DON CARLO
Giuseppe Verdi (1813 - 1901)
Libretto: G. Méry and C. du Locle after Schiller
Premièr at Opéra, Paris – 11 March 1867
05†, 09 May 1970
Teatro alla Scala, Milano
Conductor: Giuseppe Patané
Chorus master: Roberto BenaglioStage director: Jean Pierre Ponnelle
Scene and costumes: Jeanne Renucci / Georges Wakhevitch
Elisabeth de Valois LEYLA GENCER soprano
Princess Eboli her lady-in-waiting SHIRLEY VERRRETT mezzo-sopranoDon Carlos heir to the Spanish throne FLAVIANO LABO tenor
Rodrigo Marquess of Posa LINO PUGLISI baritone
Philip II King of Spain NICOLA GHIUSELEV bass
The Grand Inquisitor GIOVANNI FOIANI bass
A Monk GIANNICOLA PIGLIUCCI bass
Tebaldo WILMA VERNOCCHI soprano
Count Lerma GIANFRANCO MANGANOTTI tenor
The Royal Herald PEORO DE PALMA tenor
A heavenly voice MARIA CANDIDA soprano
Flemish deputy GIUSEPPE MORRESI baritone
Flemish deputy CARLO FORTI baritone
Flemish deputy GUIDO PASELLA bass
Flemish deputy ALFONSO MARCHICA bass
Flemish deputy DINO MANTOVANI bass
Flemish deputy SILVIO MOINICA baritone
Time: Mid-Sixteenth Century
Place: France and
Spain
† Recording
date
Photos © ERIO PICCAGLIANI, Milano
GENCER ALLA SCALA
DON CARLO
STAGIONE 1969 – 1970
MASSIMO MILA ALLA SCALA
1989
Un «Don Carlo» incandescente
Un po' di statistica. Dal 1868 al 1946 il Don Carlo di
Verdi ebbe alla Scala sette allestimenti, di cui gli ultimi due, diretti da
Toscanini nel 1926 e nel 1928, sono praticamente uno solo, ripreso a due anni
di distanza. Dal 1947 ne ha avuti cinque, e questo d'oggi fa sei. Anche negli
altri teatri quest'opera, di malagevole esecuzione per la complessità dello
spettacolo, il gran numero di prime parti e i frequenti cambiamenti di scena,
ritorna con crescente frequenza. Nella prossima estate farà il suo ingresso
all'Arena di Verona, dove indubbiamente, per la sua spettacolarità, eserciterà
una fiera concorrenza all'Aida, l'opera da Arena per eccellenza.
Questo fortunato rilancio del Don Carlo si deve alla critica e alla storiografia, che fin dagli anni trenta, precedendo di molto le riscoperte teatrali, ne hanno messo in luce l'eccezionale originalità di valori drammatici e musicali, liberando il giudizio dagli equivoci di un balordo nazionalismo: siccome l'opera era stata scritta per l'Opéra di Parigi, secondando le consuetudini, anche stilistiche, di quel teatro, doveva necessariamente risentirne impaccio ed essere pertanto un'opera mal riuscita.
In realtà il Don Carlo è un'opera tanto singolare, nella produzione verdiana, che si comprende perché abbia tardato ad affermarsi. È l'unica opera dove Verdi si sia accostato da par suo al clima decadentistico del secondo ottocento, sfumando la psicologia sommaria dei vecchi eroi melodrammatici con tanta ricchezza di chiaroscuri che i suoi fedeli dovettero rimanere un poco disorientati: i valori morali dei personaggi non sono più ripartiti con la chiarezza semplicistica del teatro dei burattini, e nel Don Carlo può perfino accadere che il protagonista vi paia, tutto sommato, un imbelle e un buono a niente, e il «cattivo», il tiranno, può anche sembrarvi un personaggio positivo, che sopporta con possente realismo il peso d'una situazione storica a cui le circostanze l'hanno addossato.
È un'opera sottile, il Don Carlo, nonostante la sua grandiosità esteriore; perfino malaticcia e morbida, e vuole un'esecuzione attenta a questi aspetti. Ma la rappresentazione offerta questa sera per l'inaugurazione della stagione scaligera, malaticcia non lo è per niente, anzi, scoppia di salute, tanto nel consueto sfarzo, tipicamente inaugurale, della messa in scena, quanto nella costante ipertensione dell'esecuzione musicale. La regia di Jean-Pierre Ponnelle si è occupata principalmente di organizzare nel modo più grandioso possibile il finalone del secondo atto (purtroppo si è scelta la versione in quattro atti, amputata del primo, che è drammaticamente essenziale): monaci, notabili, guardie, popolo tumultuante, condannati a morte, nani, roghi, forche e crocifissioni in scena, c'è tutto l'arsenale del grande spettacolo.
Questo fortunato rilancio del Don Carlo si deve alla critica e alla storiografia, che fin dagli anni trenta, precedendo di molto le riscoperte teatrali, ne hanno messo in luce l'eccezionale originalità di valori drammatici e musicali, liberando il giudizio dagli equivoci di un balordo nazionalismo: siccome l'opera era stata scritta per l'Opéra di Parigi, secondando le consuetudini, anche stilistiche, di quel teatro, doveva necessariamente risentirne impaccio ed essere pertanto un'opera mal riuscita.
In realtà il Don Carlo è un'opera tanto singolare, nella produzione verdiana, che si comprende perché abbia tardato ad affermarsi. È l'unica opera dove Verdi si sia accostato da par suo al clima decadentistico del secondo ottocento, sfumando la psicologia sommaria dei vecchi eroi melodrammatici con tanta ricchezza di chiaroscuri che i suoi fedeli dovettero rimanere un poco disorientati: i valori morali dei personaggi non sono più ripartiti con la chiarezza semplicistica del teatro dei burattini, e nel Don Carlo può perfino accadere che il protagonista vi paia, tutto sommato, un imbelle e un buono a niente, e il «cattivo», il tiranno, può anche sembrarvi un personaggio positivo, che sopporta con possente realismo il peso d'una situazione storica a cui le circostanze l'hanno addossato.
È un'opera sottile, il Don Carlo, nonostante la sua grandiosità esteriore; perfino malaticcia e morbida, e vuole un'esecuzione attenta a questi aspetti. Ma la rappresentazione offerta questa sera per l'inaugurazione della stagione scaligera, malaticcia non lo è per niente, anzi, scoppia di salute, tanto nel consueto sfarzo, tipicamente inaugurale, della messa in scena, quanto nella costante ipertensione dell'esecuzione musicale. La regia di Jean-Pierre Ponnelle si è occupata principalmente di organizzare nel modo più grandioso possibile il finalone del secondo atto (purtroppo si è scelta la versione in quattro atti, amputata del primo, che è drammaticamente essenziale): monaci, notabili, guardie, popolo tumultuante, condannati a morte, nani, roghi, forche e crocifissioni in scena, c'è tutto l'arsenale del grande spettacolo.
E un'opera sottile, il Don Carlo,
nonostante la sua grandiosità esteriore: per fino malaticcia emorbida, eruole
un'esecuzione attenta a questi aspetti.
Bozzetto (nelle pagine seguenti) per Don Carlo, di Jean-Pierre Ponnelle.
Bozzetto (nelle pagine seguenti) per Don Carlo, di Jean-Pierre Ponnelle.
Per contro la recitazione dei singoli è per lo più lasciata all'iniziativa individuale, o qualche volta piegata a soluzioni che lasciano di stucco. Un esempio. Quando, al culmine della scena di cui s'è detto, Don Rodrigo è l'unico che abbia il coraggio di disarmare Don Carlo, lo fa senza muovere un passo, anzi, tenendosi a prudente distanza dal giovane ribelle, e dando prova d'una concezione assolutamente platonica delle funzioni di mantenimento dell'ordine pubblico, concezione notoriamente e dolorosamente smentita da fatti antichi e recenti.
Le scene, dello stesso Ponnelle, sono governate da una elegante stilizzazione in nero e argento, che riesce migliore negli interni, ispirati alla cupa atmosfera dell'Escuriale. Splendidi i costumi di Jeanne Renucci e Georges Wakhévitch. Ma insomma, ancora una volta non s'è trovato di meglio, per la veste scenica, che puntare sul lusso e sullo sfarzo. Il grande teatro milanese non sembra ancora avviato a seguire, anche sul palcoscenico, quella lodevole svolta che ha iniziato quest'anno per l'allargamento del pubblico in mezzo a nuove catego rie di spettatori, riducendo il numero degli spettacoli in abbonamento e riservandone anzi non pochi esclusivamente a recite fuori abbonamento.
Anche l'esecuzione musicale è governata sostanzialmente da un criterio di ricchezza. Grandi nomi e, veramente, grandi artisti, a cominciare dal direttore Claudio Abbado, questo giovane per il quale il repertorio sinfonico, anche il più avanzato, non ha segreti, e che pure si impegna con vibrante entusiasmo nella direzione del melodramma ottocentesco. Ma l'esecuzione è portata sul piano d'una concitazione, per l'appunto, melodrammatica, che non rende piena giustizia agli aspetti decadentistici dell'opera, alle sue pause smarrite, ai profondi solchi di turbamento che la segnano come occhiaie su un volto tormentato. Il Don Carlo non è La forza del destino, dove tutti i personaggi son sempre su di giri, ipertesi, pletorici e sulla soglia del colpo apoplettico.
Naturalmente cantanti come Ghiaurov (Filippo II), Talvela (assolutamente magnifico nella parte del Grande Inquisitore), la Cossotto (Eboli) non temono d'affrontare qualunque sbaraglio, ed escono indenni da un cimento ai ferri corti con un'orchestra incandescente. Anche il baritono Cappuccilli e il tenore Prevedi ne escono con onore, ma ne va di mezzo la qualità dei loro personaggi e del loro rapporto di cameratismo affettivo: non che essere irresoluto e febbrile, Don Carlo è impetuoso come un Don Alvaro, e Don Rodrigo non svela, al fondo del suo quarantottesco eroismo liberale, quel sostrato di nobiltà elegiaca che così bene sapevano manifestare, un tempo, baritoni come Silveri e Bastianini (e oggi un terzo, che non occorre nominare).
Le scene di Ponnelle sono governate da
una elegante stilizzazione in nero e argento, ispirati alla cupa atmosfera.
Bozzetti per Don Carlo, di Jean-Pierre Ponnelle.
Più misurata, e necessariamente attenta ai risvolti di malinconia di cui è ricca la parte di Elisabetta, il soprano Rita Orlandi Malaspina rimane un po' schiacciata in mezzo alla prepotenza di tante voci di prim'ordine, senza contare che la sua parte viene mutilata in maniera irreparabile dalla omissione del primo atto. Ottimo il coro, istruito dal maestro Benaglio e degnamente coperte le parti minori da Antonio Zerbini (un frate), Maria Casula (il paggio Tebaldo), Gianfranco Manganotti (il conte di Lerma), Piero De Palma (nella breve ma cosi rischiosa frase dell'araldo reale), Margherita Guglielmi nella «voce dal cielo», e Virgilio Carbonari, Bruno Grella, Alfredo Giacomotti, Alfonso Marchica, Dino Mantovani, Carlo Del Bosco quali deputati fiamminghi.
COSTUME FOR ELISABETTA BY JEANNE RENUCCI
THE COSTUMES PRESENTED AT LEYLA GENCER: A CELEBRATION CONCERT
2009.05.25
LÜTFİ KIRDAR ICEC, İSTANBUL
| Her "Elisabetta" Costume Photo © Borusan Sanat / Ilgın Eraslan - Mahmut Ceylan |
Recording Excerpt [1970.05.05]
Tu che le venita Act IV


















