «regale» - definisce al meglio un'opera che sposa in pieno quel gusto borghese, se non proprio popolare, del teatro francese impostosi negli anni dell'Impero sugli schemi dell'opera seria, resi pertanto polverosi e antichi. Come perfettamente ha scritto Giovanni Carli Ballola, «la bufera rivoluzionaria aveva fatto del musico settecentesco e della sua tenera aria con le catene un prigioniero di Stato vittima di un sopruso politico e rinchiuso in un orrido carcere a languire e delirare, vero e proprio tópos della retorica spettacolare». Che per l'appunto è quanto riusciva a realizzare lo spettacolo di Abbado.aubss
L'orchestra di Renato Palumbo privilegia invece un tantino troppo una tal quale ragioneria ritmica, che oltre a trovarsi in asintonia con l'atmosfera creatasi in palcoscenico, spesso rema contro le ragioni del canto. Difese invece brillantemente da un cast nel quale Bruce Sledge e Antonino Siragusa rievocano la coppia Merritt-Blake degli anni ottanta, perdendo qualcosa (ma non poi tanto) sul terreno più propriamente virtuosistico ma guadagnando (parecchio) su quello espressivo. Così come poche Matildi hanno sfoggiato bellezza timbrica e spontanea comunicativa d'accento pari a quelle esibite da Mariola Cantarero.
Sonia Ganassi affrontava per la prima volta un ruolo-Colbran, uscendone con tutti gli onori propri di un'autentica fuoriclasse. La scrittura impervia (apice la parete di sesto grado vocale della tripartita scena finale) non solo è dominata in ogni particolare, ma resa oltremodo espressiva dalla scolpitura d'un fraseggio nel quale il protervo furore delle folli colorature e la lancinante melanconia degli intensissimi cantabili si fondono in un personaggio dotato di spessore teatrale diverso - anche per via della diversa statura d'attrice  da quello riuscito all'Antonacci: ma non meno suggestivo.
Una delle tante calamità di cui soprattutto il repertorio rossiniano è prodigo è pertanto l'assenza di qualunque documentazione video degli spettacoli napoletano e soprattutto pesarese: a fronte dell'unico video esistente di Elisabetta, dovuto alla lungimiranza del Regio di Torino all'epoca sotto la gestione di Piero Rattalino.
 
1985 HARDY CLASSIC - Lella Cuberli (Elisabetta), Antonio Savastano (Leicester), Daniela Dessi (Matilde), Rockwell Blake (Norfolk); coro e orchestra del Teatro Regio di Torino, direttore Gabriele Ferro, regia Gianfranco De Bosio

LA REPUBBLICA

2017.01.21
PIERO VIOLANTE

Gli ordini Verdi "Voglio voci cupe e velante e occhio al duetto


Macbeth, melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave da Shakespeare, andò in scena al Teatro La Pergola in Firenze il 14 marzo 1847. È considerata dai verdiani doc la pietra angolare del teatro di Verdi perché è la prima opera che si offre come "studio d'anima" e perché nel suo primo incontro con il venerato Shakespeare – che il musicista storpiava in "Shacspear" – rivela in modo "esemplare" la conquista di un "severo e profondo ideale drammatico" musicalmente innovativo. Ebbene questa profetica superiorità di "Macbeth" ha stentato ad affermarsi. Lo testimoniano le analisi guardinghe, con molti se e ma, di Massimo Mila che, come ebbe ad affermare Gianandrea Gavazzeni, tradiva la sua formazione crociana proprio nel suo imbarazzo per le "opere minori" e nel privilegiare le vette.
Se in Germania la Verdi- Renaissance risale agli anni Venti, in Italia bisogna attendere gli anni Cinquanta e coincide con l'interpretazione di Maria Callas sotto la guida rapinosa di Victor de Sabata alla Scala. Quella sera "Macbeth" ruppe le catene degli "anni di galera". Quel recupero - al quale, va ricordato, contribuì un'altra cantante straordinaria, Leyla Gencer, pose l'opera formalmente oltre il Verdi della trilogia popolare, congiungendola all'ultimo Verdi. Dopo Callas - de Sabata, dopo Gencer – Gavazzeni e Gencer – Gui, l'opera è stata vista non più come un anello di passaggio –pur essendo ritenuta tra le opere giovanili più interessanti insieme ad Ernani e Luisa Miller - ma anticipazione sperimentale drammaturgico- musicale, successivamente addomesticata.
È in questo contesto che "Macbeth" approda a Palermo per la prima volta nel 1960 con la Gencer e Giuseppe Taddei. Sul podio Vittorio Gui. Ragazzo, ne rimasi ammaliato. Una registrazione disponibile, ora anche su Youtube, conferma quella fascinazione. Straordinario Taddei: forte, tondo, chiaro nelle dizione; lancinante la drammaticità espressiva della Gencer «una turca da favola, pienotta dal volto circasso», ricorda con più precisione Lanza Tomasi; travolgente la direzione di Gui. Una meraviglia.
A partire da quegli anni, i critici leggeranno nel Macbeth , nella prima stesura dell'opera (Verdi sottopose l'opera a revisione negli anni Sessanta ma non in modo radicale come per il Simon Boccanegra ) le molte innovazioni formali riguardanti l'audacia sorprendente degli sviluppi armonici; la timbrica scabra e pungente (le fanfare dell'ultimo atto non saranno sfuggite a Stravinskij), l'uso della tonalità. Il tutto immerso in un colore scuro che non ha eguali e sul quale insisteva già il Rossini dell'Otello.
I verdiani doc si battono sulla consapevolezza del Maestro della rivoluzione espressiva e teatrale che "Macbeth" incarna. A riprova esibiscono le lettere al "povero" Piave e in cui Verdi lo sprona a raggiungere la "brevità" e la "sublimità" del testo shakespeariano; a dargli insomma la "parola scenica". Consegue a questa preoccupazione icastica, quella inedita per Verdi che i cantanti non cantassero ma recitassero.
E alla prima, dopo Firenze, al San Carlo di Napoli, difatti il musicista si mostra preoccupato per la bellezza della voce della protagonista, la celebre Tadolini: «Ha troppo grandi qualità per fare questa parte. Vi parrà questo un assurdo ma non lo è … Io vorrei in Lady una voce aspra soffocata cupa ».
Sarà la voce della Callas e della Gencer. E aggiungeva Verdi: «Avvertite che i pezzi principali sono due: il duetto tra Lady Macbeth e Macbeth e il sonnambulismo. Se questi pezzi cadono l'opera è perduta: e questi pezzi non si devono assolutamente cantare: bisogna agirli e declamarli con una voce ben cupa e velata, senza di ciò non può essere l'effetto. L'orchestra con la "sordina". La scena estremamente oscura». Dopo il 1960, "Macbeth" ritorna a Palermo nel 1969 con la Gencer ma con Gavazzeni sul podio. Ne fummo entusiasti. Una terza volta è nel 1976, al teatro Politeama, con Glossop e Olivia Stapp, la direzione di de Fabritiis, le belle scene di Pizzi, la regia molto elegante di Alberto Fassini.
L'ultimo "Macbeth" risale al 2003. Sul podio Gabriele Ferro. Regia di Nekrosius, enigmatico maestro della scena contemporanea. A mia memoria fra le più "avanzate" produzioni del Teatro Massimo. 

LA REPUBBLICA

2017.04.15
ANGELO FOLETTO

Il genio Dino Ciani una carriera spezzata

In altri tempi, quando la vita culturale milanese passava anche per alcuni salotti e le coppie rivali andavano di moda anche in musica, il corrispondente pianistico delle figurine Mazzola -Rivera era Pollini-Ciani. Poi Dino Ciani morì per un tragico incidente automobilistico nel 1974 (l'ultima esibizione era stata a Chicago, con Carlo Maria Giulini sul podio; l'ultima a Milano il 4 marzo: Winterreise alla Piccola Scala con Claudio Desderi). Schiantandosi a trentatré anni contro un palo della via Flaminia. Guidava probabilmente non a prova di autovelox una Triumph "Spitfire IV", marca e nome che evocano altri tempi e sogni meccanici. Chissà, forse stava fumando. Nella preziosa e affettuosa galleria fotografica che correda Dino Ciani percorsi interrotti, il libro-biografia-ricordo affettuoso dell'amico e cantante- musicologo Felice Todde, la sigaretta è quasi sempre accesa. Ma fin dall'immagine aeroportuale di copertina, un'aragosta nella destra e un paio di volumetti tascabili nella sinistra, il libro ricostruisce accanto alla maturazione artistica il ragazzo che amava la convivialità e le amicizie con importanti compagni di avventure intellettuali e umane: Leyla Gencer e Nikita Magaloff (con Pollini e Gianandrea Gavazzeni partner nell'esecuzione del repertorio operistico suonato a quattro mani), Claudio Abbado e Pier Luigi Pizzi, Renato Caccamo e l'autore del libro. Luoghi degli incontri regolari, Cortina dove soddisfava la passione sportiva e dove da dieci anni è stato creato il Festival che porta il suo nome, la villa di Ranco sul Lago Maggiore, e i salotti dopo-Scala tra cui quelli speciali di Nandi Ostali che lo ricorda come «giovane uomo straordinario che ha segnato la vita di quanti l'hanno condivisa con lui» e dove capitava spesso che i cantanti scaligeri, dopo la recita, si facessero accompagnare in improvvisati recital. Chi ha sentito in pubblico Dino Ciani – "pianista-musicista" a dirla con Pollini – ricorda e rimpiange il suo tocco speciale e la capacità di far capire le ragioni e la "storia" di ciò che suonava. 

AMBASCIATA d'ITALIA, ANKARA

2017.04.25

CORRIERE DELLA SERA
2017.05.04

2 0 1 8 

L'OTTOCENTO Vol.II / Part I
2018
ELVIO GIUDICI
Francis Toye tuttora incensatissimo dalla critica anglosassone), si può pertan l'aveva capito (basta rileggersi, al riguardo, il libercolo a lui dedicato da quel to capire perfettamente come il Don Carlo che Lord Harewood, direttore ar tistico del Covent Garden, aveva sudato parecchio a far accettare al proprio consiglio d'amministrazione, suscitasse un'ammirazione che trent'anni di ri prese tramutarono in autentico feticismo. Non che l'ammirazione fosse usurpata, beninteso: la direzione di Carlo Maria Giulini e lo spettacolo di Luchino Visconti (firmatario di regia, scene e costumi), il suo primo al di fuori della Scala e senza la Callas, si fanno ammirare anche oggi. Molto meno di allora. tuttavia. Se la direzione la si può ascoltare nella registrazione dal vivo pubblicata con suono eccellente dalla Myto (che fa giustizia della bugia spesso reiterata anche ai giorni nostri, l'essere integrale un'edizione viceversa bucherellata ovunque da tagli d'ogni dimensione e gravità), lo spettacolo - complice la sua trentennale tenuta - è riuscito ad approdare al dvd.
 
1985 WARNER (edizione Modena) - Luis Lima (Carlo), Ileana Cotrubaş (Elisabetta), Robert Lloyd (Filippo), Giorgio Zancanaro (Posa), Bruna Baglioni (Eboli), Joseph Rouleau (Inquisitore), Matthew Best (Frate); coro e orchestra del Covent Garden, direttore Bernard Haitink, regia Luchino Visconti (riallestita da Christopher Renshaw); regia video Brian Large
 
Brian Large valorizza da par suo il maestoso impianto scenico, badando poi a che il gioco scenico ideato da Visconti - o almeno quanto ne è sopravvissuto nel riadattamento fattone tempo prima da Alberto Fassini - si traduca in immagini provviste d'una qualche forza significativa. C'è solo il problema che, a teatro, già trent'anni (e per giunta quei trent'anni) erano un'enormità, e figuriamoci aggravati dai quasi cinque lustri che separano la ripresa video dai giorni nostri: quanto poteva apparire nuovo o perfino rivoluzionario all'approssimarsi dei sessanta, oggi che abbiamo da un po' doppiato il millennio appare nella migliore delle ipotesi solo ipertrofica routine.
Beninteso, una persona d'età non ha difficoltà a immaginare le ragioni del rilevante impatto suscitato allora da Visconti: che riversava moduli stilistici e ricerche psicologiche di pretta marca teatrale in un palcoscenico lirico per lo più aduso a atteggiamenti e magniloquenza non poco diversi. Oggi però quegli stessi moduli sono diventati teatro da piccolo mondo antico. E nel guardare a queste immagini, può replicarsi quanto accaduto alla Scala allorché rimontarono la celeberrima Anna Bolena viscontiana: con quelli della mia età tutti altrettante Norme a sospirare «Oh, rimembranza» con relativa lacrima facile; e i ventenni a guardarci con gentile commiserazione, non capendo proprio - con ragione - cosa ci fosse di tanto rimarchevole in uno spettacolo che avevano sentito mitizzare a ogni piè sospinto e che adesso (il Re è nudo!) appariva normalissimo a voler essere gentili, stravecchio a dire le cose per quel che erano.
Molte idee del Don Carlo viscontiano potrebbero ancora andare, di per sé, benché bisognose di tutt'altra gestualità e soprattutto da enucleare sottraendole alla loro dispersione in un costante iradiddio scenografico. Quello che per esempio rendeva il convento di San Giusto bisognoso di più di dieci minuti di siparietto per essere allestito: mi ricordo ancora bene l'impatto che sapeva suscitare allorché ne rimontarono a Roma la maestosità doverosamente opprimente; rivisto molti anni dopo a Firenze, era ormai diventato epitome d'un kitsch lirico insoffribile. Ma ancora valido era il modo con cui veniva delineato il rapporto Carlo-Rodrigo: questo una roccia incrollabile, quello un nevrotico sovreccitato e debole, con evidenti crisi d'epilessia. Poi quella Spagna oppressa dall'Inquisizione e dalla rigidità d'un potere immobile, resa da luci, costumi (e probabilmente, in origine, anche dalla gestualità) del tutto diversa dalla Francia del prim'atto. Una Spagna risolta non abbuiando e tingendo tutto di nero, ma facendone esplodere i violentissimi colori calcinati dal sole, aggiungendo contrasto a contrasto (però l'arrivo di Filippo coi due levrieri! Ma non era Visconti, quello che sacrosantamente proclamava «a teatro, bambini e cani roba da ruffiani»?). Quell'autodafé le cui masse sono regolate con sapienza cinematografica, e in cui le vicende dei singoli s'inseriscono con grande leggi- bilità (ma qui abbiamo per l'appunto uno dei maggiori capolavori conseguiti da Large). Quel tremendo colloquio Filippo-Inquisitore, col Re di Spagna che attorno all'imperturbabile macigno del prete gira in tondo, sempre più agitato, sempre più solo e sempre più conscio d'essere un perdente.
Spettacolo cui insomma nessuno potrebbe negare l'appellativo di storico, confermato da un numero di riprese del tutto insolito persino per un teatro di repertorio come il Covent Garden (la ripresa del '67 fu diretta da una giovane promessa del podio rispondente al nome di Claudio Abbado, ed Eboli era un'altrettanto luminosa promessa chiamata Shirley Verrett): ma riproporlo tal quale oggi, come talora capita di sentir vagheggiare da direttori artistici cui sembrerebbe avessero ritirato il passaporto, sgomenta non poco.
Peccato, inoltre, che la decisione di consegnare questo reperto alle immagini non sia stata presa nel corso di qualcuna delle riprese precedenti, allieta. te da cast in massima parte ben migliori.
Lima è fisicamente perfetto per la parte, e recita inoltre splendidamente: l'emissione è molto instabile, però, e gli acuti suonano aspri, duri, sfocati e spesso «indietro» per mancanza d'adeguato appoggio. Ma cose da niente - anche perché compensate dall'ottimo e sempre interessante fraseggio - a paragone di quanto fa ascoltare una Cotrubaş ormai oltre al capolinea: e che difatti fe ce perdere le sue tracce (almeno nei grandi teatri) dopo queste infauste recite L'emissione si regge sul nulla, ogni nota moderatamente acuta risolta in uno strillo e le frequentissime discese sotto il rigo ridotte a sola aria calda, rauche e gutturali oltre ogni dire: Gesù, il si diesis sotto al rigo di “la pace dell'avel»; per non dire del la diesis del penultimo «se ancor si piange»! In condizioni del genere, inutile è parlare dell'accento, che difatti non c'è: sostituito da un pigolare stridulo atteggiato a mestizia, a far da contraltare a un viso invecchiato anche peggio della voce.
La Baglioni è un'Eboli discretamente provinciale, che annaspa in modo noso nella «Canzone del velo» ma sfoggia un registro centroacuto di discreta solidità nel terzetto e nell'aria, senza distinguersi granché sul fronte del fraseggio. Cosa che vale anche per Zancanaro: il quale canta di gran lunga meglio di tutti con una linea ampia, solida, scorrevole, facile negli acuti ma bloccata in esasperante monotonia di fraseggio: dove accenti distratti s'alternano ad altri plebei, quasi non fosse del tutto cosciente del significato delle parole che dice. A maggior ragione spicca allora Lloyd: che ha voce decisamente troppo piccina per quanto richiesto dalla scrittura di Filippo, ma fraseggia benissimo, chiaroscurando un personaggio ovunque vivo, interessante, di cui ci fa percepire l'evoluzione nel corso dell'opera. Un Filippino, magari, quanto a canto: ma che s'esprime come Filippo. L'Inquisitore di Rouleau (che nel '72 partecipò all'incisione audio Opera Rara dell'edizione di Parigi, integralissima con gli otto brani appena ritrovati e in francese, dando eccellente rilievo vocale e interpretativo a Filippo) è parecchio liso, ancorché tracce del suo valore d'interprete sopravvivano e gettino lampi corruschi di grande efficacia; pessimo il Frate, al pari delle parti di fianco e dello smorto coro.
Haitink, alla testa di un'orchestra la cui gran buona volontà non basta a porre sul livello delle altre e ben altrimenti blasonate orchestre sinfoniche londinesi, dirige impugnando il metronomo e per giunta menando con esso fendenti di pesantezza e monotonia davvero eccedenti: proprio la fastosità cromatica dell'allestimento enfatizza quanti pochi colori si riflettano invece nello strumentale; che sfocatura e piattezza abbiano i brani di conversazione; e insomma come l'opera sia da Haitink già vista nella plumbea monotonia da cui inquadrerà la successiva sua interpretazione consegnata al disco solo audio, tra le peggiori di sempre.
Sono soprattutto gli anni sessanta ad aver visto la definitiva assunzione di Don Carlo nella rosa dei massimi capolavori verdiani.
Il disco ha in questo caso svolto quella funzione culturale che non sempre persegue, preferendo sacrificarla alla vetrina del commercio promozionale. Le incisioni di Solti prima e Giulini poi (etichette rispettivamente Decca ed Emi), indipendentemente da quale la vinca sull'altra, sono comunque su un altro piano rispetto alla Cetra di Fernando Previtali (che per giunta i tagli rendono quasi una selezione) e alle due di Santini: entrambe restituirono all'opera l'integralità dell'edizione di Modena - senz'ombra di dubbio la sua migliore - ed entrambe suscitarono molto scalpore grazie anche al notevole successo commerciale. Alcuni grandi cantanti fecero dei rispettivi ruoli altrettanti cavalli di battaglia, inducendo i direttori artistici ad allestire l'opera nella speranza che potesse acquisire, oltre all'indubbio successo di critica, anche quello popolare. Così non fu e probabilmente non sarà mai, sorte peraltro condivisa col Simon Boccanegra che non gli è in nulla inferiore: però è già un risultato estremamente positivo l'aver superato lo stadio della rispettosa stima presso il pubblico più avvertito, nel quale sono ormai molti a attribuire a Don Carlo la qualifica di capolavoro senza se e senza ma.
I teatri, dicevo, infittirono la presenza dell'opera nei loro cartelloni: ma con prudenza. In un'epoca la cui relativa disponibilità finanziaria favoriva i nuovi allestimenti con ricambi talora fin troppo affrettati, le nuove produzioni di Don Carlo si contano invece sulle dita d'una mano per quanto riguarda i grandi teatri, che reiterano gli spettacoli già nei magazzini, tutti all'insegna delle grandiose scenografie dipinte, com'è ovvio tutt'altra cosa rispetto ai quadri d'un Sironi. Come appunto quelle di Luchino Visconti a Londra. Quelle di Jacques Dupont a Parigi, nate nel 1963 e immarcescibili per vent'anni, ad avvolgere una delle tipiche non regie di Margherita Wallmann, che da coreografa (solo discreta) curava l'atteggiamento, ma deputava la gestualità alla buona volontà dei singoli. Quelle di Jürgen Rose a Vienna, per la regia come suo solito piatta e incolore di Otto Schenk. Quelle di Rolf Gérard per la regia di Margaret Webster (prima donna regista al Met), restate immutabili per quasi trent'anni a cercare di battere il record londinese, dopo essere nate nel 1950 per inaugurare la gestione di Rudolf Bing, che fu tra i più meritoriamente cocciuti nell'imporre Don Carlo a un pubblico grazie a lui sempre meno recalcitrante.
Come, infine, le scene pesantone e massicce di Georges Wakhévitch alla Scala nel 1961: che si sostituivano a quelle di Nicola Benois di dieci anni prima, senza che se ne scorgesse una sostanziale differenza. Giacché in fin de tre scalinate che conducono al sagrato della cattedrale; enorme grata irta di i finestroni immersi nella lattiginosa luce dell'alba per lo studio di Filippo; al conti molto simili tra loro sono gli archi ribassati e le scalinate per il chiostro spunzoni e inclinata in avanti che fa tanto espressionismo per la prigione, al la quale per lo meno viene risparmiato il solito omaggio a frisson si Piranesi; semmai,
per far concorrenza all'Arena) era costituito dall'arrivo di Elisabetta a cavallo in quel prim'atto che Gabriele Santini volle ripristinato. La regia di Margheri ta Wallmann, dal canto suo, provvedeva alle proverbiali sue sfilate con ster dardi, alabarde, ventagli a piume e insomma concorrenza spietata alle ultime contemporanee riviste di Wanda Osiris. A una Regina, ad esempio, pertiene qualo strascico. Ma siccome la Scala è la Scala, a quest'Elisabetta lo facciamo dripartito, e a reggerlo reclutiamo dei paggi per conseguenza quattro, che lo apriranno a ventaglio mentre Leyla Gencer scende la scalinata: così la Wanda muore d'invidia. E per il resto, come se Visconti non fosse mai passato di là. Gestualità affidata pressoché al completo all'iniziativa dei singoli, che per fortuna sapevano stare in scena dato che si trattava di Christoff, Bastianini, Simionato, Stella; e se Carlo era soltanto Flaviano Labò, in compenso l'Inquisitore si chiamava Nicolai Ghiaurov, e cosa successe in quella scena me lo ricordo ancora come l'avessi visto e sentito ieri.
Se i grandi teatri vivevano per lo più di rendita sui loro vecchi ancorché in varia misura gloriosi allestimenti, molti furono quelli che sull'onda del risveglio d'interesse per Don Carlo lo misero in scena dopo decenni d'assenza, o addirittura per la prima volta.
È questo il caso, ad esempio, dell'Arena di Verona: luogo significativo per valutare il successo popolare, e luogo in cui Don Carlo arrivò solo nell'estate del 1969, con naturalmente la prudenza di presentarne la versione di Milano. Ecco però un caso probante di lunga attesa premiata da eccezionale risultato: forse il miglior spettacolo - teatralmente parlando - che l'Arena abbia mai prodotto nella sua lunga e popolare storia. C'era un buon direttore, Eliahu Inbal. Un grande cast: Domingo, Cossotto, Cappuccilli, Dimiter Petkov e la Caballe, reduce da un serio incidente automobilistico che ne aveva impedito il debutto alla Scala ma non all'Arena, le gambe bisognose di stampelle ma la voce gloriosamente no. Però, caso colà più unico che raro, c'era anche un grande regista: Jean Vilar. Il quale era arrivato a Verona e aveva lasciato tutti basiti sostenen do che siccome quello era un palcoscenico unico al mondo, coprirlo sarebbe stata un'imperdonabile sciocchezza: era già una scenografia compiuta. ralmente, la cosa più gentile che serpeggiava nei commenti del pubblico era «ha preso un sacco di soldi per non fare niente»: giacché, se ancora adesso regna l'equivoco che regia rimi con scenografia, figuriamoci allora. Aveva fatto moltissimo, invece, Vilar: col determinante contributo d'un giovanissimo aiuto regista che di nome faceva Piero Faggioni.
Sui gradoni, solo due archi grandi e due più piccoli, in corrispondenza degli ingressi già esistenti. Qualche parapetto a enfatizzare l'amplissima curva dell'anfiteatro. Al centro e piantata in cima alla prima rampa dei gradoni, altissima e nera, una croce. In basso, un elemento decorativo a due ordini di colonnine fungeva da cancellata, portale di cattedrale, retablo d'altare. E basta. Il resto, magistrale movimento di masse e recitazione (cos'era il salire progressivo del popolo verso l'alto, nella scena dell'autodafé, quasi fosse attirato dall'invisibile Voce dal Cielo!), entro un gioco di luci quale mai s'era visto su quel pachidermico palcoscenico: che improvvisamente diventava la scena del mondo, con effetti restati da allora indelebili nella memoria di quanti ebbero la fortuna di vederli. Cito solo, ma sarebbero molti di più, il duetto Filippo-Inquisitore. Durante il quale un'illuminazione sapientissima faceva sì che l'ombra di quella croce scendesse serpeggiando lenta gradone dopo gradone, simile a un enorme pitone nero che proprio sul «Dunque il trono piegar dovrà sempre all'altare» giungeva ad avviluppare Filippo: che si rannicchiava e quasi spariva, schiacciato da quell'ombra fattasi di colpo cosa viva e maligna.
Nel 2007, durante il suo breve mandato, il sovrintendente Claudio Orazi si rese reo della colpa infamante di ritenere che pensare non sia reato (recidivo, per giunta, giacché analogo peccato aveva commesso allo Sferisterio di Macerata, che difatti conobbe con lui - a partire dalla Traviata di Svoboda - i primi anni durante i quali valeva la pena andarci), e di conseguenza annunciò di voler riproporre quell'antica ancorché incompresa gloria veronese. Fu subito silurato, e con generale sollievo si ridiede il via libera a ciaffi, paccottiglia, sfilate varie. Massì, forse è meglio: fa già così caldo, su quei gradoni, l'improba fatica di dover riflettere lo renderebbe troppo gravoso.

L'OTTOCENTO Vol.II / Part II

2018
ELVIO GIUDICI
I singoli, fatti uscire da quadri così ben delineati, ricevono già in partenza una loro definizione, approfondita poi in una gestualità scavata, ora irrigidita in un atteggiamento, ora sciolta in camminate prive d'ogni stereotipo melodrammatico, ora moltiplicata in giochi d'ombra creati dall'impiego magistrale delle luci, come sempre affidate al genio di Vannio Vanni che accompagnerà per moltissimo tempo Visconti sia a teatro sia al cinema. Senza dimenticare quanto la nervosa, mobilissima direzione di Schippers si rivelasse decisiva per la riuscita finale, nonostante qualche ombra s'insinuasse nelle molte luci (stranezze agogiche e scelleratezze di tagli, che si ritrovano nell'incisione discografica difatti non perfettamente riuscita): i giovani cantanti, per parte loro, facevano quel (poco) che potevano, riscattandosi per quanto possibile con una presenza scenica dove pagava alto dividendo l'assenza d'ogni risparmio.
La più appariscente conquista realizzata a teatro da Visconti fu quella della riconosciuta centralità dell'attore, esplicitata non più da uno solo - il protagonista mattatore - bensì dall'insieme della compagnia: da chi pronunciava i colossali monologhi, giù fino alla «cena è servita». Anche nel teatro lirico, dove la diversità di linguaggio rappresentata dal canto non solo non contraddiceva, ma semmai incrementava l'esaltazione della fisicità. Era un qualcosa che Visconti era andato costruendo con genialità di risultati attraverso la mitica compagnia Morelli-Stoppa da lui diretta e in seno alla quale immetteva di volta in volta quanto c'era e ci sarebbe stato di meglio in campo attoriale: dai grandi vecchi (Benassi, Ruggeri, Pavlova) ai nomi più consolidati (Pagnani, Brignone, Santuccio, Ferrati) ai giovani talentuosissimi cui quella compagnia e quel regista funsero da formidabile culla dove crescere e dove sviluppare le rispettive personalità ma sotto l'egida unificante d'un metodo (Mastroianni, Gassman, Orsini, Pani, Tedeschi, De Lullo, Valli, Falk, Asti, Guarnieri).
Qualcosa, però, che procedeva parallelo a quanto - molto diverso nei metodi, ma complementare nei risultati d'una teatralità radicalmente nuova - accadeva sulle tavole della milanese via Rovello: dove, il 14 maggio 1947, Paolo Grassi e Giorgio Strehler avevano aperto il Piccolo Teatro.
Metodi diversi, dicevo. Quindi personalità via via sempre più diverse ad assumerli e svilupparli. Con però l'eccezione di qualche nome che agiva tanto al Piccolo di Milano quanto all'Eliseo di Roma.
Uno, soprattutto: Giorgio De Lullo. Che nel 1945, ventiquattrenne sconosciuto neppure diplomato all'Accademia d'Arte Drammatica (Silvio D'Amico l'aveva cacciato perché disertava le lezioni e partecipava invece alle prove di Gioventù malata di Ferdinand Bruckner col neodiplomato regista Mario Landi; spettain sala c'era Luchino Visconti), viene scaraventato in palcoscenico da Visconcolo che resse un giorno solo per problemi di censura già democristiana: ti a impersonare Fortunio, il protagonista del Candeliere di Alfred de Musset. Entra sconosciuto, ed esce colonna tra le più solide del nuovo teatro italiano. Da allora recita per Visconti in spettacoli memorabili che terremotano l'italisotto il nulla: Antigone ed Euridice di Anouilh, Delitto e castigo, Zoo di vetro, ca pratica teatrale fondata sul singolo mattatore con attorno l'amica/moglie e Vita col padre, Troilo e Cressida, Morte d'un commesso viaggiatore, Un tram che si chiama Desiderio, Tre sorelle, La locandiera. Ma fin dal 1948, tre anni appena dopo il folgorante debutto, recita anche a Milano, dove Strehler lo vuole per spettacoli altrettanto decisivi per le nostre sorti teatrali: Tempesta, Enrico IV, Giulio Cesare di Shakespeare, Il corvo di Gozzi, Il gabbiano, Arlecchino servitore di due padroni, Elettra (quella di Sofocle), La folle di Chaillot. Oggi, molto più di allora, si comprende meglio quanto le diverse esperienze in così vasto ed eclettico repertorio, e con personalità antitetiche quali Visconti e Strehler, abbiano agito in profondità sulla straordinaria sensibilità teatrale di De Lullo: sfociando in un modo tutto suo, modernissimo ma imbevuto di tradizione, non solo di recitare ma di considerare il fatto scenico allorché scoccò l'ora di passare all'altro lato del palco assumendo i compiti di regista.
Nel 1954 nasceva difatti, su ferreo impulso di Rossella Falk che aveva trovato l'appoggio di Remigio Paone e della sua «società Errepì», una nuova compagnia teatrale: la De Lullo-Falk-Buazzelli-Guarnieri-Valli. Che tutti chiamarono subito “Compagnia dei Giovani» benché tale nome non l'abbia assunto mai, ma che proprio per tale nomignolo calamitò istantaneamente l'interesse degli appassionati del teatro più propositivo: a partire dal suo debutto col memorabilissimo Lorenzaccio di de Musset messo in scena da Luigi Squarzina su scene meravigliose di Piero Zuffi (nel frattempo Tino Buazzelli se ne era andato). Subito dopo, De Lullo divenne regista. Quasi per caso. Dovette infatti sopperire a necessità contingenti, spinto da Rossella Falk e Romolo Valli (incontrato nel '53 sul palcoscenico del Piccolo, dove Giorgio impersonava Marco Antonio nel Giulio Cesare, e da allora compagno di vita oltre che di lavoro). E fu Gigi, il testo che Anita Loos aveva tratto da Colette, e che divenne un mito per tutti i rampanti studentelli di quegli anni, portati da genitori e insegnanti a vedere un lavoro che credevano solo spensierato, e invece zampillava di acre, sensualissima dissacrazione delle regole pur nell'apparente piena affermazione di esse.
Poi vennero La calunnia di Lilian Hellman, La bugiarda di Diego Fabbri. Ma vennero soprattutto E vissero felici e contenti di Enzo Biagi, Il diario di Anna Frank di Frances Goodrich e Albert Hackett, D'amore si muore e Anima nera di Giuseppe Patroni Griffi: tutti testi nei quali, nuovamente, ciascuno studente di allora che frequentasse il teatro si riconosceva per intero. Infine, apice della loro decisiva opera di rinnovamento teatrale, il “Pirandello dei Giovani». Dove, come benissimo sintetizzò Maurizio Del Ministro, s'inizia «un fondamentale discorso sulla epicità e sulla dialettica dell'essere e del nulla, del reale e del vanificato, sulla solitudine ontologica del teatro di Pirandello, che ben s'affianca alle più recenti ricerche di Bergman e Antonioni».
Confesso che da subito, così come lui e Valli erano i “miei>> attori (come d'altronde lo erano, ricordo bene, di un po' tutti i giovani universitari che all'epoca frequentassero la prosa), Giorgio De Lullo fu il «mio» regista. Lo era nel teatro parlato, e lo restò più che mai in quello musicale: dove debuttò inaugurando la stagione 19623 della Scala col più bel Trovatore che si fosse fin li visto, facendovi incursioni invariabilmente memorabili lungo tutta la sua carriera.
Fra queste, una delle più riuscite fu proprio Macbeth: 1969, all'Opera di Roma, direttore Bruno Bartoletti che all'epoca reggeva le sorti musicali di quel teatro nell'unico suo periodo d'oro, quando cioè a lui direttore musicale s'affiancavano il direttore artistico Massimo Bogianckino e il sovrintendente Ennio Palmitessa.
Palcoscenico vuoto, occupato solo da una larga scalinata che lo articola per figure fisiche poste in tal modo fuori dal tempo e dallo spazio. Lo scarno materiale scenico entra e si compone a vista su due praticabili, come se la loro formazione obbedisca a quanto le parole evocano. Il colore di base della narrazione non è più il buio fondo rotto da luci di taglio, bensì tonalità diffuse di ocra e grigio perla su cui spiccano gli scarlatti e i blu cupi dei costumi. Ma tutto converge sui personaggi, che con meraviglia si vedono recitare esattamente come se ci si trovasse nel vicino Eliseo. Leyla Gencer assumeva a tratti riconoscibilissimi atteggiamenti di Rossella Falk; mentre certe controscene di Mario Zanasi erano all'insegna dello sguardo sornione, enigmatico, lievemente da sotto in su, tipico di Romolo Valli. Personaggi, quindi, che «diventano scena»: in una radicale riduzione dei volumi plastici, un'essenzialità che materializza il pathos d'una narrazione strettissimamente sinergica con una delle migliori direzioni che l'opera avesse conosciuto.
Cifra fondamentale di Bartoletti, al posto dei duri clangori fin lì quasi sempre ascoltati, era difatti un morbido, diffuso eppure quanto mai articolato pianissimo. Che realizzava compiutamente le innumerevoli prescrizioni di Verdi in tal senso (apici proprio i due momenti da lui indicati come «capitali»: duet- to Lady-Macbeth e sonnambulismo, la sublime introduzione del quale sembrò d'udire per la prima volta, immersa com'era in una morbidezza bruna, percorsa dai brividi carezzevoli del corno inglese, sinistramente vellutata nelle minime eppure rabbrividenti increspature dinamiche), gesto e suono in perfetta a Lady, da Banco a Macduff - sembravano interrogare sgomenti la propria coscienza. Fu memorabile. E aprì - dopo l'aspra drammaticità di Scherchen - un'altra, molto più moderna e pertanto anche molto più verdiana angolatura da cui leggere quest'opera. Naturalmente, come per ogni avvenimento capitale che si rispetti nel pazzo mondo del teatro, le critiche non mancarono. Anzi, credo fosse proprio in quest'occasione che sentii per la prima volta anche al teatro d'opera un'accusa già ampiamente avanzata per talune regie di prosa: “ma non c'è niente!». Segno quasi certo, questo, e certissimo nel caso di grandi personalità, che una cosa invece c'è: il teatro.
Quel teatro che Bartoletti, quando volle affidare Wozzeck a Virginio Puecher, introdusse per la prima volta al Lyric di Chicago (dove fin lì ne avevano fatto a meno, montando alla bell'e meglio spettacoli con scene qualunque e dove ciascuno faceva quel che più gli pareva). Appena nominatovi diretto- per re artistico e destinato a restarci per trentatré anni, vi chiamò De Lullo ben sette spettacoli (Due Foscari, Maria Stuarda, Traviata, Bohème, Simon Boccanegra, Otello, Manon Lescaut) dei quali solo i primi due furono visti anche da noi. Gli altri furono appannaggio d'un pubblico che l'aveva eletto da subito tra i propri beniamini: e che quindi più del nostro si meritava - oltre alla continua permanenza del rispettatissimo Bartoletti - la sua assidua frequentazione.

L'OPERA
2018 May

SAN FRANCISCO CHRONICLE
2018.10.03

LA VANGUARDIA
2018.10.07

CORRIERE DELLA SERA
2018.11.25
ANNA CHIARA SACCHI
 
I 40 anni degli Amici della Scala: Direttori, interpreti, emozioni

L’associazione nata nel 1978 celebra la ricorrenza con il libro «Oltre il foyer» e altre 5 pubblicazioni. La presidente Anna Crespi: «Ora apriamo la porta al futuro»

Gae Aulenti e Luca Ronconi nel 1985 

© C. D. Bernardi, foto da «Oltre il foyer»

I grandi direttori — Gianandrea Gavazzeni, Claudio Abbado, Riccardo Muti e ancora Daniele Gatti, Antonio Pappano, Lorin Maazel. Gli interpreti, Luciano Pavarotti, Mstislav Rostropovich, Isaac Stern, Plácido Domingo. Le serate speciali, le iniziative editoriali, le mostre, le emozioni, i ricordi. Gli artisti, gli scienziati, gli uomini di Chiesa, i politici, gli intellettuali che hanno voluto partecipare a questa avventura. È una storia di Milano e della sua cultura, di relazioni e di passione (per la musica) il volume Oltre il foyer a cura di Giorgio Vitali e Carlo Rizzi, libro che gli Amici della Scala si sono regalati per i quarant’anni dell’associazione. Un anniversario che più di tutto celebra i rapporti umani stretti dall’arte per l’arte. Senza toni nostalgici. E con un obiettivo, come dice la presidente e fondatrice Anna Crespi: «Aprire la porta al futuro dell’associazione». 

Quarant’anni. Di progetti, iniziative, incontri: tessere di un mosaico intimo e «pubblico» tenuto insieme dai ricordi di Anna Crespi — le gite in bicicletta per New York con Isaac Stern e famiglia, il legame con Wally Toscanini e Leyla Gencer, l’appuntamento- intervista con Leonard Bernstein — e introdotto dalle testimonianze di Riccardo Chailly, Salvatore Carrubba, Carla Fracci, James Vaughan, Cesare Mazzonis, Vittoria Crespi Morbio. Tessere preziose, come le immagini di scena, le fotografie degli incontri, le dediche (di Federico Fellini, Franca Valeri, di Ferruccio Soleri), gli autografi (di Bob Wilson, quello disegnato di Gillo Dorfles, quello di Anthony Burgess in cui appaiono un pentagramma e Arancia meccanica), i telegrammi, gli auguri dei sindaci milanesi, i doni dei mecenati «che hanno agito con il cuore, senza chiedere privilegi», degli artisti come Tullio Pericoli che ha regalato la copertina del libro, ma anche di Lele Luzzati, Aligi Sassu, Emilio Vedova. Forse per questo i ringraziamenti con cui si chiude il volume hanno una carica di sincerità e gratitudine rara.

«Oltre il foyer», a cura di Giorgio Vitali e Carlo Rizzi (Amici della Scala-Grafiche Step Editrice, pp. 223, euro 35) 

Non c’è solo Oltre il foyer. Per celebrare l’associazione fondata a Milano nel 1978, gli Amici della Scala pubblicano altri libri. Strehler e i suoi scenografi, a cura di Vittoria Crespi Morbio, in edizione bilingue e con un ricco apparato di immagini, ripercorre la carriera di Strehler (1921-1997) seguendone le produzioni alla Scala, al Piccolo, nei teatri di Parigi, Vienna, Salisburgo, esaminando gli allestimenti attraverso la prospettiva degli scenografi che hanno collaborato con il regista e raccogliendo per la prima volta il suo repertorio di lirica e prosa, corredato da un regesto cronologico, da bozzetti documenti, figurini.

«Strehler e i suoi scenografi», a cura di Vittoria Crespi Morbio (Amici della Scal- Step GraficheParma, pp. 236, euro 35)

Come ogni anno, poi, escono per le edizioni degli Amici della Scala le pubblicazioni dedicate agli artisti che hanno lavorato per le produzioni del Piermarini: nel 2018 tocca alle monografie — curate da Vittoria Crespi Morbio — di Leopoldo Metlicovitz (1868-1944), Giorgio de Chirico (1888-1978), Cipriano Efisio Oppo (1891-1962) e lo scenografo, costumista e regista contemporaneo Yannis Kokkos (1944). Il talento dei maestri, la grandezza della Scala. E di chi la ama.

Volti e ricordi in sei volumi

Per i 40 anni degli Amici della Scala (40anni.amicidellascala.it) sono pubblicati i libri: Oltre il foyer. Persone e fatti che hanno reso grandi gli Amici della Scala, a cura di Giorgio Vitali e Carlo Rizzi (Amici della Scala-Grafiche Step Editrice, pp. 223, e 35, ); Giorgio Strehler e i suoi scenografi, a cura di Vittoria Crespi Morbio (Amici della Scala-Step Grafiche Parma, pp. 236, e 35, ); sempre curati da Vittoria Crespi Morbio, pubblicati da Amici della Scala-Grafiche Step Editrice, e 18: Leopoldo Metlicovitz alla Scala (pp. 181); Giorgio de Chirico alla Scala (pp. 211); Cipriano Efisio Oppo alla Scala (pp. 188), Yannis Kokkos alla Scala (pp. 181).

La presentazione il 27 novembre

In omaggio all’apertura della stagione scaligera con Attila di Verdi, martedì 27 alle alle 18, nel ridotto dei Palchi «Arturo Toscanini» della Scala, vengono presentati i libri per i 40 anni degli Amici della Scala. Nell’occasione — si potrà partecipare solo su invito — saranno nominati soci onorari Yannis Kokkos e Peter Stein

OPERA MAGAZINE

2018 December

2 0 1 9

AZARBAYCAN MİLLİ ENSİKLOPEDİYASI

2019

MUSIC LOVE: LOST AND FOUND
2019.03.09
BENSION VARON
Essay Nine
Leyla Gencer - Turkish Diva,
Phenom ⁶⁹
 
Leyla Gencer, pronounced Gendjer (1928-2008), was a Turkish soprano and one of the great operatic divas of the last century, alongside Maria Callas, Renata Tebaldi, Dame Joan Sutherland, Leontyne Price, and others. She performed more than 70 operatic roles- more than any other soprano-in four continents over her long career, and she received numerous honors and awards for it. She has half a dozen concert halls, cultural centers, and an international voice competition named after her in her native Turkey. Gencer spent most of her professional life in Italy, Milano in particular, where she died. Her death was mourned by the world's greatest musicians and produced laudatory obituaries in the world's leading newspapers. Following her wish, her ashes were scattered over the blue waters of the Bosphorus.
Who was Leyla Gencer? How did she rise in a predominantly Western art form in an overwhelmingly Muslim country? What were her major gifts, including her vocal and theatrical attributes? What made her a goddess? A phenom? Why do we need to remember her a decade after her death? How do I relate to her myself, and why... why am I writing this? I shall attempt to answer these questions and others, not necessarily in this order.
 
The Beginnings ⁷⁰
Leyla Gencer, or Leyla Ayşe Çeyrekgil, was the child of a rare union: a Polish Catholic mother and a Sunni Turkish father with leanings to the mystic Bektashi order. Her mother, Alexandra Angela Minkowska, was a resident of Polonezköy, a historic Polish village overlooking the Bosphorus. (See Box 1 for details.) Her father, named Hasanzade Ibrahim at birth, belonged to a prominent family from Safranbolu, a mostly rural area 120 miles north of Ankara, the capital. He took on the name Çeyrekgil in 1934, when the adoption of surnames was made mandatory. Leyla's mother lived a mostly rural life centered on agriculture. Her father was a successful entrepreneur who, with his brother, owned a popular bakery in Istanbul, a commercial building, Orhan, and one of the country's first soft drink production companies.
 
Box 1: Polonezköy - Birthplace of Leyla Gencer
Polonezköy (Polish Village, literally) is a historic, fairytale-like (picturesque) village on the hills overlooking the Bosphorus in Istanbul, Turkey. It was inspired and founded in 1842 by Prince Adam Jerzy Czartoryski of Poland as an emigration center, or refuge, for Poles fleeing repression in their country or unable to return to it for a variety of reasons after fighting or captivity in foreign lands. The village is also known as Adampol after the founder's name. Such a center or commune already existed in Paris.
The actual establishment of Adampol – Polonezköy was led by Michal Czarkowski (1804- 1886), an emissary and friend of Prince Czartoryski. He came to Turkey to purchase the necessary land; he converted to Islam and fought for the Ottoman Army. The initial settlers were a mere dozen, but their numbers grew sharply with the influx of Polish soldiers who fought alongside the Ottomans in the Crimean war (1853-1856). They would have been executed as traitors had to return to Poland. Many of them were soon joined by their wives or sweethearts. The village population reached an estimated 1,000 today, including local people. The plurality of the population is Polish or of mixed Polish – Turkish parentage but Turkish citizens by law. Although only 40 people are said to be fluent in Polish, the population maintains strong bonds to Poland, its culture, and the Catholic faith. The village boasts a modest but historic, well-maintained, and active place of worship, called the Lady of Czestochowa children, moved with her small family to Polonezköy in 1971, and started a poultry farm there, saying goodbye to urban living and a related business-dominated environment. Her two children, two and four then, attended the village elementary school, which consisted of a single room where all five grades were taught by a single teacher. The children went on to earn Ph.D.'s, nevertheless, and the parents moved back to the city, although they maintain their house and a large expanse of land in the village for rest and recreation. Through Polonezköy, the Orguns have been my subliminal link to Leyla Gencer in recent years.
Leyla's father and uncle also owned and operated a popular movie house, Lale Sinemasi, in the entertainment center of the city. Her father had the open-minded spirit of a businessman; his wife's religion did not bother him. Alexandra Minkowska, nevertheless, converted to Islam after Leyla's birth, changing her name to the Turkish Atiye.
Leyla was born in 1928 in Polonezköy and had a comfortable, happy childhood⁷¹. The Çeyrekgils were financially well off by the standards of the rural or farming background they came from. They had three residences: a rural one in Polonezköy, where they spent their summers, a mansion in Çubuklu, by the waters of the Bosphorus, and a third one in Yeşilköy on the European side of the city. Leyla's mother had a diverse education and sophisticated tastes. She spoke French
Two years later, in 1946, Leyla married Ibrahim Gencer, a successful functionary of a commercial bank from a good family. According to Leyla's biographer, the marriage resulted from a chance encounter at a picnic in Polonezköy. Given the unhappy experience with the Polish architect earlier, it is possible that the marriage was welcome and may have even been partly arranged by Leyla's parents. Ibrahim was a strong supporter of Leya's passion and chosen career from the beginning. The two Gencers pursued their paths independently while remaining happily married. Marriage did not affect Leyla's preordained trajectory.
Leyla had liked dancing and singing as she was growing up and shown a talent for the latter especially. Her mother had, therefore, enrolled her in the Istanbul Conservatory when, nearly simultaneously, even before she completed her training, she started singing for the Istanbul City Chorus, sometimes as soloist. Largely on her own initiative, she auditioned for Gianna Arangi- Lombardi (1891-1951), the renowned Italian dramatic soprano who, following her retirement, had started teaching at the Ankara Conservatory. With her encouragement and the endorsement of her teachers at the Istanbul Conservatory, in 1950, Leyla moved to Ankara to work with Lombardi privately. When Lombardi died unexpectedly in 1951, she continued her training under the Italian baritone Apollo Granforte (1886-1975) who had also been teaching in Ankara.
It did not take long for Gencer to distinguish herself. She began singing with the State Orchestra and Chorus and was soon pulled into the national opera. Ankara, a city barely one-fourth the size of Istanbul, had two things Istanbul did not have then: an opera company and a brand new opera house-a jewel I wrote about in my memoirs ten years ago, "small, fairytale like, all in red and white, the colors of the Turkish flag... the entrance and public halls in white marble, with chairs and benches covered in red leather or velvet, decorations in glittering brass, and Turkish coffee or tea served during intermission.⁷² Ankara did not have Istanbul's cosmopolitan population then, but it had a sizeable diplomatic community and an educated civil service. Still, it was easier to get opera tickets than tickets for a popular movie. It is there, and then (during 1952-1954), that I was first exposed to Leyla Gencer and enjoyed her performance in Mozart's Cosi fan tutte, Puccini's Madama Butterfly and Tosca, and Menotti's The Consul. I was in Ankara for 18 months serving in the Turkish army.
The reason why the above experience is indelibly registered in my mind owes to the fact that 1952-54 was a happy period for Gencer, the country, and me, too. Gencer was on her way to deity. The country had had the first free elections in its history, ushering in a welcome democratic regime; the economy was growing; and Turkey's international status was on the rise with its admission to NATO and its participation in the Korean War on the side of the United States. And I had just graduated from college, an American college, with a range of options theoretically before me. The birth and resting place of her hero Donizetti. The venues she performed at included all of the great ones in the world, namely, in addition to Milano's La Scala and Naples' San Marco: the Bolshoi (Moscow), the Mariinsky (Saint Petersburg), Carnegie Hall (New York City), the Royal Opera House and Royal Albert Hall (London), Staatsoper (Vienna), La Fenice (Venice), Colón (Buenos Aires), and El Liceu (Barcelona)⁷⁴.
The above achievements reflect two aspects of Gencer's attitude toward her music, plus her general character. On top is her Mount Everest-high ambition to be the best whatever it takes, hard work, experimentation, adventure, risk. Next is what can only be called a gargantuan appetite to perform and an inability or unwillingness to say no to being challenged, to perform. What she committed to do in a single year, 1958, picked at random, tells the story: 11 different operatic roles (in addition to other engagements) in one year, an effort which seems super-human.
 
10 Feb - Milano RAI radio: concert
14 Feb - Milano Circolo de la stampa: concert
1, 4, 8, 13 Feb, 12 Apr - Milano La Scala: Assassino nella catedrale
22, 27, 30 Mar, 3 Apr - Milano La Scala: Mefistofele
25, 27, 29 Apr - Napoli San Carlo: Il Tabarro
8 May, Torino Teatro Novo: I due Fosari
11 June Milano RAI broadcast: Anna Bolena
10 Aug - Milano RAI broadcast: Schwanda
16, 20 Sept, San Francisco, 4 Oct, Los Angeles: Don Carlo
25 Sept, 20 Oct, San Francisco,  8 Nov, Los Angeles: Rigoletto
17 Oct San Francisco, 27 Oct San Diego, 2 Nov – Pasadena
(bloom, sheen, enamel)-which it lost ten years later.
 
She didn't have chest resonance by nature but developed it for interpretive purposes. In Roberto Devereux (1964) she sang with a thrilling white-hot emotional intensity and used chest resonance amply. In a 1966 Aida, Gencer's performance is distinguished by the vigor of her rhythm, created by a feeling for precise rhythm relationships, also by swiftness of attack.
Aside from the occasional scoop, her intonation is better than most singers’. Her scale is even in power without the weakness low in the staff, around G and A, characteristic of most sopranos. Her chest voice is strong. She has good control over dynamics, including a pianissimo. Her vocal personality is fierce."75
 
Retirement, Sort of
In 1983, at the advanced age 55 for a diva, Leyla Gencer retired from opera but not from singing.76 This made news-more in Italy and the rest of Europe than in Turkey-owing in no small measure to how she chose to end her operatic career, namely, with a performance at La Fenice theater in Venice of Francesco Gnecco's (1769-1810) La prova d'un opera seria (Rehearsal of a Serious Opera), a little known and rarely performed work by a minor composer, instead of one of the many roles that made her a great diva. There has not been to this day, not even from Gencer's biographer, a satisfactory explanation of what led her to choose this obscure work for the occasion.
Gencer continued to live in Italy and to make La Scala her second home. Her husband joined her permanently in Milano. In the intervening years, he had often been away from Turkey himself, representing the commercial bank he worked for in various European capitals.
Gencer did not give up singing-far from it. Beginning in 1983, she switched from operatic performances to recitals, of which she gave more than a hundred over the following ten years. Memorable among these were her recitals in the Paris Athenée theater, accompanied by the great Georgian-Russian pianist Nikita Magaloff (1912-1992). Also noteworthy was a recital of arias from operas with Turkish subjects which she meticulously planned herself. An important aspect of her career as a recitalist was that she did not limit herself to the great music centers and venues. She performed in small cities, like Bursa in Turkey or Faenza and Macerata in Italy, and in sub-urban areas, where she had followers and admirers, but where plush halls were lacking. I once came across a reference to the fact that Gencer's archivists have identified 25 performances of hers in halls whose location they were not able to determine due to their obscurity!
After she ended her operatic career, Gencer's singing was supplemented by a heavy schedule of serving as a judge in international voice competitions and participation in conferences, seminars, town hall discussions, memorials, and the like. Another recurring activity was taking part in events honoring her and award ceremonies on her behalf, which mushroomed and never seemed to end: 25 separate ones over the next 25 years! The most prestigious of these included the Bergamo Donizetti Prize (1987), the international Caruso Prize (1997), the Milano Lifetime Achievement Verdi Prize (2001), and the Turkish Presidential Highest Service Medal (2007). She also received the keys to various cities or equivalent honors from numerous localities such as Brescia, Catania, Florence, Palermo, Rovigo, Sardinia, and Varese." Gencer was also the recipient of an honorary doctorate from Bogazici University of Istanbul in 1990. She participated actively in events honoring her contemporaries and top competitors Callas and Tebaldi, among others.
Leyla Gencer stopped singing publicly-gave her last recital in 1992. She then turned her attention to pedagogy, based on two initiatives: one her own, the other by her beloved La Scala. In 1995, she helped launch a triennial international voice competition in Istanbul. The competition, which carries her name, proved very successful and is now (2018) in its 9th incarnation. At its beginning, Leyla worked very hard, almost full time, for it. In 1997, Ricardo Muti, the freshly appointed music director of La Scala, appointed her Artistic Director of Teatro alla Scala Academy in charge of training young talent. She did the same partly in Turkey, too. She conducted master classes in numerous capitals and institutions. She gave conferences on numerous subjects. And she continued serving as a judge in voice competitions-a seemingly unending activity. Italy, a country that loves singing, probably has more voice competitions (both national and international) annually than the rest of the world.
A funeral was held two days later at the San Babila Church in Milano. Present were representatives of La Scala, members of the city's small Turkish community, including an Imam, who recited a prayer, and dignitaries, among them the singer Mirella Freni, a long- time friend and singing partner of Gencer. As the diva's biographer tells it, the American pianist James Vaughn played first some Handel, and then the "Casta Diva" (Chaste Goddess) melody form Bellini's Norma. The funeral ended with a recording of Gencer singing the aria "Vergine degli Angeli" from Verdi's La Forza del Destino.78 In accordance with her wishes and specific instructions, Gencer's remains were then cremated, the ashes flown to Istanbul, and scattered on the waters of the Bosphorus in front of the Dolmabahçe Palace-a spot where the inland Marmara Sea meets the Bosphorus she had chosen herself.
An avalanche of obituaries and tributes followed. They came from literally four continents and the world's prominent newspapers and magazines, among them (in no particular order): the Boston Herald, Boston Globe, New York Times, Los Angeles Times, Denver Post, Houston Chronicle, Corriere della Sera, Le Monde, the Guardian, Telegraph, Independent, Times, International Herald Tribune, plus television stations like CBS and MSNBC. The obituaries were not limited to these, however. They also came from the papers of small or small towns one does not associate with music, such as the Charlotte Gazette and the Charlotte Daily Mail.
Old initiatives to celebrate Gencer continued and new ones appeared. The most important in the first category has been the continuation of the international voice competition that bears her name. The year 2018 witnessed the 9th competition since its creation. Some 40 competitors from 15 countries participated in it. The winner was the Turkish mezzo-soprano Ezgi Karakaya. The second prize went to Anna Doris Capitelli, a mezzo- soprano form Germany, and the third prize to tenor Piotr Buszewski of Poland. Among new initiatives is the recent completion of the Leyla Gencer Opera and Art Center in Bakirköy, Istanbul-a multi-stage, magnificent building devoted mostly to opera.
There were also two commemorative events on the tenth anniversary of Gencer's death last year: a special exhibit at La Scala, and an equally special one titled "The Primadonna and Loneliness" in Istanbul, assembling memorabilia from her life. But the most important trend has been an increase in interest in her recordings not matched by the quality and number of those available-a controversial and, to her fans, annoying aspect of her career I have left for last.
Unbelievable as it may seem, this diva-La Diva, La Sultana, La Regina Turca-never made commercials, that is, studio recordings. She never had a contract with a recording company. This was her own choice. (More on it shortly.) The result was the emergence of bootleg recordings at a rate and in a volume that earned her the title "Queen of Pirates." More than a hundred such CDs are known to exist. Nearly thirty are available on Amazon. Their quality differs greatly, as does their price, both by CD and overtime, depending on supply and demand. Today, the prices on Amazon range from US$3.99 per CD to US$199.00 for a two-CD bootleg recording of Bellini's / Puritani, with the bass- baritone Ruggiero Raimondi, performing in Buenos Aires in 1961. The resourceful and prestigious Borusan Music Library in Istanbul, the first privately-owned and run library in the country, is in the process of assembling all, all of Gencer's available recordings, which is good news to her fans and music students.
 
Who Was Leyla Gencer?
She was a great singer worthy of the label diva, or goddess, but she was more than that. She was a remarkable woman, a Turkish woman, a human being, a phenom (the word does exist). Phenom is defined as a person of outstanding talent or phenomenal ability. For me, it is a person whose abilities are so rich that they can be encapsulated only in a label such as phenom. Leyla was a special case; she was a phenom because she was Turkish! I shall, therefore, start with this aspect of her essence. I shall do so also because what connects me to her, even more than the music, is the Turkish roots we share. It would not have occurred to me to write about Maria Callas, Renata Tebaldi or Beverly Sills.
I met Gencer and was exposed to her singing first in the fall of 1952 in Ankara, Atatürk's Ankara. Ankara would not have been Turkey's capital, there would have been no Ankara music conservatory, no Italian excelling in these, plus a high degree of ambition and self-confidence, both of them starting early on in her career. She aimed to be the best, not just her best, but the best, and to do it her way musically, even if it diverged from current trends.
There is no better illustration of Leyla Gencer's supreme self-confidence than the often-repeated account of her audition for Poulenc's Les Dialogues des Carmelites in 1957 at La Scala. In the middle of the rehearsals, the opera director, Margherita Wallman, called her in to say that she did not find her performance good enough or suitable for the role and that she was going to replace her by another singer. Gencer strongly disagreed; she defended her performance and asked to demonstrate its quality by repeating it, with full orchestra, before the entire staff of La Scala ... a request that demonstrated an unusual level of self- confidence, even audacity, for a young singer only freshly on the rise. The performance, which was attended by about one hundred La Scala staff, proved sensational and restored her in the leading role.
Leyla Gencer had also three typically Turkish sides, which served her well: firm pursuit of objectives, stubbornness, and generosity. Like her compatriots, she pursued her goals, once set, with little or no self-doubt or the complication of endless, bottomless analysis. She was stubborn, especially about maintaining high standards. This made her difficult and even imperious, which she admitted to (see Box 3). And she was generous, too, in her praise of others, including her rivals (see same box) and vis-à-vis the younger generation. She gladly gave up making millions literally by not signing commercial recording contracts. She was proud of the fact that younger admirers could listen to her at little cost through bootleg recordings, and she cherished the thank you notes she received from them.
Gencer's biographer Zeynep Oral once noted that the proud diva always held her head high and straight, "which made her seem taller than she was." That image has never left me. I could not insert her picture or voice here but, following, I offer her briefly in her own words.

LA VANGUARDIA

2019.03.26

IL SOLE
2019.05.12

LA REPUBBLICA
2019.07.21

In quegli anni anche alla...


In quegli anni anche alla Scala era lui la star di Carlo Fontana* Nel foyer della Scala, negli austeri 7 dicembre degli anni di Tangentopoli, i flash erano soprattutto per lui, vera star della serata: il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli. Non sono sicuro che questa "Manifestazione d'interesse" gli fosse particolarmente gradita. Infatti, non era lì per presenzialismo, ma per un vero e proprio amore per la musica. Buon pianista, appassionato d'opera, non si perdeva uno spettacolo. Veniva accompagnato dalla moglie Maria Laura, e occupava sempre gli stessi posti nella fila O, un po' defilati verso la parete destra. Non di rado chiedeva molto discretamente di poter assistere a qualche prova del Maestro Muti ed io, quale sovrintendente, acconsentivo di buon grado perché per noi non contava tanto la figura, il ruolo pubblico, quanto il musicofilo. La sua fu sempre una presenza in punta di piedi, molto rispettosa del lavoro che si svolgeva in teatro.
Che, d'altra parte, la sua fosse passione autentica ho avuto modo di constatarlo più volte in alcune belle serate trascorse in casa del presidente di corte d'Appello Renato Caccamo, imprescindibile frequentatore di ogni manifestazione musicale scaligera e non. Quelle e riunioni conviviali avevano sempre un'indiscussa regina: Leyla Gencer, grande artista dei tempi d'oro della lirica e fedele amica della Scala. In quegli incontri la primadonna e Borelli parlavano solo di musica, delle diverse interpretazioni dei più famosi artisti del canto e della tastiera. Lui ascoltava soprattutto, e i suoi interventi erano sempre molto cauti. Nei suoi anni di direzione artistica scaligera, a volte, si aggiungeva Roman Vlad, cognato di Borrelli. E le ore scorrevano veloci tra ricordi e notazioni critiche. Un mondo che ormai è irrimediabilmente consegnato alla storia. Una curiosità: in quelle frequentazioni non si parlò mai di " attualità", del terremoto che aveva sconvolto Milano e l'Italia. L'argomento non veniva toccato, non per discrezione o per mancanza di interesse rispetto a quello che stava succedendo, ma perché la materia di conversazione era sempre e solo artistica.
Borrelli era certamente un grande ammiratore di Riccardo Muti: ne apprezzava il rigore, la fedeltà alla pagina scritta, la capacità di ottenere dagli esecutori, orchestra e coro in primis, i risultati migliori. Si coglieva perfettamente che gli apprezzamenti che rivolgeva al maestro quando andava a trovarlo in camerino alla fine dello spettacolo erano sinceri, e che in quella Scala culturalmente severa degli anni Novanta si riconosceva del tutto.
Quando la Scala si trasferì agli Arcimboldi durante i lavori di ristrutturazione, Borelli non abbandonò il teatro e, anzi, fu protagonista di un episodio che poteva anche avere tragiche conseguenze. In una delle prime repliche del Ballo Excelsior, spettacolo che seguì la Traviata scelta nel gennaio 2002 per inaugurare il nuovo spazio alla Bicocca, dalla parete improvvisamente si staccò un pannello di vetro di notevoli dimensioni che l'architetto Vittorio Gregotti aveva voluto installare ai due lati della sala per ragioni di carattere acustico. La posizione consueta di Borelli sulle poltrone laterali lo espose al rischio della caduta a poca distanza. Nessuno spavento, anzi, la sua reazione fu tra lo scherzoso e il divertito.
Conclusa la mia esperienza scaligera, non cessai comunque di incontrarlo, in particolare ai concerti del Conservatorio, dove era diventato presidente, incarico che aveva abbracciato con grande entusiasmo pur non nascondendosi le difficoltà burocratico/gestionali che quel ruolo comportava. Ma su tutto in Borelli prevaleva la passione per la musica. Tanto è vero che, a costo di sembrare irriverente, penso che il suo desiderio più profondo fosse quello di essere un musicista di professione.

* Ex sovrintendente della Scala
 
La passione Francesco Saverio Borrelli alla Scala. Il funerale sarà alle 14,45 di domani nella chiesa di Santa Croce in via Sidoli

LA REPUBBLICA

2019.07.29
CARLO FONTANA (* Ex-Sovrintendente della Scala)

In quegli anni anche alla Scala era lui la star


Nel foyer della Scala, negli austeri 7 dicembre degli anni di Tangentopoli, i flash erano soprattutto per lui, vera star della serata: il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli. Non sono sicuro che questa " manifestazione d'interesse" gli fosse particolarmente gradita. Infatti, non era lì per presenzialismo, ma per un vero e proprio amore per la musica. Buon pianista, appassionato d'opera, non si perdeva uno spettacolo. Veniva accompagnato dalla moglie Maria Laura, e occupava sempre gli stessi posti nella fila O, un po' defilati verso la parete destra. Non di rado chiedeva molto discretamente di poter assistere a qualche prova del Maestro Muti ed io, quale sovrintendente, acconsentivo di buon grado perché per noi non contava tanto la figura, il ruolo pubblico, quanto il musicofilo. La sua fu sempre una presenza in punta di piedi, molto rispettosa del lavoro che si svolgeva in teatro.
Che, d'altra parte, la sua fosse passione autentica ho avuto modo di constatarlo più volte in alcune belle serate trascorse in casa del presidente di corte d'Appello Renato Caccamo, imprescindibile frequentatore di ogni manifestazione musicale scaligera e non. Quelle e riunioni conviviali avevano sempre un'indiscussa regina: Leyla Gencer, grande artista dei tempi d'oro della lirica e fedele amica della Scala. In quegli incontri la primadonna e Borelli parlavano solo di musica, delle diverse interpretazioni dei più famosi artisti del canto e della tastiera. Lui ascoltava soprattutto, e i suoi interventi erano sempre molto cauti. Nei suoi anni di direzione artistica scaligera, a volte, si aggiungeva Roman Vlad, cognato di Borrelli. E le ore scorrevano veloci tra ricordi e notazioni critiche. Un mondo che ormai è irrimediabilmente consegnato alla storia. Una curiosità: in quelle frequentazioni non si parlò mai di " attualità", del terremoto che aveva sconvolto Milano e l'Italia. L'argomento non veniva toccato, non per discrezione o per mancanza di interesse rispetto a quello che stava succedendo, ma perché la materia di conversazione era sempre e solo artistica.
Borrelli era certamente un grande ammiratore di Riccardo Muti: ne apprezzava il rigore, la fedeltà alla pagina scritta, la capacità di ottenere dagli esecutori, orchestra e coro in primis, i risultati migliori. Si coglieva perfettamente che gli apprezzamenti che rivolgeva al maestro quando andava a trovarlo in camerino alla fine dello spettacolo erano sinceri, e che in quella Scala culturalmente severa degli anni Novanta si riconosceva del tutto.
Quando la Scala si trasferì agli Arcimboldi durante i lavori di ristrutturazione, Borelli non abbandonò il teatro e, anzi, fu protagonista di un episodio che poteva anche avere tragiche conseguenze. In una delle prime repliche del Ballo Excelsior, spettacolo che seguì la Traviata scelta nel gennaio 2002 per inaugurare il nuovo spazio alla Bicocca, dalla parete improvvisamente si staccò un pannello di vetro di notevoli dimensioni che l'architetto Vittorio Gregotti aveva voluto installare ai due lati della sala per ragioni di carattere acustico. La posizione consueta di Borelli sulle poltrone laterali lo espose al rischio della caduta a poca distanza. Nessuno spavento, anzi, la sua reazione fu tra lo scherzoso e il divertito.
Conclusa la mia esperienza scaligera, non cessai comunque di incontrarlo, in particolare ai concerti del Conservatorio, dove era diventato presidente, incarico che aveva abbracciato con grande entusiasmo pur non nascondendosi le difficoltà burocratico/gestionali che quel ruolo comportava. Ma su tutto in Borelli prevaleva la passione per la musica. Tanto è vero che, a costo di sembrare irriverente, penso che il suo desiderio più profondo fosse quello di essere un musicista di professione.
La passione Francesco Saverio Borrelli alla Scala. Il funerale sarà alle 14,45 di domani nella chiesa di Santa Croce in via Sidoli

IL MESSAGGERO                                     

2019.10.26
 
Sonia Ganassi debutta nel ruolo della crudele Lady Macbeth al Teatro di Cagliari
 
«Del Macbeth esistono una infinità di versioni. Ma il lavoro verdiano è una delle più profonde interpretazioni del testo shakespeariano». Così il saggista Luca Scarlini nel presentare nel foyer di platea del Teatro Lirico di Cagliari l'opera che debutta giovedì 31 ottobre alle 20.30, settimo appuntamento della Stagione lirica e di balletto, con repliche fino al 10 novembre.
Il nuovo allestimento del Lirico, in coproduzione con il Teatro Regio di Parma, segna un doppio debutto per il mezzosoprano di fama internazionale, Sonia Ganassi. L'artista, per la prima volta a Cagliari, nel suo trentesimo anno di carriera sceglie di interpretare - per la prima volta - l'impervio ruolo della crudele Lady Macbeth. Ruolo scritto da Verdi per la voce di soprano e nobilitato da artiste come Maria Callas o Leyla Gencer.
 
https://www.ilmessaggero.it/spettacoli/teatro/sonia_ganassi_debutta_nel_ruolo_della_crudele_lady_macbeth_al_teatro_di_cagliari-4822668.html

NEI PALCHI DELLA SCALA "STORIE MILANESI"

In the Boxes of La Scala "Milanese Stories"

2019.11.08 – 2020.09.30

 

PIER LUIGI PIZZI

 

The exhibition about La Scala’ s boxes, by Pier Luigi Pizzi, wants to explore the evolution of the Theatre’s public, since its foundation until the post-war period, when “palchettisti” were replaced by subscribers. It concerns a prestigious story which explains all the Italian society’s trasformation in the last two centuries, demostrating how La Scala, with its elegant interns and his illustrious inhabitants, has always been a benchmark, the centre of the culture and the costume of our country. Fondamental for the expositive path, it will be an important database which shows the map of the stages’ owners and the Theatre’s guests, from 1778 to 1920, when the La Scala was expropriated. Here we pass through the story of the most important Milanese families, as Trivulzio, Litta, Belgiojoso, and Visconti, whose histories are interlaced to the patriots’ ones, as Luigi Porro Lambertenghi, Federico Confalonieri and Silvio Pellico, remembering also great artists as Stendhal, Foscolo, Parini and Manzoni. This important historic research has seen the collaboration between Teatro alla Scala, Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano and Biblioteca Nazionale Braidense.

 

 

EXHIBITION BY Pier Luigi Pizzi
GRAPHIC PROJECT: Emilio Fioravanti
VIDEOS: Francesca Molteni
PROJECT FOR Fondazione Teatro alla Scala at Museo Teatrale alla Scala, Milan, 2019

 

Is it raining, is it snowing outside la Scala? What does it matter? All the best companies come together in 180 theatre boxes.

Stendhal

Between archive materials, a photographic project ad hoc by Giovanni Hänninen, and a video by Francesca Molteni, the exhibition at Museo Teatrale alla Scala aims at the sparkling boxes. It is in the boxes, in fact, that the narration of the Teatro alla Scala unravels in some unprecedented way, because the boxes are where one came not only to look but to be looked at.

The Teatro alla Scala opened in 1778 as a condominium of 155 boxes belonging to Milan’s most important aristocratic families: the so called “palchettisti”. Right for the start, owning a box meant confirmation of social prestige, just like having a palazzo in town, a villa on the lake and a family tomb at the Monumental Cemetery. But how much did a box at La Scala cost? In the first two tiers 2,500 lire, and 1,800 in the third. A few years later, Stendhal wrote that a box at La Scala cost the equivalent of an apartment in Paris. It was essential to own a box at La Scala if one wished to belong to a certain world.

La Scala’s legend is not only due to the artists who have stepped onto its stage, but also those people who have been among the audience. To begin with, Milan’s great aristocratic families that identified with La Scala: the Visconti’s, Litta, Serbelloni, Borromeo and Belgiojoso, families who made the history of Milan and Italy, invited to their boxes men of letters such as Pietro Verri and Cesare Beccaria, Giuseppe Parini and Ugo Foscolo, Vincenzo Monti and Alessandro Manzoni, Silvio Pellico and Federico Confalonieri.

Throughout the 19th century, the social function of the theatre gradually diminished until, with Toscanini, La Scala’s role became exclusively artistic which coincided with the end of the story of the privately-owned boxes, in 1920. From that moment on, the boxholders were replaced by season ticket holders, very often one and the same people.

It’s about a prestigious story that tells the evolution of the audience of the Theater, from its foundation until the post-war period, when box-owners were replaced by season ticket holders, a story that cross all the transformations of the Italian society during the last two centuries, confirming how much La Scala, with its elegant interns and distinguished dresses, has always been a landmark, the center of culture and costume of our Country.

 

 

VIDEO PRODUCTION: Muse Factory of Projects

Director: Francesca Molteni
Production: Muse Factory of Projects
Text by: Mattia Palma
Cinematographer: Alvise Tedesco
Editing: Anna Pastorelli
Executive producer: Claudia Adragna
Year: 2019

Nei palchi della Scala

Siamo una squadra. Con me ci sono Donatella, Valentina, Mattia, Emilio, Matteo. Siamo al terzo progetto. Luogo d'azione il Museo della Scala, che, per ragioni diverse, ci è familiare. A volte il gruppo si allarga: Franco, Paolo, Marco, Heidi, Francesca, Giovanni. Hanno tutti un cognome e incarichi ufficiali, ma a me piace considerarli compagni di squadra, amici. Abituati da subito a parlarci con franchezza, a lavorare seriamente, ma con ironia. Quello che facciamo ci piace, perciò ci divertiamo molto.

Tutto è iniziato un anno fa con una mostra su Gioacchino Rossini, che ha raccolto molti consensi. Avevamo pagato il giusto debito a un genio, che da un secolo e mezzo ci regala sublimi godimenti. Intanto si è presentata un'altra ricorrenza da celebrare degnamente. Dieci anni erano trascorsi da quando una grande diva del canto ci aveva lasciati. Un vero dolore per me, che l'ho ammirata e amata profondamente. Sto parlando di Leyla Gencer, a cui la Scala aveva deciso di rendere omaggio. Tutti pronti a dedicarle una mostra. L'idea era stata di Franca Cella, biografa e amica devota di Leyla. Proposi di raccontarne il mito, attraverso le immagini dei suoi tanti indimenticabili personaggi, le sue regine. Con Emilio preparammo una serie di spazi d'ombra da cui emergevano i tanti volti di una grandissima interprete, con straordinaria forza drammatica.

Ora ci aspetta una nuova scommessa. Ci siamo rimessi in gioco per raccontare i luoghi in cui sono passati più di duecento anni di storia del Teatro alla Scala.

Stiamo parlando dei palchi, di questi ‘affacciamenti' compiacenti che hanno favorito, tra voyeurismo e gossip, trame amorose e drammatiche rotture e che hanno visto nascere storici complotti politici; vetrine ambitissime per esibizionisti, ma anche salotti letterari di grande spessore culturale. Osservatori strategici, e contemporaneamente logge spalancate sul mondo. Perché alla Scala è passato e passa tutto il mondo. Questa mostra concede largo spazio alle immagini. Curiosamente nessuno spettacolo è mostrato. Il grande contenitore è presentato da tanti punti di vista, nella totalità e nei suoi preziosi dettagli. Particolare attenzione è dedicata al pubblico, quello anonimo e quello delle celebrità. Particolare affettuosa attenzione al pubblico femminile. Questo ci ha permesso di fare un discorso sulla moda, di seguirne l'evoluzione irresistibile. In una lunga impossibile sfilata abbiamo adunate alcune signore, che molti si divertiranno a riconoscere.

Il mondo dei palchi è stato e continua a essere il loro

vero dominio. La loro voce si fa sentire. Sempre.

Ma adesso, come ci avverte una maschera, nell'ultima

immagine della mostra, si faccia silenzio!

Lo spettacolo, quello vero, deve cominciare!

Pier Luigi Pizzi

CURATORE DELLA MOSTRA

In the theatre boxes of la Scala

We are a team. With me are Donatella, Valentina, Mattia, Emilio, Matteo. We are on our third project. The location is the Museo della Scala, which, for differing reasons, is well known to us. Sometimes, there are additions to our group: Franco, Paolo, Marco, Heidi, Francesca, Giovanni. They all have surnames and official positions, but I like to consider them teammates, friends. Right from the start, we have been used to speaking frankly to each other, working seriously together, but with some irony. We like what we do and so we enjoy ourselves a good deal.

It all started a year ago with an exhibition on Gioacchino Rossini, which was very successful. We had paid our debt to a genius who, for one and half centuries, has been providing us with sublime enjoyment. In the meantime, we were presented with another anniversary to be dutifully celebrated. Ten years had gone by since a great diva of the opera had left us. A cause of real sorrow to me, who had deeply loved and admired her. I am referring to Leyla Gencer, to whom la Scala had decided to pay tribute. Everyone was ready to dedicate an exhibition to her.

The idea had been that of Franca Cella, biographer and devoted friend of Leyla's. I proposed recounting her legend through the pictures of the many unforgettable characters she had played: her queens. With Emilio, we prepared a series of shadowy spaces from which the many faces of a great performer emerged with extraordinarily dramatic force.

Now another challenge awaits us. We are back in the field to narrate the places through which more than two hundred years of the Teatro alla Scala's history have passed.

We are talking of the boxes, those pleasurable windows onto the auditorium that, between voyeurism and gossip, have aided and abetted amorous encounters and dramatic break-ups, have witnessed the birth of historic political conspiracies, and have been the much sought-after showcases for exhibitionists, as well as literary salons of great cultural worth. Strategic observatories and, at the same time, loggias with a view over the world. Because indeed the whole world has come and still comes to la Scala.

This exhibition leaves ample space for pictures. Interestingly, no performance is shown. The great theatre is presented from a number of viewpoints, completely and in precious detail.

Particular attention is dedicated to the public, both the unknown and the famous. Particularly affectionate attention has been paid to the female public. This has allowed us to open a window onto fashion, to follow its irresistible evolution. In a long, impossible parade, we have brought together some of the ladies that many people will enjoy trying to recognise. The world of the theatre boxes has been and continues to be their true domain. Their voices make themselves heard. Always.

But now, as an usher in the last picture in the exhibition bids us, pray silence!

The performance - the real one - is about to begin!

Pier Luigi Pizzi

CURATOR OF THE EXHIBITION

 

RECORDINGS                      

Documentary Nel palchi della Scala. Storie milanesi (Teatro alla Scala)

Nel palchi della Scala. Storie milanesi I

Nel palchi della Scala. Storie milanesi II

Trailer: Nel palchi della Scala. Storie milanesi

Treccani Webinar Nel palchi della Scala. Storie milanesi

 

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DAILY SABAH

2020.02.27

HAKAN ARSLANBENZER

 

Leyla Gencer: Soprano with dramatic power

 

New York JFK Airport, TWA Terminal, 11.04.1973

Photo © AP / Marty Lederhandler

 

One of the leading sopranos of the 20th century, Leyla Gencer left her mark on the history of opera as La Diva Turca. Spending most of her career in Italy, she played more than 70 roles and gained fame especially for her performances as Donizetti's heroines

Turkey has raised many modern artists, who have been known to international audiences. Thanks to the transnational nature of modernity, Turks have had the opportunity to participate in art communities abroad. However, in the classical arts, the number of Turks joining the international community is much lower. Leyla Gencer, the dramatic soprano of Italian operas, was one of the few Turkish-born artists working and gaining a reputation abroad.


Family of talent


Leyla Gencer was born on Oct. 10, 1928, to Turkish-Polish parents in Polonezköy, a Polish village in Istanbul. Her father İbrahim Bey, who took Çeyrekgil as a surname after the Surname Act in 1934, was originally coming from the Hasanzade family, a notable Muslim family from Safranbolu, Karabük province in the western Black Sea region. Her mother Alexandra Angela Minakovska, who descended from a Polish family, converted to Islam and took Atiye as her new name after marrying Gencer’s father. Gencer in an interview once referred to her origins as “Muslim and oriental.”

Among Leyla Gencer’s relatives, was Cemil İpekçi, the fashion designer. İpekçi’s mother Sahire was from the Çeyrekgil family in Safranbolu as is Gencer’s father. İlham Gencer, the musician, was the uncle of Gencer’s husband.
The Çeyrekgils were an upper-middle class family thanks to the father’s various businesses such as fishing, farming, transportation, theater house management and water management. Unfortunately, Gencer lost her father very young.

Liceo Italiano and beyond


Gencer enrolled at the Liceo Italiano di Istanbul (Italian High School in Istanbul), a private school receiving financial support and teachers from Italy. The school has raised many notable musicians such as Jaklin Çarkçı, a mezzo-soprano, Zeynep Casalini, a popular singer, and Kudsi Erguner, an international Mawlawi musician.

Gencer initially started her voice training at Istanbul State Conservatory, where she studied with the famous maestro Muhittin Sadak and the composer Cemal Reşit Rey. After a while, she had the opportunity to study with the famous Italian dramatic soprano Giannina Arangi-Lombardi, who helped to give her a base to grasp the essence of Italian opera traditions. She later studied with Italian baritone Apollo Granforte.

According to Stefan Zucker, who interviewed Gencer and wrote a short biographical essay on her, the artist was pulled out of the Liceo Italiano because she fell in love with an older man, a 34-year-old architect. Yet, Leyla married İbrahim Gencer, a rich banker in 1946, who eventually predeceased her.

Gencer worked for the State Opera and Ballet until she moved to Italy in 1953. For her opera debut, she played Santuzza in Mascagni’s "Cavalleria Rusticana" opera, which she performed in Naples. Her success in singing the classical Italian opera songs and her lyrical voice helped her to become a public representative for Turkey. She performed before several foreign leaders, including two U.S. presidents, namely Dwight Eisenhower and Harry Truman; Shah Reza Pahlavi and Princess Soraya of Iran and Tito of Yugoslavia.


Turkish soprano Leyla Gencer performed at the famous La Scala opera house in Italy for the first time in 1957.


Living and singing in Italy


Gencer sang Santuzza in "Cavalleria Rusticana" in Naples, which opened the Italian door to her for the rest of her life. She made her La Scala opera house debut in 1957, as Madame Lidoine in the world premiere of Francis Poulenc’s "Dialogues of Carmelites." Gencer’s U.S. debut was at the San Francisco Opera House in 1956, in the title role in Ricordo Zandonai’s "Francesca da Rimini."
Gencer found early success in verismo roles including Madame Butterfly, Tosca and Francesca da Rimini. After La Scala, she sang the title role in "La Traviata" at the Vienna Statsoper, under Herbert von Karajan.

Gencer sang a wide-ranging repertoire throughout her career. She performed in operas from numerous composers including Monteverdi, Gluck, Mozart, Verdi, Ponchielli, Puccini and others. She sang every soprano role at Verdi operas. She became famous, however, especially for bel canto performances in less-known operas by Donizetti, Bellini and Pacini.

It’s unfortunate that Gencer couldn’t make a contract with a major record company, which prevented her performances from being heard by the masses. So, she couldn’t seize fame as great as Maria Callas' or Renata Tebaldi's. Besides, the Anglo-Saxon ears always criticized her performances as being “erratic.” On the other hand, bootleg recordings carried her voice throughout the globe, which earned her the nickname “La Diva Pirata” (the Pirate Queen).

Gencer’s career was mostly in Italy as she was a familiar part of the Italian opera community. She sang for over 30 years mainly on Italian stages. She retired from the opera stage in 1985; however, she continued singing until 1992. She worked as the artistic director of La Scala for years. She also was the chairman of the board of trustees for the Istanbul Culture and Arts Foundation. She received the first Donizetti Prize awarded by the city of Bergamo, Italy, in 1987. In 1995, a voice competition was established in her name in Istanbul.

Leyla Gencer died of heart failure at her house in Milan on May 10, 2008. Her body was cremated after a crowded funeral at La Scala on May 12, and her ashes were thrown over the Bosphorus on May 16 in line with her will.

 

PARLAMENTO ANDINO

2020 March

 

IL MATTINO

2020.05.10

 

PROGRAMME BOOKLET TEATRO SAN CARLO, NAPOLI

2020.12.03

DINKO FABRIS

 

Il Belcanto: una breve introduzione

 
La storia della vocalità in Occidente è fortemente condizionata dalla storia dell’opera in musica, il tipo di spettacolo più complesso ed affascinante che sia stato concepito. Nonostante l’importanza delle voci che agiscono da protagoniste in questa storia, gli studi sulla vocalità sono stati per molto tempo trascurati dalla musicologia, la disciplina accademica che da quasi due secoli studia tutti gli aspetti della musica, fino almeno alla comparsa di una personalità come Philip Gossett, colui che ha condensato nel libro Dive e maestri la sua vita di studioso impegnato sul campo dell’opera italiana dell’Ottocento in continuo e fruttuoso scambio con gli interpreti: e tuttavia in quel libro la parola Belcanto non compare esplicitamente se non nel glossario finale. Se si chiede che cosa sia il “Belcanto” a un “melomane”, ossia ad un appassionato viscerale di opera e canto fiero di restare un “dilettante” competente ma autodidatta, risponderà con estrema sicurezza che si tratta di una tecnica di canto virtuosistico che caratterizzò un preciso periodo storico, i primi decenni del secolo XIX ed alcuni autori chiave dell’opera italiana, Rossini, Bellini e Donizetti e i loro meno noti contemporanei. Il nostro melomane - il termine è elogiativo e gratificante per chi ne è fregiato - aggiungerà probabilmente delle note tecniche: in quel determinato repertorio i cantanti divennero celebri per l’esecuzione altamente virtuosistica di scale e passaggi rapidi ed omogenei, dalle note gravi alle più acute, con una impressionante agilità nell’ornamentazione con abbellimenti, fioriture e fraseggio (per riassumere questo insieme di risorse tecniche ed espressive è stato coniato il termine di “coloratura”), che rendono le arie così eseguite un terreno impervio su cui costruire una solida tecnica. Se però si consulta un “musicofilo” - altro termine gradito a chi ne è investito in quanto designa persone estremamente colte ed attratte da compositori e repertori in passato poco popolari e da riscoprire, come per esempio la musica barocca o la cameristica si avrà una risposta sorprendente: le stesse caratteristiche del “Belcanto” di primo Ottocento si ritrovano in tutti i compositori e capolavori oggetto di riscoperta moderna del Settecento e addirittura del Seicento. Si potrebbe dunque concludere che - fino all’affermazione di un nuovo modo di cantare legato ad una diversa visione del dramma musicale, imposto dalla metà dell’Ottocento in poi soprattutto attraverso le opere di Verdi e di Wagner - tutta la storia dell’opera in musica europea coincida con l’età del Belcanto (qualche studioso, per distinguerla dal ristretto periodo più amato dai melomani, ha chiamato questa lunga epoca preparatoria “Early Belcanto”). Ed in effetti se volessimo trovare un capostipite di questo stile di canto ornato potremmo identificarlo addirittura in Giulio Caccini, uno dei creatori del melodramma a Firenze nei primi anni del Seicento, che fu il primo a redigere una sorta di manuale tecnico per interpretare le arie del suo tempo (Le nuove musiche) con abbellimenti estremamente virtuosistici che dovevano sottolineare il significato di ogni singola parola. Potremmo perfino andare più indietro nel tempo e nello spazio fino alla Napoli rinascimentale per trovare un analogo sforzo di descrivere in un trattatello in forma di lettera lo stile di canto elegante e reso difficile dalle complesse serie di ornamentazioni che vi erano applicate, già utilizzato alla corte del principe di Salerno Ferrante Sanseverino e pubblicato nel 1562 da Camillo Maffei. Quello che risulta dall’esame dei trattati e delle testimonianze di chi ascoltava con meraviglia e stupore le acrobazie vocali dei cantanti - soprattutto ma non esclusivamente italiani - già nel corso del Seicento e poi per tutto il Settecento, era la loro straordinaria capacità di “incantare” il pubblico (una tipica metafora barocca che univa il canto alla magia dell’illusione teatrale) presentando un vasto campionario di ornamentazioni e tecniche espressive improvvisate che colpivano gli “affetti” degli ascoltatori, ossia ne causavano l’ammirazione commossa. I “segreti” di questa prodigiosa tecnica esecutiva venivano in genere trasmessi da maestro ad allievo, ma a Napoli si crearono le prime scuole pubbliche di musica, i Conservatori, dove gli studenti di canto soprattutto evirati ricevevano una meticolosa preparazione non solo vocale che consentiva loro di dominare la scena europea, pur continuando la pratica di scuole private di eccellenza aperte da grandi maestri (per esempio Porpora a Napoli). Il giovane Wolfgang Mozart, che aveva conosciuto bene la tecnica degli italiani (e di “napoletani”) grazie anche ai suoi precoci viaggi in Italia, nell’ultimo quarto del Settecento divenne una sorta di imbuto o collettore in cui si riassumevano, con incredibile capacità mimetica, tutte le possibilità offerte dalla lunga tradizione operistica italiana di quel secolo. Se da una parte erano esasperate le caratteristiche virtuosistiche che avevano reso i cantanti i protagonisti assoluti dell’opera prima della riforma di Gluck, con Mozart si avvia parallelamente un processo di codificazione formale che sarebbe poi stato compiuto da Rossini pochi decenni più tardi: invece di lasciare agli interpreti la libertà di improvvisare gli abbellimenti della melodia che preferivano, i compositori cominciarono a scrivere per intero tutte le ornamentazioni più virtuosistiche già nella partitura, integrandole dunque nell’azione drammatica. I cantanti dovettero dunque affrontare quel nuovo repertorio con una mutata attenzione per cui i loro virtuosismi canori dovevano risultare come parte della narrazione scenica, un compito estremamente arduo ma che servì a formare generazioni di interpreti ben presto entrati nel mito. Per questo la maggior parte dei melomani considera come “l’età del Belcanto” esclusivamente la prima metà dell’Ottocento, epoca dominata da compositori che ebbero peraltro ruoli di primo piano a Napoli, come Bellini, Rossini e Donizetti (il primo avendo studiato ed esordito come operista al Conservatorio napoletano, gli ultimi due operando a lungo come direttori del Teatro di San Carlo). Ma bisogna ricordare che i contemporanei non usarono mai questa definizione, che cominciò ad essere usata nella seconda metà dell’Ottocento da chi, in piena voga della nuova vocalità legata alla drammaturgia di Verdi e Wagner, rimpiangeva un’epoca di grazia e leggerezze canore ormai passata per sempre. Uno dei primi a utilizzare il termine in senso nostalgico fu proprio Rossini che avrebbe dichiarato: «l’Italia ha perso il suo bel canto» secondo la testimonianza raccolta nel 1858 nella sua casa di Passy da Edmond Michotte. Anche le prime raccolte di arie italiane della generazione passata apparse con quella definizione sembravano offerte per contrastare il dilagare del nuovo “canto drammatico”, per esempio la raccolta Il Bel canto pubblicata col titolo in italiano a Berlino nel 1887 fino al volume La crisi del Bel canto “memoria” storica di un insegnante nostalgico, Vittorio Ricci, apparsa a Firenze nel 1915. Nel frattempo, anche per la straordinaria influenza del trattato di canto di Manuel García, cominciava a radicarsi l’idea che lo studio del repertorio del primo Ottocento (cui si aggiunsero gradualmente le opere di Mozart e pochi altri compositori settecenteschi) costituisse un bagaglio didattico fondamentale per la preparazione tecnica dei cantanti che poi avrebbero affrontato le ardue vocalità dell’opera verista e protonovecentesca. È forse utile a questo punto fare un passo indietro nel tempo: per capire meglio come erano utilizzate le voci al tempo di Mozart e poi dei grandi compositori del Belcanto del primo Ottocento, dobbiamo ricordare che per tutta l’età barocca si erano avute delle continue oscillazioni di gusto derivanti da vere e proprie mode vocali: rispetto alle quattro voci “naturali” della donna e dell’uomo, soprano-contralto-tenore-basso (dalla più acuta alla più grave), il tenore, che al tempo di Caccini era una delle voci preferite, era quasi scomparso in Italia dai ruoli protagonistici per riapparire sporadicamente solo dalla seconda metà del Settecento per influenza dell’opera francese. Al suo posto i ruoli degli eroi giovani o di natura non umana erano ricoperti dai castrati, voci non naturali di soprano e di contralto che suonavano come voci infantili rese potenti e agili da studi ed esercizi approfonditi che duravano anni e in casse toraciche poderose. Le voci femminili restarono tuttavia sempre attive in quegli stessi registri, soprattutto in contesti scenici che richiedevano la componente femminile, come le onnipresenti trame amorose. La voce naturale maschile più grave, il basso, dopo uno sviluppo virtuosistico notevole nel Seicento, fu limitata a sottolineare la gravità dei personaggi più nobili e anziani, anche se negli anni di Mozart aveva ripreso uno spazio notevole, come del resto ormai il tenore. L’Ottocento si apre con una graduale sostituzione delle voci dei castrati (ancora usate nelle prime opere serie da Rossini) con gli analoghi femminili, che però usavano spesso il travestimento (donne che impersonavano uomini, come si diceva “en-travesti”) in ossequio alla tradizione precedente. Furono molto più valorizzate inoltre le voci intermedie, individuate già secoli prima ma di uso occasionale: il mezzosoprano, a metà tra il soprano e il contralto, e il baritono, tra il tenore e il basso. Il compositore, oltre a queste variegate soluzioni timbriche, aveva a disposizione una smisurata tavolozza di possibilità diverse nel comporre un’aria, ossia la parte lirica del dramma in cui il cantante poteva esprimere i sentimenti più intimi e, ovviamente, la sua bravura: esistevano per esempio arie di sortita, di bravura, di sdegno o ira, di battaglia, e anche la loro forma si allargò a dismisura cominciando a prevedere, oltre al classico “da capo” (la ripetizione della prima parte di un’aria di solito bipartita, che consentiva di improvvisare ogni sorta di virtuosi abbellimenti), una più complessa struttura costituita da una introduzione (la scena, in recitativo) e varie evoluzioni interne (la cavatina, il cantabile, e nel finale la cabaletta), il tutto applicato sia a solisti che nei frequenti duetti. Forme particolari di scena, molto in voga dal Settecento e poi per tutto il Romanticismo furono, per esempio, la scena del Sonno, la scena di Prigione, oppure la scena di Follia (l’esempio più celebre di quest’ultima è la Follia della Lucia di Lammermoor di Donizetti). Tantissimi cantanti divennero durante il periodo d’oro del Belcanto beniamini del pubblico creando le prime forme di divismo che poi caratterizzerà il mondo dell’opera novecentesca, nomi che ancora oggi evocano atmosfere sognanti e magiche per i melomani più colti: per citarne soltanto alcuni, basti ricordare Giuditta Pasta, Isabella Colbran, Maria Malibran, figlia insieme a Pauline Viardot di quel Manuel García celebrato per il già ricordato trattato di canto, e voci maschili acclamate, come i napoletani Giovanni David e Luigi Lablache, rispettivamente tenore e basso. Come già era successo fin dalle origini del melodramma italiano, dobbiamo pensare che anche per questi e tanti altri virtuosi i grandi compositori del primo Ottocento scrivevano arie appositamente concepite per la loro specifica vocalità, un rapporto simbiotico tra pensiero e azione che giustifica la mitizzazione di un’epoca aurea che sembrava sparita per sempre.

Invece intorno alla metà del Novecento successe qualcosa di inaspettato: nacque la cosiddetta “Belcanto Renaissance”, ossia cominciarono ad essere proposte sempre più coraggiosamente versioni “ripulite” delle opere del primo Ottocento che erano rimaste in repertorio ma a prezzo di una modernizzazione impietosa. Tra i pionieri che cominciarono a proporre con straordinario intuito interpretazioni più fedeli alla scrittura originale, allora giudicata quasi ineseguibile, si distinse presto Maria Callas (con Armida di Rossini a Firenze nel 1952), e poi Teresa Berganza che anticipò con un’incisione del 1964 quella riscoperta del Barbiere di Siviglia consacrata poi dall’edizione critica di Zedda interpretata da Abbado nel 1971 e divenuta il riferimento del Belcanto nel genere comico. Per il Rossini serio fu invece l’allestimento di Assedio di Corinto alla Scala nel 1969 a far scoprire i talenti belcantistici di Marilyn Horne che si unì ai nomi di Joan Sutherland, Beverly Sills, Leyla Gencer, Montserrat Caballé e tanti altri eccezionali interpreti, tra cui cominciarono a comparire anche adeguati tenori e bassi, indispensabili per la riproposizione “filologica” delle opere del passato. Dopo la “Rossini Renaissance” (stabilizzata con la creazione del Rossini Opera Festival e della Fondazione Rossini a Pesaro) si sviluppò a catena anche una “Donizetti Renaissance” che tuttora vede nel Festival Donizetti di Bergamo il suo polo di irradiazione principale, ed anche una riscoperta di Vincenzo Bellini con la Fondazione dedicata al musicista nella nativa Catania. Caratteristica di queste riscoperte dei massimi autori del Belcanto italiano della prima metà dell’Ottocento è l’aver associato, accanto alle riesecuzioni storiche di opere rimaste in repertorio e poi sempre più spesso di titoli sconosciuti o dimenticati, la creazione di centri di ricerca e studio incaricati di preparare edizioni critiche attendibili. Il futuro del Belcanto, infatti, è affidato sempre di più al dialogo tra interpreti in possesso di una preparazione tecnica d’eccellenza, direttori musicali sensibili e colti, e musicologi in grado di condividere i risultati della ricerca specialistica internazionale su un repertorio ormai considerato uno scrigno colmo di gioielli ancora in parte da riscoprire e far brillare. Concludiamo con una curiosità: nel 2018 è stato prodotto il film Bel Canto del regista Paul Weitz, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 2001 da Ann Patchett, best-seller negli Stati Uniti. La trama però non ha molto a che fare con la nostra storia: una cantante lirica americana (Julianne Moore) invitata ad esibirsi per un ricco melomane giapponese in un paese sudamericano governato da un dittatore, è catturata da un gruppo di guerriglieri antigovernativi e in questa trama - a parte la magnifica voce autentica della cantante Renée Fleming, peraltro amica della scrittrice del romanzo - non resta ovviamente molto spazio per un canto fiorito, ricco di grazie e abbellimenti, che possa giustificare il titolo, almeno secondo quanto abbiamo raccontato in queste pagine.


Nota bibliografica

Oltre alle voci di enciclopedia “Belcanto” (Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti, a cura di Alberto Basso, Torino, Utet, 1983, Lessico, vol. I; The New Grove Dictionary of Music and Musicians, Londra, MacMillan, 2001, vol. 3, p. 161, leggibile online), forniamo di seguito, in ordine cronologico, i titoli più importanti per il dibattito critico e per la storia del termine: Manuel García [Padre], Trattato completo dell’arte del canto, a cura di “Emanuele García Figlio”, Milano, Ricordi, 1842; Vittorio Ricci, La crisi del Bel Canto, Firenze, Galletti & Cocci, 1915; Id. Il Bel Canto, florilegio di pensieri, consigli e precetti sul canto tratti dalle opere di scrittori antichi e moderni, Milano, Hoepli, 1923; Herman Klein, The Bel Canto, with particular reference to the singing of Mozart, Londra, Oxford University Press, 1923; Andrea Della Corte, Canto e bel canto, Torino, Paravia, 1934; Armand Machabey, Le Bel Canto, Parigi, Larousse, 1948 (prima ed. Parigi, 1928); Philip A. Duey, Bel Canto in its golden age, New York, King’s Crown Press, 1951; Rachele Maragliano Mori, I maestri del bel canto, Roma, De Santis, 1953; Olivier Merlin, Le Bel Canto, Parigi, René Julliard, 1961; Mathilde Marchesi, Bel Canto: A Theoretical and Practical Vocal Method, New York, Dover, 1970; Erna Brand-Seltei, Belcanto; eine Kulturgeschichte der Gesangskunst, Wilhelmshaven, Heinrichshofen, 1972; Rodolfo Celletti, Storia del Belcanto, Fiesole, Discanto, 1983; Charles Osborne, The Bel Canto Operas of Rossini, Donizetti and Bellini, Londra, Amadeus Press, 1994; James A. Stark, Bel Canto. A History of Vocal Pedagogy, Toronto, University of Toronto Press, 1999; Antonio Juvarra, I segreti del belcanto. Storia delle tecniche e dei metodi vocali dal ’700 ai nostri giorni, Milano, Curci, 2006; Philip Gossett, Divas and Scholars, University of Chicago Press, 2006 (trad. it.: Dive e maestri. L’opera italiana messa in scena, Milano, Il Saggiatore, 2009); David Cowart, The Aim Was Song: Ann Patchett’s Bel Canto, in The Tribe of Pyn: Literary Generations in the Postmodern Period, Ann Arbor, University of Michigan Press, 2015, pp. 124-145. Naturalmente il contributo alla storia del Belcanto e della Belcanto Renaissance può essere seguito attraverso la sterminata bibliografia sui singoli compositori che abbiamo più volte ricordato, da Mozart al giovane Verdi, comprese le imprese editoriali delle fondazioni intitolate a Rossini, Donizetti e Bellini, ma anche attraverso biografie e studi su singoli cantanti: un caso per tutti, il capolavoro di Sergio Ragni, Isabella Colbran Rossini, Varese, Zecchini, 2012, 2 voll.

 

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ACCORDI “40 personaggi della mia vita”

2021

Writer LORENZO ARRUGA

© Archinto, Milano

 

Leyla Gencer
1928 – 2008
 

Alla Scala mi dicono: va in palco di proscenio per l'Alceste; vedrai la Gencer che fa piangere il coro. Io conosco la Gencer da parecchi anni, e conosco anche il coro, so quanto siano professionisti, ma via, l'Alceste anche se è splendida non è la Madama Butterfly: per commuoversi bisogna proprio entrare nell'intimo della musica, penetrare nella tragedia antica come fosse d'oggi, insomma esserci dentro con tutta la vita. E allora provo ad infilarmi in un palco di proscenio, l'opera di Gluck si snoda drammatica e severa. Alceste, la regina, si sacrifica agli dèi offrendosi in cambio della vita del marito, ecco arriva il momento, accasciata a terra, due donne la sollevano, sembra una Pietà michelangiolesca, miracolosamente inserita, gesto su gesto, nella musica, ecco le parole, quelle frasi brevi che sullo spartito sembrano dire nulla e in scena possono essere tutto: «Non più, non più sospir, lasciatemi morir». E poi l'insorgere del dolore, dello strazio, quella musica incalzante, quelle note lassù di cui la Gencer s'impossessa con violenza pronunciando chiarissimo, chissà come, «estremo, estremo pianto». Siamo tutti catturati, disperati, confortati come nella grande tragedia.

Allora vado dalla Gencer e le chiedo di trovarci per un'intervista. Dico: «Venga da me fra due giorni», ma fra due giorni c'è la prossima recita: è l'ora in cui i cantanti sentono mal di gola, questa artista tragica sentirà anche chissà quali mali spirituali in più, meglio fuggire; dico che ho un impegno. Mi dice: «Le telefono», ma mi viene in mente la storia che circola di certe sue telefonate ad ore impossibili e la leggenda in proposito, che quest'artista viva su un altro fuso orario. Allora mi propone di andar subito a casa sua a bere un po' di champagne.

La sua casa colpisce perché è piena di cose belle, un misto di ricordi del la sua Turchia e di vita teatrale, ma soprattutto perché è piena di libri. Su una poltrona vedo l'edizione greco-francese dell'Alceste di Euripide. Un poco di cultura francese c'è sempre nei turchi colti, ma che si tratti davvero del fenomeno rarissimo d'una cantante intellettuale? Glielo chiedo. «Ma veramente», mi risponde, «io mi sento una bestia da palcoscenico, una bestiola della Scala.»

Sul palcoscenico ha cominciato subito, mi spiega. Recitava Molière da ragazzina con una compagnia improvvisatissima che trascinava nella furia di vita teatrale. «Che bello diventare personaggi poetici, calcolare t to meticolosamente per costruirli e poi non preoccuparsi che di farli vivere. » Ma questa immedesimazione, quel piangere mentre canta non distur ba la voce? «Sa, la mia voce può piacere o no, ma che cosa m'importerebbe di averla se non potessi esprimere quello che sento, quello che sulla titura è scritto?...» È una voce caratteristica, difatti, di quelle che è impossibile non imitare quando si riferiscono le loro parole, come Riccardo Bacchelli, come Ruggero Orlando. Rimane sempre, al di là della tecnica sopraffina della musica rispettata assolutamente, del dono di talento naturale, quel tanto di inatteso che fa trasalire, e che costringe a spostarsi dalle linee previste dalla tradizione alla scoperta di spazi drammatici. Per questo Leyla Gencer ha folle di ammiratori e può venir sempre discussa invece dai custodi delle leggi della sapienza fondata sul godimento prevedibile.

«Mi piacerebbe ancora follemente recitare in prosa. Quando Giorgio De Lullo mi insegnava il Macbeth, c'era la frase di entrata, la lettera da leggere. "Nel dì della vittoria io le incontrai..."» La incomincia coi gesti. Adocchio lo spartito e mi metto al pianoforte. Avanti, le dico. Canta il recitativo, canta l'aria. Mi costringe ad accennare il duetto: capisco cosa deve sentire chi canta con lei: quando mi dice la battuta «Vergogna, signor», lo con un disprezzo che non so quasi se offendermi. Poi avanti si fa gentile, perché vuol farmi rifare un passo: «Il Maestro lo fa più lento, più misterioso», Ormai è chiaro, leggeremo tutta l'opera. Sono le tre di notte, attacca l'aria del sonnambulismo, quella irta di colori per chi canta e di bemolli per chi suona.

Ecco il finale in pianissimo: «andiamo...». Un fil di voce: ma, signora Gencer, è la seconda opera che canta, questa notte... Come le è venuto così bene, così piano? Risponde naturale, con aria quasi di giustificazione: «Mi è venuto improvvisamente in mente che i vicini potessero protestare>>.

 

«Il Giorno», 9 maggio 1972

 

***

 

Leyla divenne molto amica di mia moglie e la rincontrai tante volte. Era una donna che più turca è impossibile e nemmeno è possibile più europea, che amava appassionatamente il mondo, devota ai suoi idoli umani quasi al di sopra d'ogni nostra comprensione.

Era sempre ed in tutto riconoscibilmente se stessa. Già la sua sagoma era inconfondibile. Se veniva fermata per la strada rispondeva come in una stampa a colori orientale. Vestiva preziosa ed alla moda ma non lontana dalle signore antiche: una volta che giravamo una ripresa d'opera, temette che il costume le rivelasse più del dovuto l'ammirevole seno: eravamo all'aperto, s'affacciò verso l'operatore e chiese: «Troppo?». L'operatore si spostò a fianco del cavalletto, s'inchinò leggermente e dichiarò: «Signora. Per me è tutto buono». Non sembrava a vederla disponibile a radicali trasformazioni. Ma quando ci trovammo in mezzo ai suoi personaggi, riuniti in una Mostra appassionante di immagini fotografiche, curata da Franca Cella e Pier Luigi Pizzi, nude immagini in bianco e nero nel foyer della Scala per i dieci anni dalla morte, ancora una volta fummo impressionati davanti a figure tanto profondamente diverse fra loro. Ci colpivano quasi con violenza la devozione orgogliosa delle Regine donizettiane martiri, lo sguardo nero di Medea o la sua mano pronta alla vendetta, la spensierata, sensuale grazia di Fiordiligi, la cupa voluttà d'un destino fatale di Lady Macbeth, il gesto, unico al mondo con cui la sua Aida si protende a difendere i prigionieri del suo popolo...

Leyla era simpatica. Non che non fosse impegnativa. Se la prendeva molto quando si sentiva maltrattata. Una volta a Venezia, dopo Macbeth, uscì un articolo in cui Mario Messinis spiegava che quei colori scuri, quell'emissione senza le lusinghe del legato consolatorio all'italiana, quel modo di scolpire la parola, che son note caratteristiche della sua voce, concorrevano a creare esattamente quello che Verdi nella partitura e nelle lettere relative chiedeva. Il titolista semplificò e ne uscì che l'aspra voce della Gencer era ideale per Lady Macbeth. Aspra voce: lo rimuginò a lungo.

Mi divertivo a dirle che lei praticava il lamento col da capo fiorito, con le ripetizioni variate, come le arie barocche. Però quando si sentiva offesa da parodia qualcuno, nel raccontare i fatti s'immedesimava e ne faceva una parodia così esatta e spassosa che, con allegria noi, lei quasi dispiaciuta per la trasformazione del discorso, finivamo in risate.

Sentiva la necessità d'avere tutto in un raffinato ma classico ordine e che toccava sempre a lei deciderlo. Non dubitava della sua autorità fulminea. Diceva di non essere una diva ma alla domanda «Si è messa mai in coda in un negozio?» rispondeva: «No, perché?». E non perché non frequentasse i negozi, ma perché la lasciavano passare davanti. Disciplinatissima nel personaggio, in scena, non perdeva mai la concentrazione, ma le rimaneva una specie di controllo d'emergenza, che le era impossibile non esercitare soprattutto se nella situazione drammatica aveva colto il lato buffo. Mi hanno raccontato di una occhiataccia irresistibile di disappunto, all'Arena di Verona, in quelle recite di luci, ombre e distanze ancora senza il rischio delle dettagliate rivelazioni televisive, all'apparire di Carlo Bergonzi, il più famoso Radames, che nella frescura aveva indossato, sotto la tunica, una maglia di lana. (Ma chi ci darà mai più quelle due voci che muoiono pronunciando piano «O terra, addio» nell'arco misterioso delle fiaccole, mentre l'eccelsa Amneris di Giulietta Simionato invoca pace?»).

Una volta alle Terme di Caracalla, sempre in Aida, ci fece assistere a una portentosa e vittoriosa gara contro la filologia. Si usava ancora garantire, in questo luogo, la presenza in scena di elefanti sontuosi, anche se ormai un po' invecchiati. In questi casi, per natura, gli elefanti lasciano retrotracce vistose. Vedemmo Leyla con piccoli cenni dirigere le operazioni di pulizia degli inservienti muniti di pala e scopino, e il direttore dovette introdurre una lunga pausa con «corona» prima di dar l'attacco.

Era amata. Una volta venne in giuria a Ginevra per la finale di un concor so di bambini musicisti. Ero riuscito a formare un gruppetto giudicante di personaggi internazionali noti; ma quando arrivammo in albergo tutti restarono stupefatti. Giù dalle scale si precipitò lo chef e le si inginocchiò davanti. Al nostro tavolo ogni pasto godemmo d'una fastosa torta dove sopra la glassa si leggeva un osanna per lei.

Se voleva, sembrava avere preso lezioni da Barthes, che l'incantava, e da Voltaire, che conosceva da sempre. Diceva frasi mordentissime con aria disinvolta e distratta. Di un grande appassionato frequentatore di concerti e d'opera «molto generoso da parte sua, dedicarsi a un'arte che capisce poco, su un noto personaggio presente in società musicali ma presidente d'azienda di uno dei più importanti colorifici, che dava consigli, borbottò: «Lui, coi suoi barattoli». Una volta era a un dopoteatro, si annoiava, per nulla rispettosa della cautela verso quelli che avrebbero potuto diventare sponsor e sostenitori, e udi qualcuno proclamare: «Ma come siete sempre esagerati voi artisti!». Si voltò verso di lui: «Per forza, se no in scena saremmo noiosi come voi nella vita».

Studiare era per lei entrare direttamente in teatro. Negli anni di docenza all'As.Li.Co. e all'Accademia della Scala non ammetteva che qualcuno pensasse al canto in astratto, per lei non potevano esistere ragioni staccate dalla verità da vivere in scena. Dove lei si gettava sulla parola. Come un cronista d'inspiegabile fiuto, scopriva storie che lo studio approfondiva. Nessuno scoprì tanto l'animo di Leonora, ormai eremita che cerca pace, come lei in quell'uscita improvvisa «Alvaro, io t'amo!» nella notte solitaria. Rappresentammo la scena della torre dal Trovatore nel Castello di Gressan, La Tour de Villa, e mentre saliva i gradini col velo che si agitava impetuoso fra il muro e la faccia, parole e palpiti più che vanificarsi si eternavano in una leggerezza irraggiungibile.

Leggere uno spartito con lei era fare l'Opera nella pienezza. Elisabetta nel Don Carlos verdiano rinuncia all'amore intrapreso con il giovane principe nella notte di Fontainebleau, per il dovere di Stato e la convenienza del popolo, fino a scatenarsi contro l'amato che cerca invano un segno d'intimità, poi, sola, esprime la sua denuncia a Dio con l'invocazione «Seigneur!» ripetuta prima più alta, poi più grave. Tutte lo eseguono piangendo. Leyla no. Dal pianoforte, con lei, alla seconda sentivo il collo irrigidirsi in un sussulto quasi di superbia, la voce pronunciava l'ultimo «Seigneur!» nella dignità d'una Regina ferita.

Amava la grandezza. Frequentava chi pensava nobilmente, pochi: scrittori, artisti di teatro, musicisti, amici. Gavazzeni, che adorava, era il Maestro. Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, era l'amato Padre della Patria.

Com'è noto, secondo la sua volontà, le ceneri di Leyla sono state disperse nel suo mare.

 

IL MIO PENSIERO PER TE

La vita e l’arte di Ettore Bastianini nelle Lettere a Manuela Bianchi Porro

2021

2021 Il mio pensiero per te • La vita e l’arte di Ettore Bastianini nelle Lettere a Manuela Bianchi Porro

CANTAGALLI FRANCHINI / LOPANE - Il mio pensiero per te • La vita e l’arte di Ettore Bastianini nelle Lettere a Manuela Bianchi Porro

LUISELLA FRANCHINI / VALERIO LOPANE - Il mio pensiero per te • La vita e l’arte di Ettore Bastianini nelle Lettere a Manuela Bianchi Porro

 

Viene per la prima volta pubblicata nella sua integralità la corrispondenza fra Ettore Bastianini e Manuela Bianchi Porro, da lei donata alla Biblioteca Musicale Gaetano Donizetti di Bergamo. Mutuando il titolo d’un film di Michelangelo Antonioni, quella che da tal carteggio sortisce è realmente La cronaca di un amore.

«Mettimi come sigillo sul tuo cuore come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l'amore, tenace come il fuoco la passione, [...] le grandi acque non possono spegnere l'amore, né i grandi fiumi travolgerlo» (Cantico dei cantici 2, 8 ss.). Crediamo sia questo il significato, per Manuela Bianchi Porro, dell'aver conservato la sua corrispondenza con Ettore Bastianini, dell'averla posta a futura memoria in una biblioteca, di averne consentito ora una pubblicazione giustamente priva d'ogni omissis.

“Sento tanto questa lontananza che ci separa, ti penso sempre e penso che un giorno sarai a me vicina sempre. La irrequietezza di Bastianini sei solo tu riuscita (quasi) a domarla.” Ettore Bastianini.

"La sua voce generosa, prorompente, sgorgava con naturalezza e con la voce, senza bisogno del gesto, esprimeva tutto il senso del melodramma. Voce di baritono profondo che andava verso il basso, con ricchezze timbriche uniche, dava un piacere fisico all'ascolto. Nella sua linea di canto non c'era sbavatura o errore stilistico; aveva toni gravi, con dentro armonici così ricchi, che sembrava la tastiera d'un organo." Leyla Gencer

Copertina flessibile, 192 pagine

 

LA REPUBBLICA

2021.02.26

 

Teatro San Carlo: Sergio Ragni protagonista del nuovo podcast "Voci di Memus"
 
Disponibile online dasabato 27 alle 10 sulle piattaforme Spotify, Spreaker e Apple Podcast.
È Sergio Ragni il protagonista del quinto episodio di “Voci di MeMUS” la prima serie di Podcast del Teatro di San Carlo disponibile da domani sabato 26 febbraio a partire dalle ore 10.00 sulle piattaforme Spotify, Spreaker e Apple Podcast.
Quello di Ragni, studioso di Rossini e dell'opera dell'Ottocento, è il racconto sonoro del vissuto di uno spettatore, di un ascoltatore attento ed esigente che rievoca e ripropone percorsi musicali e artistici, reminiscenze del Teatro di San Carlo. Memorie sonore e memorie di personalità che hanno lasciato una traccia indelebile nella sua formazione.

Sergio Ragni, rievoca gli albori della sua passione, tutti risalenti alle sue prime esaltanti esperienze come giovanissimo spettatore al San Carlo. Il racconto è accompagnato da estratti di storiche registrazioni di spettacoli del San Carlo.
È possibile riconoscere la voce di Maria Callas e di Gino Bechi nel duetto “Donna chi sei’” dal Nabucco di Giuseppe Verdi diretto nel 1949 da Vittorio Gui, o quella di Virginia Zeani nella Scena della pazzia da Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti (registrazione del 1963) o ancora ascoltare Leyla Gencer interpretare “Non più affanni” in Caterina Cornaro di Donizetti in una registrazione del 1972.

 “Voci di MeMUS” (https://www.spreaker.com/show/voci-di-memus-conversazioni-in-rete ) è un ciclo di podcast che racconta il dietro le quinte del Lirico napoletano, l’evoluzione del costume e della società che da sempre ruota intorno al Teatro e agli artisti che hanno popolato le sue stagioni.
Un’apertura virtuale, un racconto “interattivo” fatto da collezionisti privati e personaggi che hanno vissuto il Teatro dall’interno, ma anche da rappresentanti di altri musei e di istituzioni.

Si alterneranno “al microfono” nei prossimi appuntamenti: Gabriele Capone, direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III, Candida Carrino, Direttore dell’Archivio di Stato di Napoli; Paolo Mascilli Migliorini architetto, direttore fino al 2020 del Palazzo Reale di Napoli; Eduardo Nappi, per molti anni responsabile dell’Archivio Storico del Banco di Napoli; Vincenzo Trione, Preside della Facoltà di Arti Università IULM di Milano e Presidente Scuola dei Beni e delle Attività Culturali; Paolo Giulierini, Direttore del MANN.
“Voci di MeMUS”, progetto di narrazione partecipativa a cura di Giovanna Tinaro e Dinko Fabris, è sostenuto dalla Regione Campania UOD 01 “Promozione e Valorizzazione dei Musei e delle Biblioteche”.

 

OPERA MAGAZINE

2021 April

 

CLASSIC VOICE

2021.04.15

 

OPERA MAGAZINE

2021 August

 

OPERA MAGAZINE

2021 October

 

GB OPERA                                             

2021.10.10

Leyla Gencer (1928 – 2008): “Maga, Zingara o Regina”

Leyla Gencer (Istanbul, 10 ottobre 1928 – Milano, 10 maggio 2008)

 

Maga, zingara, regina. Leyla Gencer si è impadronita con prepotenza di queste figure che affollano il melodramma dell’Ottocento. Regine, soprattutto: Maria Stuarda, Elisabetta, Anna Bolena, Lady Macbeth. ” Non sei contenta se non hai una corona in testa”, le disse Paolo Grassi ai tempi della Scala. Ed è vero: le basta cingere l’insegna regale e il personaggio, per una sorta di misterioso “ritorno”, si incarna. Allora ecco Leyla-Elisabetta camminare a passo lento, disillusa sovrana d’Inghilterra: eccola scendere barcollante, sonnambula consorte di Macbeth. Apparentata con la Callas per quei “pianissimi”, per le “smorzature” che danno ali alla sua voce, per la singolare capacità di pesare la parola nei recitativi, di scoprire nei personaggi i semi nascosti delle passioni, gli orrori morali, Leyla Gencer quando entra in scena annuncia sempre un evento memorabile. Le devono molto i personaggi del giovane Verdi, del Donizetti raro a cui ha dato una nuova vita.

Nata in Turchia, a Istanbul. da molti anni in Italia, la Gencer dice di avere non due ma tre radici: quella slava della madre polacca, quella turca del padre e, innestata, l’italiana. Dall’unione di tali radici è nato un albero di rigoglioso è strano. Una donna che non ama più di tanto la bontà, che si scatena in breve tempestose collere. Ha un vizio moderno, Leyla: il telefono. Lunghissime conversazioni e vittime designate.

Canti e parli diverse lingue , Leyla. Quale preferisci, come cantante?

“L’italiano, anche se la prima lingua che ho parlato il francese. Era francese la mia prima governante, una contessa in esilio. Viveva con noi. Nelle nostre case, in Turchia, si usava avere ospiti a vita, onoratissimi, rispettatissimi. Così eravamo noi, allora. Fu un personaggio determinante per me: con lei ho imparato tante cose.”

Chi capisci di più gli uomini o le donne?

“Mi trovo molto meglio con gli uomini punto sono più diretti, più immediati, più leale. Nelle donne c’è sempre un “arriere-pensée” e io se n’è sempre sul chi va là con loro”.

Come reagisci a un’offesa, a un tradimento?

“In due modi: o facendo delle grandi scenate, tempesti, uragani, o ignorando chi mi ferisce. Quando esplodo dico cose che non dovrei dire”.

L’amore, fino a oggi, ti ha dato più felicità o dolore?

“L’amore dà sempre molta felicità, ma anche tanta infelicità”.

Appartieni al tipo di donna che tormenta la persona amata?

“Sì, sono una donna che tormenta: ma per amore”.

Ti dà fastidio la gelosia?

“Non voglio limiti alla mia libertà. Abito sola, anche se sono sposata. Mio marito, banchiere, sta in Germania. È una persona straordinaria, mi capisce, mi lascia vivere. Mi adora come artista e allora mi perdona molte cose, anche il mio carattere”.

Come hai superato i dolori, le disillusioni nella tua vita?

“Dipende. Il primo impatto col dolore è di disperazione. Non voglio vedere nessuno. Poi scatta in me qualcosa, ricomincio a vivere. Ma certi momenti sono di morte: di morte totale.”

Credi nelle forze occulte?

“Sono portata a crederci. Sono una orientale, cresciuta nella magia, ma certamente in un modo molto diverso dal vostro. Credo nelle potenze magiche”.

Che cosa intendi per “potenze magiche”?

“Il maleficio, il malocchio. Durante una recita voglio vedere persone simpatiche in prima fila o nei palchi più vicini, voglio sentire fluidi benefici…”

Qual è, secondo te, la tua dote dominante?

“La forza magnetica. Cantare è un’arte magica. Ecco perché, prima di un’opera o di un concerto, ho una cura maniacale di ogni particolare. Non solo il canto, la dizione, ma tutto è importante: il vestito, la pettinatura, la parrucca, ecc. Devi conquistare il pubblico non solo come con la musica. Una volta, in un recital, interpretavo tre personaggi: una maga, una zingara, una regina. La regina era la decapitata Maria Stuarda. Per quell’occasione ho voluto un abito rosso, un grande peplo rosso sangue.”

Ti commuovi mentre canti?

“Sì, piango veramente. Però mentre piango se mi capita di vedere che nel primo parco c’è una persona che sbadiglia. o se vedo la corista che chiacchiera fra le quinte, allora mi arrabbio e penso: “Come osano chiacchierare o annoiarsi mentre si sta cantando?”.

È vero che nel passato si cantava meglio?

“Non voglio dire che oggi si canti meglio ma sicuramente si ha una maggiore preparazione musicale, pur pur avendo forse meno voce…”

A che cosa tieni di più, all’amore o alla carriera?

“Il mio più grande amore è la musica. Ma la musica è sempre legata ai miei amori. Tutta la vita sono stata innamorata.”

Di musicisti?

“No, non precisamente”

C’è, nella tua vita, una persona che non dimenticherai mai?

“Sì, ho avuto la fortuna di trovare un sovrintendente come Di Costanzo, che non era un uomo colto, ma che intuiva subito le qualità di un artista. È stato lui a darmi la forza di fare teatro. Poi è venuto il maestro Serafin e poi ho avuto la fortuna di conoscere Gui e Gavazzeni… Questo “trio” mi ha aperto tanti orizzonti….

Che cosa provi prima di entrare in scena?

“Paura, angoscia. Mi sembra ogni volta di non avere più voce, mi sento malatissima: asma, bronchite, mal d’orecchio…”

Temi di più l’incidente vocale o l’angoscia?

“La memoria è stata sempre un incubo per me. Non canto mai senza suggeritore. Imparo prestissimo, ma dimentico con altrettanta facilità”.

E se ti capita un vuoto di memoria…

“Inventò le parole. una volta alla Scala, nell’Aida ho incominciato la romanza con le parole “O fresche Valli”, convinta di dire “cieli azzurri”. Poi il maestro Gavazzeni mi fa. “Ma allora questi “cieli azzurri” non li sentiremo mai…”

Hai mai fumato?

“Si, qualche sigaretta. Adesso è molto che non fumo più”.

Sogni?

“Sì moltissimo. Un sogno ricorrente: volo su un mare azzurro, limpido, sui prati, in mezzo ai fiori. Ebbene dopo mi accade sempre qualcosa di bello.”

Che cosa cerchi nelle persone?

“La lealtà. Troppa bontà non mi ispira e non mi interessa. Io non sono molto buona. Ma sono generosa verso il prossimo. Generosi bisogna esserlo sempre.”

Ami la casa?

“Si, so fare tutto. Tengo moltissimo all’ordine”.

Vuoi bene a te stessa?

“Generalmente mi autodistruggo. Però forse mi amo”.

Ti piace andare all’opera come spettatrice?

“Spesso mi annoio. Quasi sempre trovo belle voci, ma non la magia. Sì, la magia è finita con la Callas”.

 

Above photo Galliano Passerini

(Estratto da “Leyla Gencer: Maga, Zingara o Regina” di Laura Padellaro – Milano, 1979)

 

 

2 0 2 2

 

LAVANTE EMV

2022.09.27

 

IL SOLE

2022.10.09

 

2 0 2 3

 

OPERA MAGAZINE

2023 January

 

CORRIERE DELLA SERA

2023.06.16

 

DIAPASON MAGAZINE

2023 September

 

Leyla Gencer La Reine des pirates • La diva turque a construit sa légende loin des studios, consummée par la vérité du feu dramatique. Son goût pour les répertoires rares fit d’elle une protagoniste majeure de la « Donizetti Renaissance ».

 

2 0 2 4

 

EL NUEVO HERALD

2024.02.15

 

2 0 2 5

 

NOIDONNE

2025.05.12

LOREDANA CORNERO

 

Leyla Gencer: grande donna, artista straordinaria, ponte culturale tra Italia e Turchia

A un anno dalla sua scomparsa un evento a Istanbul la ricorda. Emmy Di Gioia, presidente del ComItEs di Istanbul, parla della famosa soprano nota come La Diva Turca

 

Il 10 maggio ricorre l’anniversario della scomparsa di Leyla Gencer, indimenticabile protagonista del belcanto e soprano di fama mondiale, conosciuta come La Diva Turca. Leyla Gencer è nata a Istanbul nel 1928 da padre turco e da madre polacca. L’incontro destinato a cambiarle la vita è del 1949, con la grande soprano italiana Giannina Arangi Lombardi che la fa esibire al Teatro di Ankara. Dal 1953 si trasferisce in Italia, prima a Napoli dove debutta al San Carlo e poi a Milano al Teatro La Scala dove apparirà per ben quindici stagioni. A lei spetta di sostituire la Callas in Lucia nel 1957 a San Francisco, interpretare Anna Bolena con la RAI l’anno successivo il trionfo scaligero della collega o alla Scala poche recite dopo la Divina. La sfida più grande fu nel 1965 quando Gencer è Norma, già interpretata da Callas dieci anni prima. Dopo il ritiro dal palcoscenico Riccardo Muti la volle alla guida della Accademia di canto della Scala. Leyla Gencer morì nel 2008 e le sue ceneri vennero sparse nelle acque del Bosforo. Figura emblematica della lirica del Novecento, Leyla Gencer ha saputo unire con grazia e intensità la tradizione musicale italiana e quella turca, divenendo simbolo vivente del dialogo culturale tra i due Paesi. Per rendere omaggio a questa grande artista, sarà proiettato a Istanbul il film-documentario "Leyla Gencer – La Diva Turca".

Di questa straordinaria artista parliamo con Emmy Di Gioia, presidente del ComItEs di Istanbul, che organizza l’evento.

"Abbiamo voluto ricordare la figura di Leyla Gencer non solo per la sua grandezza artistica, ma anche per il suo valore simbolico: un autentico ponte culturale tra Italia e Turchia, perfettamente in linea con la nostra missione. Leyla Gencer non solo è stata interprete raffinata dell’opera italiana, ma ha saputo portare nel mondo la bellezza della lingua e della musica italiana, raggiungendo vette interpretative pari a quelle delle più grandi soprano italiane del suo tempo. Ma la sua è anche una storia di migrazione e di adattamento, fatta di incontri, sfide e crescita personale. In questo, la sua vicenda biografica risuona fortemente con l’esperienza della comunità italiana in Turchia. Per conoscere e celebrare maggiormente la storia di questa grande artista abbiamo organizzato una serata speciale sabato 11 maggio con la proiezione del documentario 'Leyla Gencer – La Diva Turca', con il patrocinio dell'Istituto italiano di cultura ad Istanbul e in collaborazione con İKSV – Fondazione per la Cultura e le Arti di Istanbul alla presenza del regista. Per rendere il documentario pienamente accessibile anche a chi non conosce la lingua turca, abbiamo curato i sottotitoli in italiano, nella convinzione che la cultura sia un patrimonio da condividere, senza barriere. Con questa iniziativa intendiamo celebrare non solo una voce straordinaria, ma anche un simbolo profondo di connessione tra popoli, una donna di cultura e grande sensibilità, un’artista straordinaria, ponte tra Italia e Turchia, che vogliamo far conoscere maggiormente al grande pubblico".

 

 

LA SCALA

2025 June

 

PHOTO I

 

VITA D’EROE

 

Intervista a Pier Luigi Pizzi

di Alberto Mattioli

 

A 95 anni appena compiuti, Pier Luigi

Pizzi ripercorre una vita in palcoscenico:

dalla prima volta alla Scala da bambino

a un’agenda sempre pienissima.

 

Il 15 giugno Pier Luigi Pizzi festeggia i suoi

primi 95 anni “con i pochi amici veri, perche

non ho piu voglia di fare vita mondana”

e naturalmente “con mio figlio Massimo,

la persona che piu conta, con cui divido

anche momenti di confronto e collaborazione

nell’attivita professionale”. Ma poiche

Non si può mai stare tranquilli, come da

titolo della strepitosa autobiografia scritta

con Mattia Palma, al Gran Regista e toccata

anche l’intervista celebrativa.

AM Novantacinque anni portati come

se fossero venti di meno. Dov’e il

trucco?

PLP Non saprei. Anzi, si: non sentirli.

 

AM Naturalmente, di pensione non si parla.

Fino a quando l’agenda e piena?

PLP Parecchio in la, sicuramente l’anno

prossimo, ma credo anche dopo. L’importante

e arrivarci, poi viene il resto. Quando

mi propongono qualcosa di interessante,

dico di si e poi aggiungo: vedremo. Beh,

se non ci saro io, ci sara qualcun altro.

 

AM Lei e milanese. Si ricorda la prima

volta alla Scala?

PLP Me la ricordo benissimo. Avro avuto

sei o sette anni e mia madre mi porto a una

matinée di Hänsel e Gretel di Humperdinck,

naturalmente in italiano come usava

allora. Non la dimentichero mai. Rimasi

affascinato e ricordo che dissi: devo passare

il resto della mia vita qui dentro. Mi

colpi soprattutto l’inizio dello spettacolo,

quando si spensero le luci della sala e restarono

accese quelle dei palchi, una penombra

misteriosa in cui si preparava un

rituale straordinario. E cominciato tutto

quel pomeriggio, e nella vita ho fatto quel

che decisi di fare allora. Chiesi subito ai

miei genitori di portarmi a teatro appena

possibile. Scoprii il Gerolamo, che frequentavo

moltissimo. Era un nutrimento

quotidiano.

 

AM E la prima volta alla Scala, ma da artista?

PLP Alla Piccola come scenografo per Il

signor Bruschino di Rossini, importantissimo

per me soprattutto perche fu

l’incontro con Gianandrea Gavazzeni,

che ho molto frequentato e molto

amato. Avevamo un bellissimo rapporto,

parlavamo di tutto, soprattutto

di pittura e di letteratura. Con lui

anche in teatro e stata subito intesa

perfetta. Meno con il regista, Sandro

Bolchi. Non ci eravamo parlati prima

delle prove e ci siamo trovati a fare

uno spettacolo su due linee stilistiche

diverse: per Bolchi, il Bruschino

era una farsa; per me, no.

 

AM E teatro dell’assurdo ante litteram.

PLP Certo, e Gavazzeni si schiero con me,

dandomi ragione. Poi venne la prima opera

alla Scala “vera”, Il trovatore con la regia

di Giorgio De Lullo per il Sant’Ambrogio

del ‘62. Un 7 dicembre sempre con Gavazzeni,

e poi Corelli, Stella, Bastianini e il

debutto della Cossotto come Azucena. Subito

dopo, tornai alla Scala con Gavazzeni

per La Cenerentola, protagonista Giulietta

Simionato. Ho avuto fortuna.

 

AM Prima, pero, c’era stato il balletto.

PLP Si, alla Scala “grande” debuttai con

un balletto, Le donne di buonumore, soggetto

goldoniano con musica di Scarlatti,

protagonista Carla Fracci alle sue prime

mosse in palcoscenico. In contemporanea,

alla Biennale di Venezia mettevo

in scena Le morbinose di Goldoni, cioe la

stessa commedia del balletto, con la regia

di De Lullo. Una coincidenza che mi

ha molto divertito.

 

AM Torniamo a Gavazzeni.

PLP Uomo coltissimo, collezionista d’arte.

Musicista atipico, ci siamo intesi molto

bene per questo, perche i musicisti di

solito non sono colti. Poi sapeva che ero

mattiniero come lui, quindi mi chiamava

al telefono alle sette del mattino, era un

buon modo di cominciare la giornata.

 

AM Per un artista, perche la Scala e cosi

speciale?

PLP Agli inizi, in quegli anni l’ho percepito

come un ambiente difficile, addirittura

a tratti ostile. Ghiringhelli e Oldani

erano personaggi introversi. Molto aperti

e disponibili quando si trattava, poi a

contratto firmato tutto diventava difficile,

come se tu dessi noia e temessero delle

scocciature. Il risultato era che quasi ti evitavano.

Quindi e stato di grande conforto

avere Gavazzeni come direttore artistico.

Con Claudio Abbado ho avuto un bellissimo

rapporto, facemmo Lucia di Lammermoor

e Oedipus Rex di Stravinskij, che e stato

un momento molto importante e dove

ho apprezzato enormemente il lavoro di

Claudio. Poi, quando non ero piu solo scenografo

ma anche regista, c’e stata l’epoca

di Muti, molto intensa e culminata in Armide

di Gluck, un po’ la summa delle mie

esperienze barocche.

 

AM Lei fu uno dei primi ad ambientare

un’opera nell’epoca in cui fu scritta: i

famosi Vespri siciliani nell’Ottocento.

PLP Era il 7 dicembre 1970. Ebbi l’intuizione

di collocare l’opera in epoca risorgimentale.

De Lullo era d’accordo, ma era un’idea

un po’ nuova e bisognava avere il consenso

di Gavazzeni, che avrebbe diretto. Andai a

trovarlo a Bergamo, gli spiegai il progetto

e lui mi disse: “Mi piace, andiamo avanti”.

C’e stato chi ha apprezzato e chi no. Ma

con il tempo mi sono convinto che non ci

si deve arrabbiare se ci sono dei detrattori:

e impossibile accontentare tutti.

 

PHOTO II

Pier Luigi Pizzi durante le prove dei Vespri siciliani, 1970 

fotografia di Erio Piccagliani

 

AM Anche Pizzi vittima dei “povero Verdi”!

PLP Beh, le contestazioni pesanti arrivarono

piu tardi, quando con Ronconi facemmo

il Ring, nel ‘74. La Valchiria suscito

molti entusiasmi e molte riserve. La sera

della prima, mentre la platea fischiava (si,

perche ci fischio la platea, non il loggione),

Fedele D’Amico venne davanti alla buca

dell’orchestra urlando: “Bravi, bravi, non

hanno capito niente”. Invece Piero Buscaroli

scrisse che eravamo dei delinquenti.

Io continuo ad avere degli estimatori ma

anche qualche incallito detrattore.

 

AM Quel famoso Ring che non si concluse

alla Scala ma al Maggio...

PLP Alla Scala si interruppe quando ci fu

il caso di Wolfgang Sawallisch che non se

la sentiva piu di andare avanti. Con me

aveva stabilito un buon rapporto, tanto

che voleva andarsene dopo la Valchiria;

ma quando gli portai il Sigfrido decise di

dirigerlo, pero la relazione con Ronconi si

guasto definitivamente. Allora Massimo

Bogianckino ripropose il nostro Ring al

Maggio facendo tutte e quattro le opere e

nell’ordine giusto, visto che alla Scala avevamo

iniziato con Valchiria.

 

AM L’opera si fa meglio oggi o quando ha

iniziato lei?

PLP Non saprei. Di certo, e completamente

diversa. Io non sono un passatista,

vado con i tempi, trovo che effettivamente

quando cominciai c’era un altro modo di

fare teatro, la tradizione procedeva pesantemente

ma c’erano anche molte proposte

nuove, benche tutte nel rispetto della musica

e, in qualche modo, anche del libretto.

Poi con il teatro di regia le cose sono molto

cambiate, nel bene e nel male ci siamo abituati

a vedere un teatro musicale diverso.

Abbiamo gia parlato di quei Vespri: anch’io

ho fatto proposte innovative e rinnovato

il linguaggio scenico, ma sempre a modo

mio. Con gli anni, ho scoperto che lavorare

per sottrazione e molto piu interessante

e piu produttivo. Da scenografo mi ero tolto

tutti i capricci, ho realizzato spettacoli

anche faraonici, ma mai solo per il gusto

di fare le cose in grande. Pensiamo all’Aida

con Abbado, quella portata poi a Monaco

nel ‘72 per quelle tragiche Olimpiadi.

Avevo proposto un’Aida quasi minimalista,

come reazione a quella di Zeffirelli e di Lila

De Nobili che era uno sfarzoso omaggio a

quella della creazione ottocentesca. Bellissima,

specie per il valore pittorico di De

Nobili. Ma io sentii il bisogno di un’Aida

tutta diversa, dove il trionfo era quasi imbarazzante,

non da enfatizzare, per nulla il

culmine della serata. L’attenzione era tutta

concentrata sui personaggi, sulla parte

intima dell’opera. Fui molto attaccato, mi

accusarono perfino di pauperismo. Del resto,

un titolo popolare come Aida l’ho messo

in scena almeno cinque o sei volte in

maniera sempre diversa, cercando sempre

di trovare una chiave di lettura particolare.

Ripetere le stesse cose mi annoia. Ho

sempre voluto essere molto rigoroso, ma

anche trovare il modo di divertirmi.

L’ironia mi ha sempre salvato.

 

AM Qualche collega che le piace?

PLP Direi Robert Carsen. E poi Damiano

Michieletto.

 

AM La voce piu incredibile che abbia sentito?

PLP Dipende da cosa si intende per incredibile.

Una voce che mi ha colpito e quella

di Leyla Gencer, perche con lei ho avuto

delle esperienze di vita e di teatro molto

speciali. Poi ovviamente la Callas, ma potrei

citare tanti altri personaggi: Renata

Scotto, con cui ho lavorato molto, Cossotto,

Simionato, eccetera.

 

AM Tutte donne, anzi primedonne. E gli

uomini?

PLP John Vickers. Mi aveva molto colpito

nell’Otello con Karajan a Salisburgo; andai

a sentirlo con Dino Ciani e tornammo anche

l’anno successivo, perche questo artista

ci aveva davvero impressionato. Poi feci

Parsifal con lui a Chicago e fu un’esperienza

straordinaria. Fra le piu giovani, cito

Anna Caterina Antonacci e Mariella Devia.

Oggi mi piace molto Lidia Fridman,

l’ho scoperta io.

 

AM L’opera che vorrebbe che la Scala le

chiedesse?

PLP La Scala non mi chiedera piu nulla.

Ma ci ho fatto tantissimi titoli, oggi mi

piacerebbe Billy Budd.

 

AM Che peraltro alla Scala non e mai stato

rappresentato. Lo spettacolo d’opera

piu bello suo o di altri?

PLP No, non posso rispondere, sono tanti,

troppi. Faccio teatro da piu settant’anni

e a teatro sono sempre andato anche da

spettatore, perche ho voglia di vedere cosa

succede intorno a me. Dei miei spettacoli,

posso dire che anche quelli meno riusciti

hanno contato qualche cosa.

 

AM Rimpianti?

PLP Facciamo gli scongiuri. Qualcuno

magari c’e, ma sono secondari rispetto a

tutto quello che ho avuto. Il teatro mi ha

dato moltissimo. Il cinema all’inizio l’ho

fatto, mi ha permesso di togliermi parecchi

capricci ma mi annoiava da morire,

con tutte quelle attese interminabili. Il teatro

invece non mi ha mai annoiato, anche

nelle situazioni meno felici ho sempre

trovato modo di divertirmi. Ho passato

in teatro la maggior parte della mia vita

e non lo rimpiango per nulla. Era quello

che volevo, come avevo capito a sei anni,

alla Scala.

 

— ALBERTO MATTIOLI

Scrive, prevalentemente di musica, su dodici

giornali e lavora come drammaturgo per

diversi teatri italiani e stranieri. Ha

pubblicato dieci libri

(l’ultimo è Il loggionista impenitente,

Garzanti) e scritto sei libretti d’opera

 

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BS: I wasn't into that stuff. I never collected pirated recordings. ...

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